mercoledì 20 dicembre 2017

“Ti prego chiamami…”



“E anche quando poi saremo stanchi
troveremo il modo per
navigare nel buio
che tanto è facile
abbandonarsi alle onde
che si infrangono su di noi”

Sapeva che sarebbe tornato quel buco profondissimo nello stomaco.
Come ogni anno in fondo.
Quindi nessuno stupore, nessuna barriera per impedirlo, nessuno slancio per fare in modo di cambiare le cose.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro al momento in cui quell’ingranaggio perfettissimo aveva cominciato a deteriorarsi, per impedire quel passo falso, per vedere se il destino avrebbe portato allo stesso risultato o se davvero quella avventata scelta fosse stata l’unica causa della distruzione.
Una macchina del tempo sarebbe bastata.
Sarebbe bastato puntare sul 28 febbraio 2014, prendere sé stesso per un orecchio e portarlo via da qual maledetto ristorante con una scusa qualsiasi.
Da solo.
Aspettare che si addormentasse, allontanarlo per una notte soltanto da ogni cosa e tornare a oggi.
Tutto uguale?
Qualcosa di diverso?
Meglio?
Peggio?
Cosa sarebbe potuto cambiare nello scorrere della sua vita che da quel momento aveva cominciato a sgretolarsi?

- - -

Prese il cellulare.
Prima di partire per quel viaggio a ritroso quell’aggeggio non conteneva più numeri, messaggi, mail di un bel po’ di gente.
Aveva un senso di ansia.
Non sapeva perché e neanche andava a cercarlo.
Tanto ci conviveva con quell’ansia.
“Vediamo…”
Rubrica.
Batticuore.
Mani che tremano.
Cerca.
“Aiuto!”
Si accorse solo in quel momento che il telefono che aveva tra le mani era di un’altra marca rispetto a quello che aveva pochi istanti prima.
Lo gettò sul letto prima ancora che il comando “cerca” facesse il suo dovere.
Cosa era successo?
Andò a cercare uno specchio.
Ci si mise davanti.
Si toccò il viso.
Cominciò a ridere, di una risata isterica.
La faccia era sempre quella, stessa barba folta, stesse rughe, stessi capelli scompigliati grigio topo.
Era tutto intorno a essere completamente diverso.
“Dove cazzo sono?”
La sua casa si era ristretta.
Era diventata sporca e disordinata, quella di un uomo solo, abbandonato se stesso, che non riceveva visite da tempo.
Corse alla finestra.
Là fuori non c’era Roma.
Era tutto di un grigio fumoso e triste.
“Dove cazzo sono finito?”

- - -

Si svegliò di soprassalto.
Il telefono non aveva squillato.
Nessun messaggio ricevuto.
Rubrica vuota.
Un vecchio cellulare completamente resettato.
“Dov’è il mio I-phone? Cazzo!”
Iniziò a pensare di essere impazzito.
Nessun ricordo della vita che aveva modificato, soltanto di quella che stava facendo prima del “viaggio”.
O meglio ricordava solo quel tipo strano che una sera, mentre cenava con alcune persone, lo aveva costretto a seguirlo per evitare che gli menassero.
Più o meno così disse.
Ma forse lo aveva solo sognato.
Voleva solo dormire, ancora, nella speranza di risvegliarsi da quell’incubo.

- - -

Il giorno dopo ricevette una telefonata.
Era arrabbiata, preoccupata.
“Come stai? Cosa è successo?”
“Una cosa strana davvero. Quel tizio sembrava mi leggesse dentro. Era impossibile non stare alle sue regole. Mi ha portato alla mia macchina, mi ha detto di mettere in moto e di andare verso casa. Casa mia. Stava in silenzio, un silenzio sprettrale. Anche io non sono riuscito a parlare fino a che un semaforo della Colombo mi ha costretto a frenare. Gli ho chiesto chi fosse, cosa volesse. Lui muto. O meglio, mi ha risposto che avrebbe parlato solo quando saremmo stati a casa mia”.
“E…”
“Una volta a casa mi ha detto che sarei dovuto andare a dormire, che avrei dovuto spegnere il cellulare, che avrei dovuto sospendere tutti i rapporti col mondo, con le paure, con le persone che amo, ma soprattutto che non dovevo pensare a quello che stavo per fare quando ero al ristorante. Però questa ultima cosa non l’ho capita”.
“E tu?”
“Io ho fatto esattamente quello che ha detto e ora sono qui. Turbato e confuso. E soprattutto non so chi voleva menarmi, ma a quanto pare l’ho scampata. Me l’ha garantito”.
“Che cosa buffa…”
“Tu?”
“Meglio. Pare si sia un po’ calmato…”
“Ci vediamo?”
“Si!”

- - -

Riaprì gli occhi lentamente.
Era convinto che fosse stato soltanto un incubo.
Ma così non era.
Puzza.
Casa piccola e trasandata.
Nessun rumore.
Luce smorta.
“Sono morto?”
Lo sperava davvero.
Chissà come aveva vissuto in quegli anni modificati?
Chissà a che punto qualcuno aveva messo il nuovo punto distruttivo.
“Ti prego chiamami…” sussurrò come una preghiera senza voce.
Si riaddormentò per manifesta incapacità di muovere sperando in un miracolo.
Sperando che quella mano a lui tanto cara tornasse a guarirlo con una carezza.

“Dimmi come stai
perché non parli
ora tienimi con te
la tua mano nel buio
guarisce la mia solitudine”


Per aria Poetica – Cesare Cremonini

2 commenti:

  1. Non so cosa tu abbia fatto nel 2014 (o cosa abbia fatto l'io-narrante di questo ppst) ma a volte è necessario fare qualche passo falso per capire che tipo di strada si sta percorrendo. ...Così dicono...

    Un saluto e buone feste. :)

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    Risposte
    1. ogni cosa porta in sè conseguenze che, anche qualora fossero impercettibili, spostano gli equilibri.
      Poi il tempo fa la sua parte, anche grazie a un spolverata di quello che chiamano destino.
      Per chi vuole crederci...

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