mercoledì 26 aprile 2017

Cosa resta poi?



Cosa resta poi?

Di tutte le cose che hai fatto o che potevi fare.

Dei pianti e delle risate.

Del dolore provato e di quello provocato.

Delle paure, degli entusiasmi, delle attese, delle occasioni perse, dei sogni realizzati.

Cosa resta?

Delle illusioni appese, delle disillusioni, delle cose inaspettate.

Dei “dove sei ora?”, “cosa fai?”, “mi pensi?”

Del tempo che non passava mai, che non bastava mai e del tempo fermo.

Dei viaggi fatti per lasciare pezzi di cuore appesi nel mondo e della voglia di tornare o di non tornarci mai più.

Cosa resta poi?

Degli errori commessi e di quelli di cui sei stato vittima.

Della violenza gratuita e di quella per soddisfare un prurito.

Degli amici morti e di quelli lasciati morire dentro di te.

Degli amori morti e di quelli lasciati morire dentro di te.

Cosa resta?

La speranza che non sia tutto finito?

La frustrazione che lo sia?

Il fallimento di qualcosa di passato che non torna?

La vittoria di qualcosa di passato che non torna?

Tutto, un poco o niente?

A volte mi chiedo se è possibile tornare sui propri passi per vedere se.

A volte mi chiedo se qualcuno pensa di tornarci sui propri passi per vedere se.

Chissà che cosa poi?

“andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,
continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai”


Per aria Verranno a chiederti del nostro amore- Fabrizio De Andrè

martedì 11 aprile 2017

Domandando

Cosa succede quando un pensiero ricorrente viene disturbato?

Soppiantato.

Messo via.

Forse non era così importante?

O la relatività delle cose governa tutte le nostre paturnie?

Eppure è così naturale.

Perché allora non possiamo metter via un pensiero ricorrente senza aver bisogno che ne vengano altri.

Così?

Per mero istinto di sopravvivenza.

Perché tutto questo bisogno di arrovellarci?

Ma saremo coglioni?

Per aria  Disappointed - Public Image Ltd


mercoledì 22 marzo 2017

Equilibrio?



Non possiamo sempre chiederci perché

Non possiamo sempre far finta che non esista un perché

Equilibrio, cazzo.

Esiste un tempo per i perché

Non è quello che crediamo sia quello giusto.

Nel momento in cui accade qualcosa sia presi dalla frenesia di capire perché sia successa, se potevamo fare qualcosa per impedirla, se ne avessimo avuto sentore, fino al punto in cui ci sentiamo vittime di qualcosa di inspiegabile, che è fuori dalla nostra portata, fuori dalle nostre azioni e inazioni. Ci spacchiamo l’anima, il cuore, la gola, meditiamo suicidi, omicidi, colpi di testa o di coda, cerchiamo, svuotiamo cassetti e armadi senza rimettere a posto, diamo di stomaco, non mangiamo, beviamo, pisciamo di fuori, non ci laviamo, non ci sbarbiamo e lo urliamo, lo diciamo, lo sussurriamo, lo pensiamo a raffica sto cazzo di perché.

Ma non è il momento giusto

Esiste un tempo per i perché

Quando siamo invasi dallo sgomento i potenziali portatori del BECAUSE sfuggono, hanno paura di noi, sanno benissimo che esprimere la risposta sarebbe come buttare ettolitri di benzina su un esserino incandescente. Al massimo ci dicono frasi tipo “è stata tua la colpa e allora adesso che vuoi?” fino a pentirsene perché come dei bimbi piccoli che stanno scoprendo il mondo li attacchiamo con un bel “perché?”. E poi ci arriva addosso anche il senso di colpa che siamo stati noi a provocare l’accadimento funesto, anche se non abbiamo capito il perché.

Non possiamo sempre chiederci perché

Non possiamo sempre far finta che non esista un perché

Equilibrio, cazzo.

E arriva il punto dello sticazzi, non puntualissimo, per carità, ma il tempo sa fare il suo dovere, per chi più per chi meno, anestetitizza le cose, blocca la rabbia, fa in modo che succeda qualcosa di altro, ti fa incontrare gente, fa in modo che qualcuno ti apprezzi più di quanto ti succedeva o che ti faccia incazzare. Insomma mette via. Succede anche che ti fa dimenticare i perché, che devi fare grandi sforzi di memoria per ricordare, che ti fa sorridere al pensiero di quanto eri stato coglione a soffrire in quel modo, ma…

Non possiamo sempre far finta che non esista un perché

Equilibrio, cazzo.

Ma è proprio questo il momento di chiedersi se quel cazzo di perché avesse risposte plausibili, a mente serena, a situazioni di dolore azzerate, a “mi ritorni in mente” e non sento più niente. Siamo freddi, possiamo scavare tutto senza avere reazioni insensate, senza aver paura di tornare ad abbracciare il cesso. Scoprire per evitare nuovi scivoloni. Cazzo sarebbe straordinario, come utilizzare una macchina del tempo per modificare il nostro modo di vivere le cose da adesso in poi.

Stai zitto. Fermati. Perché? Da un equilibrio rotto all’inizio a uno riparato alla fine dici? Si, più o meno, figo no? Per non godersi più nulla di nuovo? Beh dai non proprio. Per avere risposte vecchie su realtà nuove? Mmmmm. Per dare soddisfazione al nostro ego ferito? …

Non è detto che sia esistito mai il perché che cercavi

Ricordi quella notte che passasti da solo camminando?

Ricordi come stavi quando ascoltavi questa canzone e stavi zitto con la faccia contro il finestrino?

Perché non hai fatto qualcosa quando potevi?

Chessò mandare affanculo tutti.

Come?

Non capivi perché?

A cosa ti serviva?

Perché lo cercavi?

Equilibrio?

Ahahahaha ma vaffanculo tu e l’equilibro!

Per aria Collapse The Light Into Earth - Porcupine Tree





mercoledì 8 marzo 2017

Nessuna pietà




Non so più scrivere.

E’ come se la fantasia fosse sparita o, meglio, ingabbiata.

Sento sbattere colpi fragorosi contro un guscio di gomma.

Parole urlate senza capirne il significato.

Ma non ho pietà per loro.

Mi guardo quella mano che stancamente aspetta per dar voce.

La paralizzo in un pugno.

Chiuso.

Serrato.

Ad attendere un bersaglio da colpire.

Così, senza dare spiegazioni.

“I took out my pen and pad and set to write my manifesto
it was a one line poem said don’t let nothing ever get you low”


Per aria Manifesto - Graveyard Lovers

lunedì 30 gennaio 2017

Vanni



Ho un tarlo.

Vorrei cercare di capire perché esistano persone che ribaltano i problemi scaricando odio generalizzato verso una categoria umana diversa dalla propria.

Questo vorrei farlo a mente libera, senza preconcetti, cercando di infilarmi nei panni di uno e un solo individuo.

E poi vorrei cercare di capire perché esistano persone che da questo traggono la linfa vitale per porsi come capo banda di costoro, carpendo disagio, difficoltà e paure spesso ingiustificate, mescolandole insieme e innescando bombe pericolosissime a vantaggio della propria popolarità e fame di potere.

Questo è più semplice anche se è impossibile farlo a mente libera perché i preconcetti li creano loro stessi, per naturale esistenza in vita.

Ecco.

Provo a infilarmi nei panni di un uomo medio dell’alta Italia, magari operaio e con moglie e due figli a carico, di basso livello di cultura e mi chiamerò Vanni (perché è giusto chiamare la gente per nome e non per classe sociale o per idee politiche).

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Mi presento.

Il mio nome è Vanni, ho 50 anni, due figli di 16 e 12 anni e una moglie di 47.

Lavoro come operaio in una piccola azienda edile da ormai 25 anni, prima aiutavo mio padre nell’azienda di famiglia, ma appena ne ho avuto la possibilità ho ritenuto importante andare altrove.

Mia moglie non lavora e fino a qualche anno fa riuscivamo a tirare avanti, magari a permetterci un paio di pizzate al mese, ma ora siamo ridotti al lastrico e ho una paura fottuta che l’impresa presso cui lavoro vada a gambe all’aria.

Ho cercato di capire perché è successo tutto questo. E sono sicuro che la colpa è stata dei governi che abbiamo avuto, che hanno permesso a troppa gente di venire a rubarci il lavoro.

Questa Italia è diventata il bengodi, vedo persone nere girare con gli smartphone mentre noi non abbiamo neanche i soldi per una piccola ricarica.

E se perdessi la casa?

Sono pieno di debiti fatti solo per mangiare e pagare le bollette e non riesco a rientrare.

Ho visto dare case pubbliche a clandestini e lasciare noi italiani a guardare impotenti.

Case pubbliche a clandestini terroristi, capite?

In quelle case progettano attentati o portano tutto quello che rubano nelle nostre case, per non parlare delle loro violenze e della sporcizia e delle malattie.

Ecco, non vorrei che pensiate che io sia razzista.

Pensate che quando avevamo i soldi con i miei amici della parrocchia mandavamo delle offerte a una missione in Congo, per aiutare quei poveri denutriti a casa loro.

Mi vengono i nervi se penso che questa è la ricompensa.

Ho solo una speranza nel cuore.

Spero che Salvini riesca a salire al potere e riesca a mettere in pratica le parole che da tempo sta dicendo e ringrazio gli americani che si sono portati avanti col lavoro facendo Trump presidente.

Scusate ma ora basta. E’ come se avessi l’orticaria. Sento come se un fottuto buonista si fosse infilato nei miei panni e devo assolutamente scacciarlo. Sento che vuole portare il mio ragionamento a un livello che non tollero. Vuole farmi parlare con quel gruppo di clandestini, li chiama fratelli, dice che sono nella merda come me, dice che bisogna essere uniti. Via. Vai Via.

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Niente.

Io c’ho provato ma Vanni non vuole sentire ragioni.

Per certi versi non ha tutti i torti, peccato abbia mirato su colpevoli sbagliati, peccato che ci sono quegli altri di cui parlavo prima, i capo banda per intenderci, che infuocano e mettono ancora più benzina sul fuoco.

Mi spiace nei panni di costoro non mi ci metto.

Costoro sono colpevoli di qualcosa che è troppo più grande di me e non riuscirei mai a entrarci in contatto.

Con Vanni farei centomila sforzi perché lui in difficoltà ci sta davvero e ci sta il doppio delle volte: per la sua situazione economica e perché è stato fatto strumento per una guerra per poveri.

Vanni è diventato duro di cuore.

Vanni è diventato manganello.

Ma io di biasimarlo non me la sento.

Preferisco sperare in una terra compresa nel sistema solare e ritrovarlo là, a scherzare con quelli che non ha voluto neanche sentire.

Per aria The Land Between Solar Systems - MùM

martedì 17 gennaio 2017

Raccoglierai ciò che hai seminato



Nel rimettere mano ai ricordi si corre il rischio di riaprire ferite cicatrizzate male.

Può essere un errore fatale.

Lo è già stato in fondo.

Sei stato avvisato di non farlo.

Ti è stata messa davanti la morte e l’hai vista e sai com’è.

E soprattutto sai che non ti è piaciuta neanche un po’.

Ma sei qui, hai paura di qualsiasi cosa e il tuo corpo ti spinge in basso.

Ti fa sentire stanco e incapace di muovere i tuoi passi, che siano nel futuro, che siano nel passato.

Se ne fotte, insomma.

Ti convince che devi vivere alla giornata senza entusiasmo e senza farti domande.

Ma a volte ripensi a quel giorno in cui ti hanno presentato la morte.

Cerchi di mettere insieme i fili, di capire i passaggi.

E soprattutto cerchi di capire se quello fosse realmente il trailer della fine di tutto, anche se la realtà delle cose, allora, non dava adito a dubbi.

Cosa facevi quel giorno?

Cosa ti eri messo in testa di fare?

Era una cosa che ti faceva stare bene?

Ti sentivi vivo?

E perché se ti sentivi vivo sei finito disteso verso l’ultimo addio?

Un caso?

Un complotto?

Un avvertimento?

Paura di non farcela?

E ora?

Non è uguale a morte questo tuo incedere nel tempo senza alcuna voglia di essere motivo di cambiamento dall’inerzia assoluta?

Perché non ritentare?

Perché non dare ascolto a quella voce che è entrata dolcemente in contraddizione con tutte le impalcature che ti sei creato?

E’ lì.

E’ bello.

Merita.

Non scrollare quella cazzo di capoccia.

La nebbia non è un muro.

La nebbia è fatta per essere attraversata e per darti la curiosità di andare a vedere quello che allora sembrava visibile ma che era fatuo, simile a morte.

Il tempo sta là.

Lo puoi fermare per un po’.

Ma poi aumenta di velocità per riprendere quello che ha perso.

Sarebbe bruttissimo ritrovarti qui, domani, come oggi, con quella faccia appesa di chi aspetta un miracolo.

Io vado, al ritmo del tempo, ti aspetto quando arriverai a tutta velocità.

Ho speranza in te.

“You’re going to reap just what you sow”


Per aria Perfect Day – Patty Smith

martedì 10 gennaio 2017

Da dove vieni?

Visualizzazioni di pagine per paese

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Svizzera
276

Questa è la classifica per paese degli accessi su questo blog.

Mi fa piacere fermarla ora per vedere chi si riconosce in essa e dove.

O chi vive in un posto che non c’è.


“Where do you come from?
Tell me who you are
Do you come from another world
Or from some distant star?”


Per aria Where do you come from - Elvis Presley