mercoledì 20 dicembre 2017

“Ti prego chiamami…”



“E anche quando poi saremo stanchi
troveremo il modo per
navigare nel buio
che tanto è facile
abbandonarsi alle onde
che si infrangono su di noi”

Sapeva che sarebbe tornato quel buco profondissimo nello stomaco.
Come ogni anno in fondo.
Quindi nessuno stupore, nessuna barriera per impedirlo, nessuno slancio per fare in modo di cambiare le cose.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro al momento in cui quell’ingranaggio perfettissimo aveva cominciato a deteriorarsi, per impedire quel passo falso, per vedere se il destino avrebbe portato allo stesso risultato o se davvero quella avventata scelta fosse stata l’unica causa della distruzione.
Una macchina del tempo sarebbe bastata.
Sarebbe bastato puntare sul 28 febbraio 2014, prendere sé stesso per un orecchio e portarlo via da qual maledetto ristorante con una scusa qualsiasi.
Da solo.
Aspettare che si addormentasse, allontanarlo per una notte soltanto da ogni cosa e tornare a oggi.
Tutto uguale?
Qualcosa di diverso?
Meglio?
Peggio?
Cosa sarebbe potuto cambiare nello scorrere della sua vita che da quel momento aveva cominciato a sgretolarsi?

- - -

Prese il cellulare.
Prima di partire per quel viaggio a ritroso quell’aggeggio non conteneva più numeri, messaggi, mail di un bel po’ di gente.
Aveva un senso di ansia.
Non sapeva perché e neanche andava a cercarlo.
Tanto ci conviveva con quell’ansia.
“Vediamo…”
Rubrica.
Batticuore.
Mani che tremano.
Cerca.
“Aiuto!”
Si accorse solo in quel momento che il telefono che aveva tra le mani era di un’altra marca rispetto a quello che aveva pochi istanti prima.
Lo gettò sul letto prima ancora che il comando “cerca” facesse il suo dovere.
Cosa era successo?
Andò a cercare uno specchio.
Ci si mise davanti.
Si toccò il viso.
Cominciò a ridere, di una risata isterica.
La faccia era sempre quella, stessa barba folta, stesse rughe, stessi capelli scompigliati grigio topo.
Era tutto intorno a essere completamente diverso.
“Dove cazzo sono?”
La sua casa si era ristretta.
Era diventata sporca e disordinata, quella di un uomo solo, abbandonato se stesso, che non riceveva visite da tempo.
Corse alla finestra.
Là fuori non c’era Roma.
Era tutto di un grigio fumoso e triste.
“Dove cazzo sono finito?”

- - -

Si svegliò di soprassalto.
Il telefono non aveva squillato.
Nessun messaggio ricevuto.
Rubrica vuota.
Un vecchio cellulare completamente resettato.
“Dov’è il mio I-phone? Cazzo!”
Iniziò a pensare di essere impazzito.
Nessun ricordo della vita che aveva modificato, soltanto di quella che stava facendo prima del “viaggio”.
O meglio ricordava solo quel tipo strano che una sera, mentre cenava con alcune persone, lo aveva costretto a seguirlo per evitare che gli menassero.
Più o meno così disse.
Ma forse lo aveva solo sognato.
Voleva solo dormire, ancora, nella speranza di risvegliarsi da quell’incubo.

- - -

Il giorno dopo ricevette una telefonata.
Era arrabbiata, preoccupata.
“Come stai? Cosa è successo?”
“Una cosa strana davvero. Quel tizio sembrava mi leggesse dentro. Era impossibile non stare alle sue regole. Mi ha portato alla mia macchina, mi ha detto di mettere in moto e di andare verso casa. Casa mia. Stava in silenzio, un silenzio sprettrale. Anche io non sono riuscito a parlare fino a che un semaforo della Colombo mi ha costretto a frenare. Gli ho chiesto chi fosse, cosa volesse. Lui muto. O meglio, mi ha risposto che avrebbe parlato solo quando saremmo stati a casa mia”.
“E…”
“Una volta a casa mi ha detto che sarei dovuto andare a dormire, che avrei dovuto spegnere il cellulare, che avrei dovuto sospendere tutti i rapporti col mondo, con le paure, con le persone che amo, ma soprattutto che non dovevo pensare a quello che stavo per fare quando ero al ristorante. Però questa ultima cosa non l’ho capita”.
“E tu?”
“Io ho fatto esattamente quello che ha detto e ora sono qui. Turbato e confuso. E soprattutto non so chi voleva menarmi, ma a quanto pare l’ho scampata. Me l’ha garantito”.
“Che cosa buffa…”
“Tu?”
“Meglio. Pare si sia un po’ calmato…”
“Ci vediamo?”
“Si!”

- - -

Riaprì gli occhi lentamente.
Era convinto che fosse stato soltanto un incubo.
Ma così non era.
Puzza.
Casa piccola e trasandata.
Nessun rumore.
Luce smorta.
“Sono morto?”
Lo sperava davvero.
Chissà come aveva vissuto in quegli anni modificati?
Chissà a che punto qualcuno aveva messo il nuovo punto distruttivo.
“Ti prego chiamami…” sussurrò come una preghiera senza voce.
Si riaddormentò per manifesta incapacità di muovere sperando in un miracolo.
Sperando che quella mano a lui tanto cara tornasse a guarirlo con una carezza.

“Dimmi come stai
perché non parli
ora tienimi con te
la tua mano nel buio
guarisce la mia solitudine”


Per aria Poetica – Cesare Cremonini

giovedì 9 novembre 2017

Ogni giorno


Domande.

Sempre orientate verso un punto lontanissimo ed inesplorato dell’universo.

Sempre e comunque non bisognose di risposta né, tantomeno, della più minima soddisfazione.

Fagocitate dalla successiva.

Sempre più ossessiva.

Sempre più incalzante.

In un susseguirsi si parole che corrono velocissime, come attratte da un enorme magnete, verso quel punto interrogativo salvifico.

Frasi complete all’inizio.

E poi via via moncate delle parole meno forti.

Essenziali.

Anguille impazzite verso quel maledetto “perché” che blocca quella danza da tarantolato lasciandoti sfinito in un angolo, incapace di muovere un muscolo.
I battiti del cuore velocissimi.

Il respiro che contrae in maniera impressionante la bocca dello stomaco.

Lo stomaco colto da fitte dolorosissime.

Aneli la morte.

La chiami.

Ma neanche lei ha attenzioni su di te.

Nessuno mette a disposizione i propri occhi e le proprie mani per liberarti da quel tuo cominciare a muovere i passi di una giornata.

Sono tutti là fuori che aspettano quello che non sei.

Sono tutti là fuori che hanno bisogno di te.

Di quell’altro te bravissimo a far ridere la gente.

Capace di venir fuori da quella pelle distesa in un angolo, a lavar via le lacrime e a portare i battiti a ritmi lenti.

Mentre tu, sepolto sotto un cumulo di panni sporchi e nascosto agli occhi del mondo guardi fuori.

Certo che resterai da solo.

Tra gente che ti prende a pacche sulle spalle.

E fa a gara per mettersi a mangiare a fianco a te.

“Lontano un milione di miglia

Forse ho perso la mia strada

Per aria Walk – Foo Fighters

venerdì 3 novembre 2017

Ce la faremo



Ce la faremo.

Anche se ogni cosa rende impossibile anche solo pensare a cosa succederà domani.

Ce la faremo.

Malgrado le botte, gli spari, le bombe che annientano le cose più belle che abbiamo.

I nostri cari, le nostre case, i nostri ideali, il nostro desiderio di giustizia, il nostro sacrosanto diritto di stare insieme e di tornare a guardare le nostre chiavi come strumento per aprire le porte delle nostre case.

Ce la faremo.

Anche se la nostra esistenza in terra, su questa terra, è ostacolo a chi ha la pretesa di esserne legittimo proprietario per promessa del suo dio. Un dio che non guarda in faccia a nessuno costruito come un fantoccio da uomini affamati di potere, esso stesso violentato nel suo onore.

Noi ce la faremo.

Le nostre anime, i nostri cuori, non saranno mai deturpati come i nostri corpi, come i nostri sonni, come le nostre menti intrise di paura.

Noi ce la faremo.

Perché la storia non può permettersi di continuare a farsi passare sotto gli occhi bambini rapiti e rinchiusi in squallide celle, ragazzi giustiziati per illegittima difesa, madri e padri che passano la loro esistenza con le foto dei figli massacrati tra le mani.

Noi ce la faremo.

Anche se chi parla di noi usa il termine terrorista in maniera generalizzata, anche se chi parla di quelli che hanno imparato a conoscerci e ad amarci usa il termine antisemita in maniera impropria, anche se chi ascolta questa propaganda becera abbocca come uno stupido pesce a un amo caricato con un esca luccicante di metallo.

Ce la faremo.

Ce la faremo perché chi ci ha ridotto a prigionieri, chi ci ha umiliato, chi ci deruba ogni giorno, chi per tutto questo resta impunito è nel torto. Torto marcio.

Ce la faremo perché noi sorridiamo appena possibile, accogliamo con un semplice gesto del viso, dividiamo la nostra pena e il nostro pane con tutti coloro che hanno il coraggio e la follia di venirci a trovare per conoscere, capire, stupirsi.

Ce la faremo perché abbiamo occhi terrorizzati ma che non mentono.


Ce la faremo perché la paura di chi fa del male è una colpa e forse il mondo là fuori si stancherà di aver paura e smetterà di permettere di farci del male.


Ce la faremo perché la paura innocente è alzarsi al mattino e non sapere se si arriverà a sera, la paura innocente rende denso ogni istante trascorso, ogni incontro, ogni sguardo.

Noi ce la faremo.

E potremmo dire di avercela fatta quel giorno in cui l’orizzonte si aprirà ai nostri occhi nella sua ampiezza, senza muri a coprirlo, senza fumi a offuscarlo.

Illusione?

Utopia?

Sogni ad occhi aperti?

Voi ci credete nei sogni che fate?

Vi piace poter credere di farcela?

Soprattutto quando sognate di liberarvi da un male ingiusto, ci credete o no?

E chi saremmo noi per non avere lo stesso diritto?

Noi ce la faremo, come ce la farete voi.

Insieme magari.

Perché non possiamo credere di essere marchiati come vinti dall'ingiustizia per l’eternità.


Per aria We shall overcome – Roger Waters

venerdì 13 ottobre 2017

“Non andare via!”


(foto di Romana Rubeo)

Si alzò, ma solo perché era necessario farlo, non perché qualcuno glielo avesse chiesto.
La necessità di alzarsi sulle gambe era solo sua, ma non come quando devi correre in bagno per non fartela addosso.
Però una volta in piedi si blocco, non diede slancio al primo passo per camminare.
Il pensiero era fermo su “chi cazzo me l’ha fatto fare a non restare accovacciato in quell’angolo?”
Avrebbe potuto tornare indietro, nell’esatto punto in cui stava pochi istanti prima, in fondo non c’era più nessuno intorno a lui da tempo, che potesse giudicarlo, ma barcollante stette, con quella domanda appesa, alla ricerca di una risposta.
Senza smania, annoiato quasi, a parte il dolore lancinante a una coscia che neppure ricordava come si fosse procurato.
Strane le cose quando diventi un tutt’uno con qualcosa di inanimato.
Si atrofizzano gli arti, i pensieri, i desideri, i bisogni.
Strano restare vigili quando questo avviene.
Strano il momento in cui senza alcuno scatto mentale apparente dici “basta!” e scolli tutto per tornare su.
Ma a che fare?
Con chi farlo.
Perché farlo.
Il pensiero fermo prese forma.
Diventò parole espresse.
“Chi cazzo me l’ha fatto fare a non restare accovacciato in quell’angolo?”
E mosse un passo.
Sembrava un mostro di pietra.
Il dolore alla coscia si trasferì in ogni dove del suo corpo.
Passò nel giro di un urlo, acuto e netto.
“Cazzo succede?”
Intorno era silenzio e luce.
Immagini che prendevano nitidezza al di fuori della sua testa.
Nel senso che prima era sogni con gli occhi aperti verso un vuoto grigio.
Non capiva dove fosse di preciso.
Una stanza?
La cella di un carcere?
E se fosse stato il posto in cui si va quando si muore?
4 muri, un soffitto, un pavimento e una porta.
E…
Come si sente un bambino appena fuoriuscito dal ventre di suo mamma?
Come nomina le cose che vede, quelle che sente, la sculacciata dell’ostetrica se non piange subito, tutto quel correre intorno, quell’uomo che sviene, lo stupore, la gioia, la preoccupazione?
Si domanda cosa sia quella cosa così diversa dai 4 muri, un soffitto, un pavimento e una porta che ha imparato a conoscere senza sapere come li abbia conosciuti.
Avrebbe voluto fermarsi a riflettere.
Sentiva che non ne aveva l’opportunità.
Un moto inarrestabile cominciava a portarlo inesorabilmente verso.
“Cos’è? Cosa sei? Cosa vuoi?”
Era vestita di bianco.
Inespressiva.
La guardò.
Abbassò lo sguardo.
Si riscoprì completamente nudo.
“Scusa…”
Stava riacquistando il senso del pudore e della vergogna.
Resto saldo,
Stava riacquistando il senso dell’orgoglio e della curiosità?
 “Chi sei? Cosa vuoi?”
“Sono venuta a vedere se stai bene” rispose.
“Io? Io non so nulla, non capisco dove sono, il perché, cosa mi è successo”
Lei rispose con un sorriso pietoso e senza rughe di espressione.
“Sono morto?”
Nulla. Neanche il sorriso.
“Cazzo! Ok! Te lo dico, allora, non mi sento tanto bene, contenta? Adesso dimmi chi sei”.
Aveva riacquistato anche il senso della rabbia e del sarcasmo.
“Sono passati quasi tre anni”
Il modo in cui sussurrò quelle parole gli sembrava familiare e malgrado non capisse nulla si sentì come scaldato.
“Tre anni? Da cosa?”
“Da quando sei qui”
“Dove sono? Perché sono qui? Perché non ricordo nulla?”
La fece piangere.
O forse pianse da sola.
“No, no, dai, scusa se sono stato troppo, troppo, boh scortese?”
Aveva riacquistato la sua paraculaggine mista a cortesia.
“Non posso dirti altro. Mi hanno dato poco tempo. Torno presto, prima che posso, OK?”
“No, no, che fai? Che faccio?”
“Non posso, scusa scusa”
“Non posso cosa?”
“Arrivano, era solo una prov…” Si morse la lingua.
Passi da fuori quella porta che aveva perso di vista.
“Una prova di cosa?”
“Niente, scusa scusa, torno presto ok?”
Chiavi nella toppa.
Silenzio tra loro.
Rabbia e paura lui, lacrime e senso di colpa lei.
La porta si aprì.
“Adesso esca!”
“Solo un attimo” rispose lei in un moto di insperata vitalità.
Si avvicinò a lui.
Mise gli occhi in contatto con i suoi.
Blu nel verde.
E quel filo spesso di matita a far da cornice.
“Cazzo sei tu!”
Un bagliore nel vuoto della sua mente.
“Esca immediatamente”
Un omaccione la prese per il braccio tirandola a sé.
“Cazzo sei tornata!”
Era incurante di quello che stava accadendo.
Le urla, gli strattoni, i comandi, le cose che cadevano, l’ago che entrava nella sua vena.
Nuvole.
Ovatta.
Qualcosa che non aveva ancora visto.
“Una finestra su strada sterrata”
Polvere.
Ghiaccio addosso.
“Non andare via!”
Tutto ok.
Tutto come prima.


Per aria Rivers flows in you - Yurima

mercoledì 30 agosto 2017

IV EDIZIONE "LO SPORT UN PONTE CON LA PALESTINA"

Questo è il comunicato stampa che cerca di raccontare quello che a partire da oggi sarà il quarto abbraccio in quattro anni consecutivi tra i ragazzi e le ragazze della squadra di atletica di Gerico e la città di Sassari, la Sardegna e il nostro mondo in generale.
Questa è un'esperienza che unisce, abbatte la paura del diverso, e, attraverso lo sport, aiuta a togliere il loro e il noi dall'uso comune e bruttissimo che si fa di questi termini.
Il quarto anno consecutivo, dicevo.
E' sempre bellissimo ma alla fine di ogni edizione quando ci si riunisce o si chiacchiera tra noi ed esce fuori il fatidico "ma lo rifacciamo l'anno prossimo?" è sempre "non ce la faremo mai" la prima cosa che viene in mente.
Le difficoltà le potete immaginare tutte e non vi sto a tediare ma sono tutte ripagate.
In questo momento i ragazzi sono in viaggio e siamo in trepidante attesa.
Vi lascio al comunicato e alle altre info sul programma di questi giorni.




IV EDIZIONE
LO SPORT: UN PONTE CON LA PALESTINA
30 agosto – 12 settembre 2017
Comunicato stampa a cura dell'associazione Ponti non Muri

Sassari accoglie per il quarto anno consecutivo una delegazione di giovani atleti palestinesi provenienti da Gerico (la “Città più antica del mondo”) per uno stage di Atletica leggera, nell'ambito del progetto “Lo sport: un ponte con la Palestina”, organizzato dall'Associazione “Ponti non Muri” in collaborazione con il “Centro Universitario Sportivo CUS Sassari” e la Società Sportiva “Shabab Ariha” di Gerico.
Ancora una volta la Palestina abbraccia la Sardegna per dare vita ad un gemellaggio, all’insegna dei valori dello sport, tra realtà e culture differenti. Dopo l'esperienza positiva degli ultimi tre anni, si replica la manifestazione che permetterà ai ragazzi di Gerico di partecipare ad allenamenti quotidiani e gare regionali nella nostra splendida Isola.
La Società sportiva Shabab Ariha, (“I giovani di Gerico”) che fa parte della Federazione Palestinese di Atletica leggera, è composta da trenta tra ragazze e ragazzi. I protagonisti di questa edizione saranno le atlete Malak Shamali (13 anni) e Nada Ghrouf (15 anni), gli atleti Mohammed Barameh e Mohammedh Saradih (entrambi di 16 anni) accompagnati da: Murad Moghrabi (19 anni) nella doppia veste di atleta e di traduttore dall’arabo all’italiano, dal loro allenatore Mamoon Balo e dal rappresentante del Comune di Gerico, l’ingegnere Mohammed Isayed.
Nei 13 giorni di Stage, che si svolgeranno a Sassari con puntate a Ploaghe, Alghero e Nuoro, i ragazzi saranno seguiti costantemente dai due tecnici del CUS Sassari, Giorgio Fenu ed Elisabetta Pinna.
Quest’anno i ragazzi avranno la possibilità di allenarsi nella Pista dello Stadio dei Pini “Tonino Siddi” di Sassari recentemente riaperto al pubblico e saranno protagonisti di un ricco programma di allenamenti e gare che arricchiranno la loro esperienza sportiva e non solo.
Infatti lo sport è solo il collante di una serie di eventi sociali e scambi culturali con varie associazioni in tutta la Sardegna, che permetteranno ai giovani palestinesi di assaporare, anche se solo per qualche giorno, cosa significa vivere in un paese libero.
Dall’altra parte chi desidera conoscere di persona e sostenere questi ragazzi potrà ascoltare direttamente dalla loro voce che cosa significa vivere in una condizione di segregazione e occupazione militare permanente.
Tra gli Enti che hanno concesso il Patrocinio al progetto ci sono l’Università di Sassari, la Presidenza del Consiglio Regionale della Sardegna, il Comune di Sassari, il Comune di Gerico, il Comune di Ploaghe, l’ISPROM – Istituto di studi e Programmi per il Mediterraneo, l’ENDAS Sardegna e la Federazione Palestinese di Atletica Leggera.  
Lo Stage rappresenta solo una parte del più ampio progetto, “Lo Sport: un ponte con la Palestina” portato avanti dall’Associazione “Ponti non muri”(www.pontinonmuri.it), da anni in prima linea per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni di vita in Palestina, condizioni critiche che non risparmiano neanche atleti e società sportive. Assenza di strutture e attrezzature adeguate rappresentano la normalità in Palestina, insieme al fatto che viene costantemente impedita l’introduzione di materiale sportivo da fornire alle squadre.
Le difficoltà logistiche e di spostamento, per una società sportiva palestinese che si appresta a recarsi all’estero, sono incredibili. Infatti la Palestina è chiusa in gran parte da un muro di separazione lungo 750 km e alto fino a 8 metri, simbolo dell’isolamento e dell’occupazione che limita nei movimenti le persone che si devono recare non solo all’esterno del paese, ma anche tra una città e l’altra. In questo scenario si può solo immaginare quali possono essere le difficoltà ad organizzare un qualsiasi evento sportivo, gara o campionato.
Questo stage quindi assume una doppia valenza: sensibilizzare più persone possibili sulla condizione palestinese e offrire un’opportunità di crescita e consapevolezza ai giovani che partecipano all’evento.
La vita quotidiana dei ragazzi continua ad essere messa a repentaglio da check-point pressanti e sempre incombenti, retate notturne che li prelevano dalle loro case per imprigionarli senza accusa formale e trattenerli senza limiti di tempo, sottoporli a trattamenti umilianti, spesso torture. Libertà di movimento ridotta all’osso, impossibilità di invio e consegna di attrezzature sportive, attentati contro atleti: in questa situazione lo sport, che vuole promuovere i suoi valori di solidarietà, rispetto degli altri, democrazia e cittadinanza deve saper denunciare l'oppressione. Difatti, mentre si assumono nette posizioni per punire senza equivoci il razzismo dei tifosi, le federazioni internazionali non sembrano capaci di essere egualmente coerenti nei confronti del razzismo profondo e strutturale subito dai Palestinesi.
Il movimento delle società sportive palestinesi verso l’esterno, ma anche nella stessa Palestina (Gaza compresa) e delle squadre estere (in particolar modo provenienti dai paesi arabi) verso l’interno del Paese è limitatissima. Le squadre locali non possono muoversi e agire liberamente all’interno dei loro confini e sono sottoposte a restrizioni e violazioni da parte delle autorità israeliane (per quanto riguarda il calcio in netta violazione della Circolare FIFA n. 1385). Viene fortemente limitata la libertà di movimento di atleti, allenatori e arbitri (ed è quindi impossibile stilare un calendario di incontri fra squadre locali). Per esempio, nell’aprile 2017 è stato negato a 100 atleti palestinesi (fra cui addirittura un atleta palestinese olimpionico, partecipante alle Olimpiadi di Pechino del 2008) il permesso di recarsi da Gaza a Betlemme per partecipare alla “Maratona di Betlemme per i Diritti Umani”, con il pretesto di problemi di “sicurezza”.


***

COLLABORATORI DELL'EVENTO:

- Associazione HumaniorA - Laboratorio Letterario e Musicale
- Associazione NoiDonne2005
- Collettivo studentesco, Alghero
- “ResPublica”, Alghero
- Associazione “Afrikalghero”
- Atletica Ploaghe ASD
- Triathlon Team Sassari
- Associazione sportiva “Mudder Inside ASD”
- Podistica solidarietà, Roma
- Associazione “Progetto Farfalla Nuoro”
- Associazione “Casa delle Fate”
- Palestra Planet Fitness
- Kiness di Marco Angius
- Training Pro di Fabrizio Baralla
- Piscine Arcobaleno
- AQUA – SPA e Benessere
- DE Impianti
- Trabalzini Materiali Edili
- D&C di Dino Concu
- N.M. Costruzioni
- Caffetteria Solìn
- Ristorante L’Ultimo Piano
- Canale 12

PROGRAMMA
“LO SPORT: UN PONTE CON LA PALESTINA”
(Sassari, 30 agosto – 12 settembre 2017)


Mercoledì 30 agosto
22.35 - Accoglienza in aeroporto

Giovedì 31 agosto
11.00 - Visita al punto vendita “Training Pro” di Fabrizio Baralla
16.30 - Primo allenamento atletica “Stadio dei Pini – Tonino Siddi” (Sassari)
18.30 - “Visita medico-sportiva” per tutti gli atleti palestinesi

Venerdì 1 settembre
16.30 - Allenamento atletica “Stadio dei Pini – Tonino Siddi” (Sassari)

Sabato 2 settembre
16.30 - Allenamento atletica “Stadio dei Pini – Tonino Siddi” (Sassari)

Domenica 3 settembre - NUORO
Mattina - GARE “Manifestazione su pista Grand Prix”
Sera - GARE “XIII Manifestazione regionale Golden Sardegna”
Al termine - “Diversamente uguali” Incontro con Associazione “Progetto Farfalla” e con  la “Casa delle fate”

Lunedì 4 settembre
10.00 - Incontro con il Sindaco e con la Presidente del Consiglio Comunale di Sassari
13.00 - Visita Stintino – La Pelosa
20.30 - Visita al Laboratorio Musicale HumaniorA

Martedì 5 settembre
16.00 - Allenamento atletica “Stadio dei Pini – Tonino Siddi” (Sassari) con eventuale “Raduno di specialità”
19.00 – Incontro l’Associazione sportiva di corsa a ostacoli “Mudder Inside ASD” (Campo di allenamento di Via Budapest)

Mercoledì 6 settembre
10.00 – Palestra Planet Fitness
16.00 - Allenamento atletica “Stadio dei Pini – Tonino Siddi” (Sassari) con eventuale “Raduno di specialità”
19.30 – Incontro “Donne e Sport” in collaborazione con Associazione NoiDonne2005

Giovedì 7 settembre
16.30 - Allenamento atletica “Stadio dei Pini – Tonino Siddi” (Sassari)

Venerdì 8 settembre
09.00 - Visita guidata al quotidiano “La Nuova Sardegna”
17.00 - Allenamento atletica “Stadio Comunale” di Ploaghe e Incontro con le Autorità

Sabato 9 settembre - SASSARI
10.00 - Visita guidata della Città di Sassari
GARE “Campionati regionali individuali Allievi/E”

Domenica 10 settembre - SASSARI
GARE “Campionati regionali individuali Allievi/E”

Lunedì 11 settembre
09.00 – Visita ad Alghero, Capo Caccia e dintorni
13.00 – Pranzo
17.00 – “Partita di Amicizia” (calcetto) con Collettivo studentesco
20.00 – Incontro su “Lo sport in Palestina: i ragazzi di Gerico si raccontano” in collaborazione con il “Collettivo studentesco”, “Afrikalghero” e “ResPublica”

Martedì 12 settembre
12.45 – Partenza

Curriculum Associazione “Ponti non muri”
L’Associazione Ponti non muri nasce nel 2006 con la finalità di creare un ponte tra la Sardegna e la Palestina e anche altri paesi attraverso linguaggi universali come la musica, la cultura, lo sport. Si è occupata negli anni di realizzare “microprogetti” per sostenere bambini in difficoltà, che vivono in zone di guerra o problematiche (Palestina e Gaza, Chaco in Argentina, Thailandia, India).
Attenzione particolare viene data a ciò che accade in Palestina, terra sotto occupazione da più di sessant’anni, raccontando e informando su quanto realmente succede al popolo palestinese e i danni procurati dalla costruzione del Muro dell’apartheid (alto fino a 8 metri e lungo più di 750 chilometri) che chiude la Palestina (sia la Cisgiordania che Gaza) rendendoli un carcere a cielo aperto.
Le attività in Palestina si svolgono attraverso i 4 progetti fondamentali: 1. Progetto “Sport” per gli atleti della squadra Nadi Shabab Ariha di Gerico, 2. Progetto “Adozioni a distanza” dei bambini della Crèche di Betlemme, 3. Progetto “Ricamo” per le donne di Betlemme, 4. Progetto “Sapori” per i giovani di Gerico.
Le attività in Sardegna prevedono l’organizzazione di attività culturali e di informazione su tematiche inerenti la Palestina, presentazioni di libri, convegni e seminari, proiezioni di film e documentari, borse di studio, pubblicazione di CD musicali, libri e riviste, concorsi e concerti a tema e attività di raccolta fondi, oltre ad ospitare ormai da quattro anni lo stage sportivo di atletica leggera “Lo Sport: un ponte con la Palestina”.

***
CONTATTI

Associazione “Ponti non muri”

E-mail: pontinonmuri@yahoo.it
Facebook: Ponti non Muri

Per aria The sun of love - Rim Banna