venerdì 30 dicembre 2016

Parlare




Parlare.

Parlare troppo.

Parlare troppo e male.

Pensare.

Pensare a bassa voce.

Urlare il proprio pensiero.

Rendersi ridicoli.

Farsi rubare i pensieri.

Far diventare i propri pensieri motivo di colpe da espiare.

Cercare nel silenzio la pace.

Non trovarla.

Invidiare ingiustamente e contro la propria essenza chi sa attendere.

Chi sa calcolare il momento giusto per uscire vincitore da una guerra che non hai mai voluto.

Chi sa nascondersi bene per evitare di essere scoperto da parole che non saprebbe reggere.

Chi vive per fotterti.

"Stupidi" io dissi, "voi non sapete
che il silenzio cresce come un cancro
ascoltate le mie parole che io posso insegnarvi,
aggrappatevi alle mie braccia che io posso raggiungervi"
Ma le mie parole caddero come gocce di pioggia,
e riecheggiarono
nei pozzi del silenzio 

Per aria The sound of silence - Disturbed

giovedì 22 dicembre 2016

Nello stesso punto, alla stessa ora


Sarà successo almeno una volta nella vita che un giorno particolare sia rimasto indimenticato, indelebile.

Un attimo che il tempo non ha corrotto.

E sarà successo che abbiate avuto la voglia quello stesso giorno, alla stessa ora, di tornare nel medesimo punto dove avete vissuto l’emozione più intensa che sia mai esistita.

In genere succede con le cose brutte.

Vuoi perché ci si sente forti da poterle andare a rivivere, vuoi perché a volte le sofferenze sono un riparo e vuoi, che bello sarebbe, perché si vuole vivere la speranza di poter correggere il proprio passo.

Era una stradina stretta, buia come sa essere buio un tardo pomeriggio d’inverno.

Era un momento in cui avevo bisogno di un confronto, di una parola, di uno sguardo, di comprensione, di un “hey aspetta un attimo, non è come pensi”.

Era il momento in cui si era già deciso per te e in cui non c’era alcun bisogno di ulteriori parole.

Sarebbe bastata una provocazione, una frase buttata là con estremo calcolo infallibile, per renderti unico protagonista del disallineamento.

E abboccai.

E comincia a sbattere tutte le porte, a vedere nemici ovunque e dita puntate contro i miei occhi.

Sentii addosso la mancanza di gratitudine e una montagna di vita vissuta con intensità sgretolata, franata, persa.

E quella stradina diventare più nera della scena di un efferato delitto.

 Nello stesso punto, alla stessa ora, mi troverò, lo so, a piangere per il non detto, il detto troppo, il non potuto dire.

Colpevole oggi di un’accusa diversa da quella che meritavo.

E solo, oggi come allora, a mischiarmi all’altra gente.

Anonimo.


Per aria Other people - LP

venerdì 16 dicembre 2016

Zero


Non ci sono vinti, colpevoli.

Non ci sono rumori, sapori.

Non ci sono panorami, alberi.

Non ci sono case, piazze.

E non c’è ricordo, nostalgia.

Zero.

Non c’è più nulla che sia degno di essere visto, sentito.

Lontano da qui bisticciano per cercare i vinti, i colpevoli, i suoni, gli odori, la vista della nostra terra.

Lontano da qui piangono.

Lontano da qui il nome della nostra città è diventato popolare.

Perché ora?

Perché ora che è tutto finito?

Perché ora che ogni singolo respiro ancora miracolosamente in azione viene maledetto da chi possiede un cuore che continua a pulsare?

Dove erano quando tutto questo cominciava?

Sapete cosa mi importa delle loro risposte ora?

Delle loro lacrime di coccodrillo?

Della loro ricerca dei colpevoli?

Del loro voler appiccicare 2 o 3 stelle su una bandiera che non ha più alcuna dignità?

Zero.

Non ho nulla da sperare, chiedere.

Io so cosa gli importa del mio futuro.

E cosa gli importava quando ancora poteva essere salvato.

“Non c’è nessuno qui, oggi”



Per aria Zero - Lamb

mercoledì 7 dicembre 2016

Da solo, in mutande e senza potersi grattare il naso



La luce che entrava attraverso le tapparelle era di un colore strano, non conosciuto.

Forse erano le palpebre chiuse a dare una schermatura tale da produrre quell’effetto cromatico, ma dormiva ancora e non poteva saperlo.

Sognava, forse. O era in quella fase in cui si sogna a comando, ci si racconta le storie dentro.

Quelle storie in cui ci si mette al centro di tutto, dove sei il migliore, dove tutti ti cercano, dove puoi cambiare le cose quando prendono una piega diversa, dove puoi leggere quello che gli altri pensano, dove puoi decidere cosa pensano, dove sei dio.

In fondo era quello il modo attraverso il quale aveva trovato un giaciglio per il suo dolore, almeno fin quando la realtà gli socchiudeva le palpebre, le spalancava e lo riportava con il culo in quel mondo che era diventato un incubo per lui.

Ma quella luce, quella mattina, lo distolse dai soliti conati del risveglio.

Era di un colore simile al rosso, ma aveva sfumature di giallo e qualcosa di verde e ancora…

“Cazzo è?”

In fondo decidere di dare un nome al colore si rivelò presto un problema di secondo piano, anche perché la particolarità era che fosse cangiante.

Restò supino.

Mise solo meglio il cuscino per rialzarsi un po’, per seguire meglio, per capire meglio, per decidere se stesse vivendo qualcosa di normale che percepiva come stranezza o che fosse finito in un altro incubo di quelli che conosceva benissimo: trovarsi dentro la cosa più bella del mondo, che l’avrebbe preso e portato per mano verso il dolore più assoluto.

Si, perché quella luce era bellissima e in quel momento, non si sa per quale ragione, era là per lui.

“Chi sei? Cosa vuoi?”

Sentì naturale parlarle, sentendosi stupido immediatamente.

Doveva alzarsi, aprire quelle tapparelle, guardare fuori, verso l’alto magari, ma aveva paura, paurissima e poi quella cosa non l’aveva mai sognata, come non aveva mai sognato le cose bellissime che lo avevano distrutto. Quella cosa non se l’era cercata, come non si era mai cercato le cose bellissime che lo avevano distrutto.

Nei sogni era diverso. Poteva farci quello che voleva, persino farli finire prima che fosse troppo tardi e poi farli ricominciare da un punto diverso, parallelo nello spazio o nel tempo.

Ma con gli occhi aperti…

“Cazzo no, non è possibile”

Sentì un botto. Sordo e fortissimo seguito da una lunga eco vibrante.

Quella luce straordinaria che stava riempiendo il suo mattino si spense e lasciò il posto a un buio nerissimo e al silenzio più potente mai sentito.

Urlò.

Non sentì il suo urlo.

Cercò di portare le mani al viso non trovandolo.

Cos’era?

Si alzò di scatto, portò le braccia avanti coi palmi rivolti all’infuori per evitare di sbattere contro qualcosa, alla ricerca di un interruttore, niente.

Camminava come fosse in un deserto, camminava come se si trovasse nell’esatto centro del nulla.

“Sto sognando, sto solo sognando”

Si, magari era solo un sogno, diverso da quelli a cui era abituato. Un sogno vero, di quelli che non faceva più da tanto, di quelli che c’è bisogno di dormire profondamente per farli e di svegliarsi di soprassalto per ricordarli e soprattutto di quelli di cui non poteva disporre, di quelli che non poteva scegliere di sceneggiare a suo gusto e piacimento.

Era uno di quei sogni che si chiamano incubi.

Talmente reale da confondersi con il reale che aveva sempre vissuto.

Bellissimo che porta al dolore.

Ma stavolta era peggio.

Avrebbe camminato per sempre nel buio fitto e nel silenzio più asciutto, senza incontrare ostacoli, da solo, in mutande e senza potersi grattare il naso.

“mi allungo e controllo (in caso non l’avessi già fatto)
che tutto sia tornato a posto e che tutto vada bene,
eppure c’è ancora qualcosa che manca,
qualcosa….come le pareti”

Per aria Starálfur – Sigur Ros