mercoledì 7 dicembre 2016

Da solo, in mutande e senza potersi grattare il naso



La luce che entrava attraverso le tapparelle era di un colore strano, non conosciuto.

Forse erano le palpebre chiuse a dare una schermatura tale da produrre quell’effetto cromatico, ma dormiva ancora e non poteva saperlo.

Sognava, forse. O era in quella fase in cui si sogna a comando, ci si racconta le storie dentro.

Quelle storie in cui ci si mette al centro di tutto, dove sei il migliore, dove tutti ti cercano, dove puoi cambiare le cose quando prendono una piega diversa, dove puoi leggere quello che gli altri pensano, dove puoi decidere cosa pensano, dove sei dio.

In fondo era quello il modo attraverso il quale aveva trovato un giaciglio per il suo dolore, almeno fin quando la realtà gli socchiudeva le palpebre, le spalancava e lo riportava con il culo in quel mondo che era diventato un incubo per lui.

Ma quella luce, quella mattina, lo distolse dai soliti conati del risveglio.

Era di un colore simile al rosso, ma aveva sfumature di giallo e qualcosa di verde e ancora…

“Cazzo è?”

In fondo decidere di dare un nome al colore si rivelò presto un problema di secondo piano, anche perché la particolarità era che fosse cangiante.

Restò supino.

Mise solo meglio il cuscino per rialzarsi un po’, per seguire meglio, per capire meglio, per decidere se stesse vivendo qualcosa di normale che percepiva come stranezza o che fosse finito in un altro incubo di quelli che conosceva benissimo: trovarsi dentro la cosa più bella del mondo, che l’avrebbe preso e portato per mano verso il dolore più assoluto.

Si, perché quella luce era bellissima e in quel momento, non si sa per quale ragione, era là per lui.

“Chi sei? Cosa vuoi?”

Sentì naturale parlarle, sentendosi stupido immediatamente.

Doveva alzarsi, aprire quelle tapparelle, guardare fuori, verso l’alto magari, ma aveva paura, paurissima e poi quella cosa non l’aveva mai sognata, come non aveva mai sognato le cose bellissime che lo avevano distrutto. Quella cosa non se l’era cercata, come non si era mai cercato le cose bellissime che lo avevano distrutto.

Nei sogni era diverso. Poteva farci quello che voleva, persino farli finire prima che fosse troppo tardi e poi farli ricominciare da un punto diverso, parallelo nello spazio o nel tempo.

Ma con gli occhi aperti…

“Cazzo no, non è possibile”

Sentì un botto. Sordo e fortissimo seguito da una lunga eco vibrante.

Quella luce straordinaria che stava riempiendo il suo mattino si spense e lasciò il posto a un buio nerissimo e al silenzio più potente mai sentito.

Urlò.

Non sentì il suo urlo.

Cercò di portare le mani al viso non trovandolo.

Cos’era?

Si alzò di scatto, portò le braccia avanti coi palmi rivolti all’infuori per evitare di sbattere contro qualcosa, alla ricerca di un interruttore, niente.

Camminava come fosse in un deserto, camminava come se si trovasse nell’esatto centro del nulla.

“Sto sognando, sto solo sognando”

Si, magari era solo un sogno, diverso da quelli a cui era abituato. Un sogno vero, di quelli che non faceva più da tanto, di quelli che c’è bisogno di dormire profondamente per farli e di svegliarsi di soprassalto per ricordarli e soprattutto di quelli di cui non poteva disporre, di quelli che non poteva scegliere di sceneggiare a suo gusto e piacimento.

Era uno di quei sogni che si chiamano incubi.

Talmente reale da confondersi con il reale che aveva sempre vissuto.

Bellissimo che porta al dolore.

Ma stavolta era peggio.

Avrebbe camminato per sempre nel buio fitto e nel silenzio più asciutto, senza incontrare ostacoli, da solo, in mutande e senza potersi grattare il naso.

“mi allungo e controllo (in caso non l’avessi già fatto)
che tutto sia tornato a posto e che tutto vada bene,
eppure c’è ancora qualcosa che manca,
qualcosa….come le pareti”

Per aria Starálfur – Sigur Ros

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