lunedì 11 gennaio 2016

C’era una volta



C’era una volta in un paese lontano una signora.

Era assai venerata e lusingata da tutti.

Odiata a tratti.

C’erano lunghe file sul viale in ripida salita che portava alla sua casa.

Molti erano fermi da tempo immemore di fronte alla sua porta.

I pochi che ridiscendevano in gran parte erano le persone che avevano rinunciato a vederla, alcuni raccontavano di averla vista ma che fosse diversa da come l'avevano immaginata, altri ancora erano talmente vecchi che non ricordavano neanche perché avessero perso la propria vita nell’attesa che quella porta si aprisse, molti erano morti aspettando.

Un giorno andai anche io, non per scelta, ma semplicemente perché sentii di essere chiamato, finalmente, da qualcuno a cui affidarmi.

Ricordo quanto fossi eccitato all’idea.

Ricordo benissimo i sogni che avevo, quanto fossero legati a quell’incontro.

E ricordo ancor meglio la sicurezza e la forza che mi fecero compiere quella salita sorpassando tutti quelli che, come me, stavano per mettere nelle mani di quella signora il proprio futuro.

Arrivai.

Presi fiato un po’.

Bussai.

La gente intorno mi guardava con la faccia stupita.

Non capivo il perché.

Bussai ancora.

Invano.

Forse era uscita a far spesa.

Forse dormiva.

Forse usciva in determinati orari.

Ma nulla.

Nessun rumore all’interno.

La gente intorno aveva smesso di guardarmi.

Ero diventato uno di loro, seduto là fuori ad aspettare.

Ad aspettare qualcuno che non aveva intenzione di arrivare.

Ero diventato uno che si stupiva e rideva di chi arrivava, bussava, aspettava un po’ ritto di fronte alla porta, ribussava e diventava presto uno del gruppo che si sedeva e aspettava.

Ogni tanto qualcuno veniva portato via.

Ogni tanto qualcuno andava via di propria volontà, triste.

Ogni tanto succedeva qualcosa di strano.

Si vedeva una persona alzarsi come colta da un raptus, avvicinarsi a quella porta e parlare con qualcosa di assai simile a un fantasma. Sorridere, ringraziare e andar via correndo.

Passarono giorni, settimane, mesi interi.

Il caldo, il freddo, la pioggia incessante, la siccità.

La fame, la sete.

Ero esausto.

Una mattina decisi che non avrei atteso un minuto di più.

Tornai giù verso il paese.

Non feci caso alle persone che mi stavano aspettando invano da tanto tempo.

Cercai un piccone.

Lo trovai.

Me lo misi sulle spalle e arrancando raggiunsi quella casa.

Nulla era cambiato intorno.

Le persone che stavano in attesa erano sempre più stanche e smunte.

Ed erano in eterno contrasto con i fiori coloratissimi che la circondavano e con quei mattoni pastello a tener su un tetto a spiovente sempre nuovo e luccicante.

Schiumavo rabbia.

Bussai.

Erano mesi che non lo facevo più.

Sapevo che sapeva che ero là e sapevo che se voleva mi sarebbe venuta incontro.

Nessuna risposta.

Bussai ancora.

Comiciai a urlare contro quella porta maledetta.

“Venga fuori! Subito! Venga fuori signora Aspettativa!”

La gente ebbe un sussulto.

Avevo fatto il suo nome.

Avevo avuto il coraggio di fare il suo nome.

Nessuno prima ci era mai riuscito.

Era un po’ come compromettere l’attesa di tutti coloro che erano là, in quel momento, che erano stati là, da sempre.

Presi il piccone e cominciai a sbatterlo contro quella porta.

A sbatterlo ovunque, contro le mura, le finestre.

“Venga fuori maledetta!”

Fu un trionfo di bastoni, spranghe, pugni, urla contro quella casa.

Non era più il solo a voler vedere distrutta la speranza fatua.

- - -

La casa fu rasa al suolo.

Non c’era nessuno dentro.

Non c’era nulla.

Solo quattro mura.

Venerate come un dio capace di fare quello che noi vorremmo.

Come un dio che non esiste.

- - -

Tornammo alle nostre case.

Sconfitti.

Con una speranza in meno.

Lentamente.

Come reduci di una guerra persa.

Consapevoli.

Di qualcosa.

Che ci sarebbe servita.

O che non ci sarebbe più servita.

Chissà?

- - -

Portammo un fiore alla tomba in cui ci avevano seppelliti.

Ridemmo alla vista delle nostre foto sulle lapidi.

Non era quella che pensavamo di trovare.

Io mi sarei aspettato quella in cui alzavo le dita in cielo in segno di vittoria.

In cui sembravo un pazzo esaltato.

Non di certo questa, con gli occhietti tristi e desiderosi di coccole.

Lo stesso valeva per gli altri.

Per il ricordo che pensavano aver lasciato di loro.

Ridemmo ancora.

Prima di svanire nel nulla.

“Hey, you’ve been used
Write a song, Ill sing along
Are you calm? Settle down
Soon you will know that you are sane
You’re on top of the world again”

Per aria Expectations – Belle and Sebastian

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