mercoledì 23 settembre 2015

Domande

Prendi ancora decisioni senza comunicarle?

Cercando di farle intendere lentissimamente per tastare con scientificità gli accadimenti?

Lo hai sempre fatto?

O è stato un caso?

O semplicemente vuoi tenere tutto per te finché dura?

Come stai adesso?

Ti senti nella fierezza dei vincitori o pensi di aver comunque perso qualcosa?

Hai pena?

Non te ne frega nulla?

O stai provando godimento?

Fai ancora uso di fantocci che imprecano contro tutto senza capirne il perché?

Ne hai di nuovi sparsi per il mondo?

Sei ancora capace di bloccare il respiro e gonfiare la faccia quando non sai come uscirne?

E’ ancora fortissima quella capacità che hai di passare dal torto alla ragione?

E quella tua falsa umiltà che lavora sottotraccia a esaltarti a spese di altri?

Ma in fondo una e una sola è la domanda.

Come si vive con una maledizione addosso?

Io?

Tutto bene grazie.


martedì 22 settembre 2015

Senza richiesta di bis



Ti giuro che è vero.

         - Non mi interessa che tu giuri. Preferisco così.

Ne ho le prove.

         - Prove? Prove di un discorso tra voi?

Certo.

         - Ma mi hai detto che non c’erano testimoni.

Certo.

         - E allora?

Era detto in una chat.

         - Ah.

E se continui a non volermi credere te lo faccio vedere, ce l’ho ancora nel telefono.

         - No, non serve.

Ti faccio lo screenshoot e te lo mando?

         - No.

Quindi mi credi sulla parola?

         - Ehm...

Cosa?

         - Ecco io vorrei rimanere col dubbio che quella stronzata non ti sia mai stata detta.

No. Non ci sto.

         - Perché?

Perché così resterai col dubbio che io ti abbia detto una bugia.

         - Beh. In effetti si.

Ma non è giusto.

         - Lo so.

Non merito questo. Non sono stata io a chiedere che mi venisse detta una cosa così assurda.

         - No non lo meriti. Ma è andata così.

Mi fai stare male.

         - Mi dispiace.

Vorrei mi credessi.

         - Sai. Se io vedessi ora quelle parole scritte nero su bianco ne soffrirei da morire. Davvero, vorrei morire col dubbio che non siano mai state neanche   pensate. Mi capisci?

Si. E tu capisci me?

         - Si.

Ma ora non ti fidi come una volta.

         - Io non voglio più parlare né sentir parlare di quello che è successo in argomento.

Ok.

         - Bene.

Vado via?

         - Direi di si.

- - -

Ci si contamina. Anche senza volere. E si diventa, inconsapevolmente, colpevoli delle colpe altrui.

Non siamo.

Ma diventiamo.

Per il solo fatto di esserci trovati sfruttati da chi aveva bisogno di interlocutori forti e credibili.

Interlocutori che mai avrebbero tradito ma che si trovavano a tradire per il solo fatto di essersi messi in ascolto.

E a nulla serve provare la fedeltà.

Si entra nella commedia di quel momento.

Seppur attori non protagonisti si finisce fagocitati nella miseria di un finale fischiato.

Senza richiesta di bis.

- - -

Ma perché?

         - “Sta zitto, sii felice, smetti di lamentarti per favore

Per aria Anesthetize - Porcupine Tree

venerdì 18 settembre 2015

Hai provato a chiederti perché bussano alla tua porta?

Hai chiuso?

Perché?

Non vuoi che entrino a casa tua?

E come pretenderai un giorno di uscirne?

Là fuori se non ci fossero ostacoli e barriere sarebbe bellissimo.

Potresti passeggiare.

Prendere un gelato.

Incontrare le persone.

Parlare con loro.

Condividere le gioie.

Le tristezze.

Conoscere identità diverse dalla tua.

Mescolarti.

Crescere assieme.

Hai provato a chiederti perché bussano alla tua porta?

Non hai mai bussato a nessuno tu?

Eppure non avevi cattive intenzioni.

Come puoi pensare che là fuori vogliano levarti qualcosa?

Come puoi pensare che la disperazione sia un fatto pericoloso a prescindere?

Sei per caso in malafede?

Proietti il tuo essere malvagio sugli altri?

Sai che così la tua miseria toglie i bei vestiti che ti sei costruito addosso?

Sai che puzzi assai di più di chi non si lava da settimane.

Tu puzzi di inumanità in decomposizione.

Ma ci pensi?

Potresti aprire.

Rifocillare.

E poi spostarti con chi ti sta chiedendo aiuto.

Con loro.

Verso di loro.

Per riaccompagnarli a casa un giorno.

La loro casa.

L’unico posto in cui vorrebbero veramente stare.

In completa protezione.

Per te.

Per loro.

Nessuno tra una pressa di manganelli da una parte e di bombe dall’altra.

Sai come ti sogno?

Mano nella mano con chi è fuggito.

Ospite a casa sua.

Ma ci pensi che figata sarebbe?

Vedresti posti bellissimi.

Magari con il fumo intorno.

Perché quello per un po’ resta.

Nella mente.

Nel cuore.

Lo stesso fumo che ti costrinse a fuggire e chiedere aiuto tanti tanti anni fa.


Dimenticasti vero?


Per aria Bridges not walls - HumaniorA

giovedì 17 settembre 2015

LO SPORT: UN PONTE PER LA PALESTINA

LO SPORT: UN PONTE PER LA PALESTINA

di Giuseppe Del Vecchio

  
Oristano.

Un tranquillo pomeriggio di settembre.

Si arriva per tempo.

Un’oretta di viaggio in macchina da Sassari.

I ragazzi sono silenziosi.

Preoccupati.

Quella spensieratezza che all’apparenza li aveva accompagnati fino a quel giorno lascia il posto a...


per aria Bridges not walls - HumaniorA

lunedì 14 settembre 2015

Tandoori: Se e per quando le potranno ascoltare

A Daniele piacque tanto.

Forse per la canzone che c'era sotto.

Forse perché c'era dentro qualche parola che lo aveva attratto.

Non so bene perchè.

So solo che se aveva dentro qualcosa non faceva fatica a dirtela.

So solo che era un momento di merda per me.

Ma mi fece sorridere. E di gusto.

Non riesco a esprimere nulla e per questo vorrei lasciare a questi giorni di dolore un momento bello.


Ciao amico mio, ti voglio bene.

Tandoori: Se e per quando le potranno ascoltare



giovedì 10 settembre 2015

A cuor leggero



Non aveva mai conosciuto terreni lisci e piatti.

Aveva affrontato ogni cammino saltellando come una mountain bike tra sentieri scoscesi e impervi.

Era caduto.

Tantissime volte.

E si era sempre fatto male.

Un male atroce.

Si era rialzato.

Sempre.

Mettendoci un po’.

A volte aveva preferito riprendere il cammino zoppicando.

Con la frenesia tipica di chi ha paura di far tardi a un appuntamento importante.

Altre, invece, aveva atteso di star bene.

O di qualcuno che venisse a prenderlo di peso.

A costringerlo a metter via la paura e a ricominciare.

Era un solitario.

Ma c’erano occasioni nelle quali si affidava completamente.

E spesso era proprio in questi casi che le cadute erano le più rovinose.

Malgrado la bellezza del viaggio assieme.

In condivisione.

Malgrado i panorami bellissimi che gli erano stati messi tra le mani.

Era davvero un tipo difficile da capire.

Lui stesso non trovava le motivazioni giuste di fronte ai suoi comportamenti lunatici.

E poi amava da morire e odiava con la stessa forza.

Ma non era un indifferente.

Anche quando la sensazione che dava poteva sembrare tale.

Lui stava male.

Sempre.

Anche quando la gioia lo permeava.

Semplicemente perché si spostava coi pensieri al prima e al dopo.

A ciò che aveva vissuto e a quello che sarebbe stato il momento in cui la gioia comunque avrebbe lasciato spazio al vuoto.

In fondo era un abbandonato.

Lo era stato da sempre.

E da abbandonato viveva anche i momenti in cui era cullato tra le braccia altrui.

Sapeva che la sua maledizione avrebbe fatto durare poco i momenti di estasi.

Un giorno qualcuno lo vide da lontano.

Se ne stava seduto, appoggiato a un albero.

Aveva la testa sulle ginocchia abbracciate dalle sue braccia smilze.

Non aveva nulla vicino.

Era nudo.

Completamente.

E sporco.

Ridevano alla sua vista.

Gli tiravano sassi da lontano.

Lo colpirono diverse volte ma non ebbe alcun sussulto.

Sembrava morto.

Si avvicinarono un po’.

Cominciarono a urlare.

Nulla.

Nessun movimento percettibile.

“Andiamo via!”

Avevano paura.

“Non possiamo lasciarlo così!”

Avevano compassione.

“Chiamiamo un medico!”

Avevano paura.

“Io mi avvicino!”

Aveva voglia di toccarlo.

Di capire bene.

Lei era fatta così.

Sapeva benissimo cosa provava.

Cosa aveva provato.

Perché e quando.

E lo sapeva perché aveva percorso strade simili alle sue.

Ed era caduta millemila volte.

Proprio come era successo a lui.

E lo sapeva perché anche lei un giorno si trovò piegata sotto un albero.

Nuda.

Sporca.

E senza vita.

“Andate via! Voglio restare sola con lui!”

Aveva un carisma enorme.

E nel giro di poco nel raggio di centinaia di metri c’erano solo loro due.

Come se si fossero dati un appuntamento in un altrove invisibile agli occhi del mondo.

“Hey! Sono io!”

Gli prese la mano.

Era gelata.

Ma pulsante.

Viva.

Ma arresa.

Stanca.

Ma felice.

“Hey! Mi riconosci?”

Volto il palmo verso il suo.

Strinse forte.

E portò quella stretta sulla sua faccia.

Calda.

Umida di pianto.

“Ce la faremo!”

Lo persuase.

“Stai qui. Ferma. Abbracciami. Fin quando ne ho bisogno”

Parole pronunciate da una voce che non usciva perfettamente dalle corde vocali.

Ma chiare.

Precise.

Scandite.

Nessuno seppe di loro.

Mai più.

Erano stati inghiottiti.

Da quell’altrove.

Dove ogni cosa è eterea, inconsistente.

Bianca e soffice.

Come le nuvole del cielo.

Che scompaiono e vanno a finire chissà dove.

Esattamente come era successo a loro.

Così... a cuor leggero...

“E chissà quante volte ci perderemo ancora
prima di non perderci mai più
E chissà quante volte ci perderemo ancora
prima di non rivederci più”


Per aria A cuor leggero – Riccardo Sinigallia

martedì 1 settembre 2015

Raggiungo la Sardegna, raggiungo Ponti non Muri

Prendersi del tempo.

Dedicarlo.

Affascinarsi agli occhi e ai sorrisi limpidi.

Vogliosi di prendere ogni frammento di nuovo.

Tornare a stupirsi.

Fare i conti col proprio essere.

Con quello che era.

Con quello che non sarà mai.

Veder combaciare un sogno con la realtà.

Anche se già sappiamo che è un momento destinato a far numero nel cassetto della nostalgia.

Non scrivere per un po’.

O scrivere solo quando la testa scoppia troppo forte e non riesci a tenere ogni cosa dentro.

La lista della spesa è completa.

Raggiungo il sogno costruito con le persone che hanno deciso di condividerlo con me.

Senza chiedermi perché.

E senza aver paura che le cose belle sono destinate a finire.

Raggiungo la Sardegna che mi ha rapito il cuore con la sua schietta tenacia.

Raggiungo Ponti non Muri.

Chi vuole sapere.

Chi vuole vedere.

Chi vuole capire.

Chi vuole stare accanto a questi pensieri, a queste speranze, a queste paturnie venga con me.

Anche solo col cuore.

Io da domani sarò con loro.



Tornerò a sperare stando assieme che un mondo migliore è ancora possibile.

Con lo strumento dello sport.

Lo sport che amo.


E se avete voglia di saperne di più, di aiutare, di essere voi stessi vogliosi di parlarne o se volete passare di persona ad abbracciare questi meravigliosi campioni scrivete a eventipontinonmuri@gmail.com

a presto.

“Qua in Sardegna regna il buonumore,
anche quando è il caso di nascondere il dolore”



Per aria Sardegna – Cesare Cremonini