venerdì 28 agosto 2015

Perché?


Non era sentito dire.

Aveva letto e visto con i suoi occhi quelle parole.

Tramandate con infamia.

E un bel po’ di cinismo.

Era assolutamente perso ora.

Mai e poi mai avrebbe mai pensato che sarebbe arrivato a tanto.

Anche se il lato oscuro di se stesso glielo suggeriva in continuazione.

Il dubbio.

Il dubbio in quel caso e fino a quel giorno era la sua unica ancora.

Il dubbio e quel suo sentirsi sempre dalla parte del colpevole.

In un sol attimo aveva perso ogni cosa.

Aveva avuto la certezza e con lei la gloria della ragione.

E questo lo sfiniva.

Ora finalmente avrebbe potuto.

Avrebbe dovuto mettere un punto.

Scrollarsi di dosso ogni vergogna per la rabbia scaricata.

Riprendere a camminare libero.

No.

Non era sentito dire.

Non lo era.

Nessuna giustificazione avrebbe potuto più essere campata per aria.

Solo una cosa restava.

A batter le tempie.

Fortissimo.

A scavare lo stomaco.

A rendere le sue ore merdosa sintesi di tempo passato nella falsità.


Solo una cosa restava.

Perché?

“Dietro i suoi occhi c'è un sipario
Ed è stato chiuso per nascondere le fiamme
Le rovine”

Per aria Parting ways – Pearl Jam

mercoledì 26 agosto 2015

Ma voi mette?

Emozionatevi!

Lasciate andare ogni cosa.

E urlate fin quando la gola non duole.

Piangete fino a ridere di gusto.

E poi bevete, cazzo, fin quando non vi resta che dare di stomaco.

Prendete la gente, scuotetela, abbracciatela e poi lasciatela andar via basita.

Date cazzotti al muro fino a fratturarvi le nocche.

Prendete fiato fino all’apnea e buttate via tutto.

Fate le facce inventando le smorfie più brutte che esistono.

Arrivate a scoparvi il primo che passa senza neanche chiedergli il nome.

Anzi inventatevelo quel cazzo di nome sperando di prenderci.

E se non ci prendete che sia lui a cambiar nome.

Rubate un fiore e regalatelo a quello con la faccia più di merda che conoscete.

Si, si, proprio lui.

Quello che vi guardava come se foste proprio voi il suo problema di frustrato.

(n.d.r. Poraccio)

E poi stupitevi!

Stupitevi delle cose più insignificanti.

Perché se esistono un motivo ci sarà.

E poi, ancora, fate discorsi senza senso.

Con le prime cose che vi escono dalla testa.

Senza calcolare nulla.

Senza aver paura di doverla pagare.

Senza aver paura di essere presi a schiaffi.

Liberatevi.

E se dopo, tornando in voi, vi sentirete dei coglioni non preoccupatevi.

Significa che siete in grado di andare e tornare.

Che siete vivi.

Liberi.

Intensi.

Sognatori.

Dei veri stupidi!

Di quelli che se vogliono non capiscono nulla.

E se non vogliono non capiscono un cazzo lo stesso. 

E che se si sentono urlare addosso BASTA capiscono esattamente il contrario.

E 99 su 100 ci prendono anche.

Daje, cazzo!

Basta co’ sta smania de difenne la faccia a tutti i costi.

Che poi le rughe vengono lo stesso.

E la gente chiacchiera lo stesso.

E se devi morì mori lo stesso.

E chi te vole bene te vole bene lo stesso.

Alle brutte te levi de torno chi tentenna.

Ma voi mette?


Per aria Canzone stupida – Simone Avincola

martedì 25 agosto 2015

Il rinnegato



Rideva a crepapelle quel giorno.

Aveva avuto la conferma definitiva che quello che era stato scritto per lui nel grande libro del destino era impossibile da cambiare.

Avrebbe potuto far piroette e salti mortali.

Avrebbe potuto urlare, raccontarsi, piangere, urlare, imprecare, pagare un cartomante.

Nulla sarebbe cambiato.

Mai.

Era triste, è vero.

Ma, cazzo, quando ci si trova di fronte all’impossibile e l’impossibile viene riconosciuto subentra una sorta di serenità folle.

Un po’ come quando sei ubriaco.

Che non te ne frega più un cazzo di niente.

Rideva finalmente.

Di un ridere sguiato.

Non tenuto.

Puro.

Quella maledizione contro la quale aveva combattuto una vita era assolutamente imbattibile.

Era esattamente come il colore della sua pelle.

Che la puoi abbronzare ma sempre pallida resta.

Lui era nato rinnegato.

E da rinnegato sarebbe morto.

Nulla e nessuno avrebbe mai ammesso di averlo visto se quel vederlo avrebbe potuto ledere in qualche modo il cammino dello spettatore non pagante che aveva incontrato.

Nessuno lo aveva toccato insomma.

Nessuno.

Anche se ancora sentiva addosso il tatto.

Sotto le sue mani i piedi.

L’odore, il sapore, la puzza, il rancore.

Tutto falso amico mio.

Tu sei un sognatore e confondi la realtà con la fantasia.

Stacce.

Rideva.

Non riusciva a smettere di ridere.

Aveva dolore sotto le costole e le mutande bagnate.

Ma rideva ancora infinitamente.

E da quel momento cominciò a rinnegare se stesso.

In fondo si era inventato tutto.

Aveva sognato ancora.

Ma stavolta, era come quella volta tanti anni fa, sembrava davvero vero.

Porca zozza!

Si addormentò ridendo.

Ma non sognò.

In fondo lui le storie se le faceva da sveglio.

Si svegliò di buon mattino.

Stranamente fresco e riposato.

Aveva una consapevolezza in più.

E si era scrollato di dosso la croce più pesante della sua vita.

Avrebbe potuto godersi le cose, ogni cosa, bella, brutta o media, che gli sarebbe capitata come irreale, unica e irripetibile.

Avrebbe potuto prendere ogni cosa con la consapevolezza che si trattasse soltanto di un sogno.

Un’invenzione.

E che nessuno avrebbe mai ammesso di averlo visto, toccato, amato, odiato, violentato, picchiato, accarezzato.

Quella mattina uscì di casa ridendo.

A crepapelle.

E chi lo vide passare dava colpetti col gomito esclamando “no, non può essere lui”.

Un saluto col dito medio li accompagnò.

Mentre distoglievano lo sguardo.

Lui era finalmente sceso da quelle montagne russe. Loro... Chissà?

“Corro per i tempi dietro all’espressione
ogni emozione che sento mi spinge
a esprimere le cose non dette
e che giustizia sia fatta
nelle nostre povere vite addormentate

Passa, passa, passerà
l’ultimo resterà”

Per aria Les passants - Zaz

venerdì 21 agosto 2015

La lettera


Questa vorrebbe tanto essere una lettera.

Una lettera di quelle che vanno a destinazione anche se non spedirai mai.

Una lettera che metti online nella speranza che venga letta.

Senza l’ipocrisia di doversi nascondere dietro un “io scrivo per me, per me soltanto”.

Ma questa non è e non sarà mai una lettera.

In una lettera c’è un indirizzo al quale deve arrivare.

In una lettera c’è un tu e un io, un qualcuno che dà, un altro che riceve, uno scambio.

In una lettera c’è la possibilità di ricevere una risposta.

Una speranza almeno.

Qui no.

Qui non c’è nulla.

A parte un po’ di disperata rassegnazione.

Un fragoroso senso di impotenza.

E un sentirsi stupidi.

Ma stupidi davvero.

Ma che bello sarebbe poterla scrivere questa lettera.

Che bello sarebbe immaginarne l’apertura.

E la lettura con le labbra che si muovono silenti.

Chissà?

Magari farebbe anche sorridere un po’.

Dare la sensazione di una coccola.

O far incazzare.

Dare la sensazione di un cazzotto.

O non fare né caldo né freddo.

E poi  una lettera potrebbe perdersi nel tragitto.

O finire in mani sbagliate.

Strappata.

O usata per dare benzina al movimento di un dito puntato contro.

E in ogni caso potrebbe lasciare chi la scrive nell’atroce dubbio di aver fatto una stronzata.

Grossa.

Molto più grossa di altre.

Ma poi cosa dovrei mai scriverci dentro a questa lettera?

Raccontare come va?

Parlare del più o del meno?

Chiedere come va?

Sapere...

Ma cosa?

E con che diritto poi?

O potrei chiedere spiegazioni.

O chiedere scusa.

O qualsiasi altra cosa.

Anche la più scema.

Solo per l’ostinata voglia di far capire che ci sono.

Sapere se è così solo per me.

O chissà cosa altro.

Affidare la mia esistenza e il mio sentire a una lettera, rinchiusa in una busta e spedita.

Per poi scoprire chissà quando o non scoprire mai  che la mia esistenza e il mio sentire sono stati estratti da una busta, presi, guardati di traverso, strappati in mille pezzi e gettati via.

Questa voleva davvero essere una lettera.

E magari un giorno lo sarà.

Chissà se l’indirizzo a cui spedirla è cambiato.

O è rimasto uguale.

Chissà?


 Per aria The letters - Leonard Cohen

martedì 18 agosto 2015

In fondo era cammino



Erano ormai tanti i giorni in cui camminava quasi incessantemente.

Si riposava spesso.

Ma per poco tempo.

Il senso di colpa della fermata era troppo più forte del bisogno di riposare le gambe.

Troppo più forte della necessità di dormire un po’ di più di qualche mezz’ora ogni tanto.

Troppo più forte di lasciare quel sentiero che sembrava infinito per trovare qualcosa di più sostanzioso da mangiare.

No.

Non riusciva a capire che prima o poi avrebbe ceduto.

E, in fondo, cosa sarebbe cambiato?

Proseguire lunga una strada impervia che andava chissà dove o restare appallottolato sotto un albero a lasciarsi morire.

Eppure si sentiva invincibile e anche fortunato.

Era sudicio.

Ma non c’era nessuno intorno che potesse disprezzarlo per la puzza che esalava.

Era affamato, assetato.

Ma trovava ogni tanto qualche bacca e torrentelli d’acqua fresca.

Era solo.

Ma sapeva ancora sognare e gli bastava e avanzava.

Non aveva scarpe.

Ma aveva calli ai piedi che non sentiva più il dolore di quel sentiero sconnesso.

E poi c’era qualcosa oltre.

Qualcosa che doveva raggiungere.

Ad ogni costo.

E forse le cose più belle che possano esistere sono quelle simili a quelle più brutte nel loro evolversi.

Sono quelle che non puoi sognare.

Sono quelle che non puoi vivere prima nei pensieri.

Sono quelle che non puoi sciapire con l’attesa.

Sono quelle che tanto non potranno mai passare inosservate.

Sono quelle che ti spaccano in mille pezzetti e poi dopo...

Poi dopo si vede.

E non era importante quel maledetto cammino.

Era sopportabile malgrado fosse assolutamente straziante.

Era libero.

Di una libertà che niente e nessuno avrebbe mai potuto sfigurare.

Era suo, soltanto suo.

Avrebbe potuto fermarsi.

Tornare indietro per giunta.

O avrebbe potuto continuare per sempre senza l’assillo del traguardo.

In fondo era cammino.

Lentissimo.

Cammino che recava in sé il dono del godimento di ogni singolo attimo.

Si era addormentato sotto il fusto di un albero secolare.

E fu svegliato da una goccia di rugiada.

Aveva intorno mostri bloccati dall’ombra di quei rami colmi di foglie verdi.

Anche quelli erano suoi, soltanto suoi.

Ma aveva imparato a liberarsene per un po’.

Il tempo necessario per riprendere fiato.

Si alzò.

Riprese il sentiero.

I mostri lo seguirono come sempre.

La lotta verso il suo altrove proseguiva.

Durissima.

Violentissima.

Proibitiva.

Intrisa di lacrime, sorrisi, urla, silenzi, sudore, sangue, maledizioni, bestemmie, ricordi, nostalgie, sogni, incubi, desideri di morte, visi che tornavano alla mente, angherie subite, baci ricevuti.

E una serie infinita di sticazzi che lo rendevano follemente innamorato di ogni cosa che incontrava.

Bella o brutta che fosse.


“There are promises broken and promises kept
Angry words that were spoken, when I should have wept
There's a chapter of secrets, and words to confess
If I lose everything that I possess
There's a chapter on loss and a ghost who won't die
There's a chapter on love where the ink's never dry
There are sentences served in a prison I built out of lies”

Per aria The book of my life – Sting feat. Anouska Shankar

mercoledì 5 agosto 2015

Seme di malinconia


Io oggi avrei potuto scrivere qualcosa qui.

Nella speranza estrema che fosse letta da qualcuno in particolare.

Ma io oggi avevo bisogno di averne certezza.

E avevo bisogno che non ci fossero dubbi su quello che avevo da dire e a chi lo dovevo dire.

E allora non l’ho scritto qui.

Ho messo via l’orgoglio e la paura di essere preso per coglione e l’ho detto direttamente.

Ma siccome questo è l’unico posto che ho dove tengo appesi i ricordi a un giorno e a un’ora precisi sento la necessità di appiccicare un post-it su queste pagine.

Che non sia lesivo.

Che non sia illusorio.

Che non deluda o infastidisca.

E come in ogni post infilare una canzone.

Quella che stavo ascoltando durante...

Quella che stavo ascoltando nel momento in cui mi è venuta voglia di aprire uno spiffero e far uscire quattro parole in croce.

Io oggi ho detto qualcosa di diverso da quello che sentivo prima che persone a me vicine scomparissero da questa terra.

Qualcosa che avrei dovuto comprendere prima che fosse troppo tardi.

Ma sti cazzi.

Ormai è andata.

Ormai sono andate.

Ed è giusto piangerle gratis.

Senza sensi di colpa ulteriori.

Io oggi ho detto qualcosa che non mi salverà dagli errori commessi o da quelli subiti.

Ma a volte hai bisogno di togliere il silenzio e di sputare in faccia qualcosa a qualcuno al quale malgrado tutto tieni.

Anche se alla fine è come se stesse sotto l’alberi pizzuti come gli altri.

Ed è a questo che ancora voglio ribellarmi.

Chi c’è al mondo non ci sta perché ci sono anche io.

Ci sta come essere unico e irripetibile.

Come una meraviglia.

Chi più, chi meno.

Ok.

Credo basti questo come seme di malinconia di oggi.

Finito.

Sparisco.

“Se domani cola il nero sui disegni, puoi rivenderli a metà
che per me che vivo solo dei miei sogni, presto il buio scenderà

e a chi ha pagato il vino
alle mie notti
un sorriso spunterà

Ma perdonami ti prego, nel bicchiere io non vedo siccità
Ma perdonaci ti prego, e vedrai qualcuno ti perdonerà”

Per aria Se domani* – Simone Avincola
* versione casareccia - la versione originale è presente nell'album Km 28 che vi consiglio di ascoltare da capo a piedi.

sabato 1 agosto 2015

Esattamente cinque anni fa



Esattamente cinque anni fa poggiai per la prima volta i miei piedi in Palestina.

Sapevo poco o nulla delle verità di quel luogo.

Io chiamavo la Palestina terra santa.

E, in effetti, quel viaggio altro non era che un regalo che facevo a mia mamma per andare a visitare i luoghi sacri della cristianità.

Si un pellegrinaggio.

Con tanto di pie donne, preti e suore e gente che non vedeva l'ora di fermarsi da qualche parte a caso per allargare le braccia verso il cielo e pregare.

E poi c'era un pullman che faceva di tutto per non far notare i checkpoint e un fratacchione come guida che non risparmiava raccomandazioni del tipo "non andate oltre la piazza della Natività perché là sono tutti delinquenti".

Insomma uno di quei viaggi che fanno in molti.

Ma io rimasi folgorato.

Esattamente cinque anni fa, nel punto esatto in cui tutti gli iddio del mondo si incontrano io ho capito che iddio non esiste.

Esattamente cinque anni fa, a Betlemme, io andai oltre quella piazza perché avevo una commissione da fare.

E scoprii che oltre quella piazza non c'erano delinquenti.

C'erano persone che erano l'esatto contrario.

C'erano persone sorridenti e accoglienti, capaci di farti sentire a casa tua e mai paghe di toccarti il cuore a carezze.

Quel viaggio lo ricordo in maniera netta.

E ricordo che non riuscivo a stare con le persone che partirono con me.

E che mi incazzai a morte quando a Gerico mi portarono a mangiare in un posto dove ogni pellegrino che passa di là deve per forza andare.

E che non era previsto che io mi fermassi a guardare con il culo staccato dal sedile del pullman quelle casette incastonate nella montagna arida.

Esattamente cinque anni fa io decisi che avrei dedicato me stesso a quella terra e a quelle persone.

E a guardare indietro oggi credo di aver fatto un bel casino.

Ho cominciato a studiare,

Ho cercato persone che lavoravano là da sempre.

Ho trovato persone che avevano voglia di raccontarsi.

Ho costruito cose, amicizie, fratellanze.

Ma ho anche fatto danni.

A me stesso soprattutto.

Ma ho portato me stesso.

Il mio modo di vedere le cose.

La mia arroganza nell'imporle.

In fondo sono un bullo.

Che poi pensavo.

Io mi ritrovo spesso a parlare del passato.

Con malinconia.

Con rabbia a volte.

Col ricordo spassionato di ogni dolore.

Ora invece mi ritrovo a ricordare il passato come momento in cui è nato qualcosa che sto ancora vivendo.

Ecco.

Esattamente cinque anni fa è nato un amore.

Indissolubile.

E tutto quello che c'è nel trascorrere dei giorni non lederà mai la purezza di questo amore.

Non voglio dire altro.

Delle cose che ho fatto.

Delle bombe che ho sentito per telefono o registrate su wattsapp.

Delle persone che ho incontrato.

Di quelle che mi hanno voluto bene.

Di quelle che sembrava mi volessero bene.

Di quelle con cui non ci siamo capiti.

Delle cose che ho scritto tranne una.

Dei progetti che ho sostenuto.

Della musica che ho messo su per fare in modo che si realizzassero.

Di quanto ho rotto il cazzo a chiunque.

Potrei parlare di questi cinque anni per cinque anni.

Ma non servirebbe a nulla.

Scrivo questa cosa perché fa conto paro.

Come fanno alcuni nelle giornate della memoria.

Ma con la differenza che io la mia amata Palestina ce l'ho nel cuore ogni istante della mia vita.

Chiudo qui.

Ho detto che non voglio dire altro delle cose che ho scritto tranne una.

Una cosa che scrissi a memoria di quel giorno in cui varcai quella piazza e mi lasciai alle spalle quel farabutto di un frate, questa: Una Mattina a Betlemme.

Quel giorno nacque anche il mio amore per Ponti non Muri.

Ma questa è una storia che continua e va seguita senza la nostalgia del mio stanco scrivere.

Per aria The taste of love - Rim Banna