mercoledì 29 luglio 2015

Capace di vivere sotto l’acqua

Non aveva ignorato.

Aveva semplicemente fatto finta di nulla.

Come si fa quando non si vuole sentire la voce che spinge contro quelle che sono le tue esigenze.

Si era convinto che avrebbe potuto lottare fino allo stremo delle forze.

Non aveva capito che la direzione del vento non la si può cambiare con l’impegno e la sofferenza.

Quella va dove cazzo vuole lei.

Lo puoi rincorrere il vento.

Puoi andare assieme a lui.

Ma non puoi sperare che ti venga dietro.

Non puoi legarlo come un cagnolino fedele.

Ma era stato comunque combattivo.

Almeno per questo avrebbe dovuto essere fiero di se.

Non sentirsi un coglione per aver perso il suo tempo in imprese impossibili.

Ma, in fondo, era stato educato così.

Se qualcosa non andava per il verso che lui amava la colpa era solo e soltanto la sua.

E bisognava cambiare atteggiamento.

Alla ricerca di quello che sarebbe risultato prima o poi vincente.

Illusioni.

Che alla fine lo trascinavano sempre e soltanto verso la spossatezza più dura.

Frustrazione.

Depressione.

Rabbia.

Apatia.

Voglio di lasciare il mondo a girare un po’ da solo.

Un po’ tanto.

A guardare la gente correre.

Sfracellarsi.

Sodomizzarsi.

Scoprire che l’eterna lotta verso la morte non è altro che una presa per il culo.

Sbudellarsi dalle risate.

Piangere disperatamente.

Vedere con gli occhi di chi può vedere tutto.

Vedere come ogni comportamento dell’uomo sia condizionato dall’imposizione del sé.

E alla fine intenerirsi.

Perché no?

Intenerirsi come avrebbe dovuto fare di fronte a un abbraccio dato in un aeroporto.

E non starci male.

Malissimo.

Intenerirsi come avrebbe dovuto fare sempre.

E non starci male su tutto.

Malissimo su tutto.

Solo e soltanto perché oggetto di tenerezza non era stato lui.

Quello era il preciso istante in cui avrebbe dovuto fare una scelta.

Cedere alla morte.

O cedere a se stesso.

Che poi era la stessa cosa.

Quello era il preciso istante in cui ancora una volta il vento aveva preso la sua decisione.

Ma ora sapeva che non avrebbe potuto cambiarlo.

Ora sapeva che se il vento aveva deciso di spingerlo verso l’annullamento di sé, non gli restava che allargare le braccia e farsi avvolgere e portare.

Sentì come un sollievo andare con.

Sentì come un sollievo non dover più annaspare nel tentativo estremo di essere artefice del proprio muovere.

E là fuori, la gente, si stupiva del suo cambiamento.

Lo vedeva sereno, tranquillo, sorridente, stranamente arrendevole alle proposte altrui.

Morto dentro.

Lo vedeva pulito, riposato, pronto al dialogo, stranamente d’accordo su ogni cosa.

Morto dentro.

Non lo vedeva proprio.

Non lo vedeva nessuno che era morto dentro.

Là fuori, la gente, lo aveva reso essere perfetto.

Capace di vivere sotto l’acqua.

Capace di respirare sott’acqua.


Per aria  Breathing under water - Anoushka Shankar

venerdì 24 luglio 2015

Quell'albero e lui



Era un tipo molto strano.

Amava trascorrere le sue giornate all’ombra di un sughero, lontano da tutto e da tutti.

Avete presente un sughero?

Quella sua corteccia che alla vista fa venir voglia di accarezzarla?

Quando sulla sua strada si presentò quell’albero se ne innamorò.

Chiese in giro per sapere cosa fosse e il dottore del paese che gliene parlò rimase stupefatto della reazione.

Pianse a dirotto quando seppe quale fosse l’uso che gli umani facevano di quella corteccia.

Che magari si riformava come la pelle scorticata sul ginocchio di un bimbo rovinato maldestramente sul brecciolino.

“Sembrava sentisse addosso il dolore del raschiamento” raccontò il dottore.

E da quel momento era diventato quello il suo luogo di ristoro e cura.

Anche se l’impressione che dava era quella di chi stava difendendo quella corteccia dallo sfruttamento.

Erano tante le persone che lo guardavano da lontano.

Qualcuno cercava di avvicinarlo.

Ma lui non gli dava modo di parlare.

A volte tirava fuori i denti come fanno le bestie per spaventare i predatori.

Altre fingeva di dormire.

Ma lui, soprattutto, non si alzava mai se intorno c’era qualcuno che potesse sorprenderne le mosse.

Che poi sapete come è fatta la gente?

Quando incontra qualcuno che ha comportamenti inspiegabili si appassiona.

Ne parla.

Dà la sua.

Impone la sua.

Intorno a quell’albero e a quell’uomo si era sviluppata la coltura più intensa di provetti psicologi della terra.

Mandavano in perlustrazione bambini, vecchietti, cani, una volta persino una papera.

Nulla.

Lui non cambiava atteggiamento.

Aggressivo.

Persuasivo.

Chiuso a riccio.

Qualcuno cercò di risalire alla sua identità.

Chiamarono i carabinieri.

I servizi sociali.

Ma nessuno ebbe il coraggio di scollarlo di là.

In fondo non dava fastidio a nessuno.

Anzi, era diventato un bel passatempo per la gente e un ottimo consumatore di avanzi da gettare via.

Perché poi la gente si fa in quattro per far star bene...

No, ecco, questa no,

Non funziona.

In realtà cominciarono a prendersi cura di lui perché da quando era seduto là in quel paese dimenticato da dio cominciarono ad arrivare i turisti.

Una ragazza, provetta giornalista, scrisse di lui sul suo blog e la cosa incuriosì un giornale locale.

Ci mise pochissimo la notizia a girare e a fare del signore del sughero un’attrazione.

“Perché nessuno cerca di capire cosa ha dentro veramente?”

“Ci deve essere qualcuno che lo conosce!”

“Ma non è che ha ammazzato qualcuno?”

“E se ha una malattia contagiosa?”

Beh facile intuire quali fossero le parole che giravano intorno a una birra fresca del chiosco nato in un attimo a poche decine di metri dal sughero.

Parole che non cercavano risposta o approfondimento.

Erano buttate là, per passatempo.

“UN TE’! BOLLENTE!”

Si girarono tutti.

Facevano 40 gradi all’ombra.

Era una ragazza bellissima.

Sconosciuta.

Con la pelle chiarissima.

“ALLORA? E’ POSSIBILE AVERE UN TE’ BOLLENTE?”

La richiesta fu evasa in silenzio.

Nessuno ebbe il coraggio di parlarle.

Nessuno ebbe il coraggio di parlare.

Erano fissi con lo sguardo sulle sue caviglie.

“DOV’E’?”

Si alzarono le braccia parallelamente al terreno.

Tutte indicavano quel sughero.

La chioma del sughero.

Non quell’uomo seduto sotto.

La ragazza ingurgitò il tè come avesse lingua d’amianto e si diresse lentamente verso.

“Stia attenta!”

Si voltò verso la bocca da cui provenne quella voce e tirò fuori i denti proprio come faceva lui.

Il silenzio tornò ancora più forte di prima.

Si misero tutti in posizione giusta per assistere a qualcosa che non era possibile prevedere.

Incuriositi.

Impauriti.

Anche i bambini più vispi cercarono spazio tra le braccia delle loro mamme.

Quell’uomo aveva la testa poggiata sulle ginocchia.

Sembrava dormisse.

Quella ragazza camminava lentissimamente.

Ma ormai era a pochi metri da lui.

“Ehy!”

Lui alzò la testa.

La vide.

I suoi occhi presero umidità.

Sorrise.

Guardò a terra quasi a disegnare un cuscino comodo per farla sedere al suo fianco.

Lei sedette.

Gli carezzò il braccio col dorso della mano.

“Sono anni che ti cerco!”

Lui cominciò a piangere davvero.

Lei anche.

“Perché sei andato via?”

“Ero stanco e...”

“E?”

“E non riuscivo più a dir di no!”

“Cioè?”

“Tutti avevano bisogno di qualcosa e io non riuscivo a dir di no”

“Mi hanno detto che eri diventato burbero e che non davi il tempo alle persone di parlarti.
E’ un po’ diverso...”

“Si è vero. Ma era per evitare che mi chiedessero qualcosa, ma poi mi apparve in sogno, in sogno capisci?

“Chi?”

“Non ricordo il suo nome. Ma ricordo che era disperato. Stava morendo. Non so dove e non so di cosa. Mi chiese aiuto. Non so se volesse soldi o fare due chiacchiere. Non so se aveva bisogno delle guardie, o di un’ambulanza o di non so che cazzo ancora.”

“Non potevi chiederglielo?”

“Ci ho provato, credimi...”

“E?”

“Era troppo tardi. Io avevo fatto mille cose per tutti. Ma ognuna di queste aveva tolto qualcosa a lui fino a ucciderlo. Lentamente e in maniera inesorabile.”

“Già...”

“Già?”

“Non ti sei chiesto come ho fatto a trovarti?”

“Non pensavo neanche mi stessi cercando.”

“L'ho sognato anche io, voleva ti cercassi.”

Era clamoroso.

Almeno cento persone erano a tre metri da loro.

Ascoltavano silenziosissimi quel dialogo.

Ma in quel momento quell’uomo si accorse della loro presenza.

“Non mi interessa. Io ho smesso!”

“Devi tornare!”

“Ho smesso!”

“Io ho bisogno di te!”

“No! Tu mi hai lasciato andare quando ancora...”

“Quando ancora cosa?”

“Fanculo! Andiamo!”

Si alzò di scatto.

Ebbe un leggero sbandamento.

Si riprese.

Prese la mano di quella ragazza nella sua per tirarla su.

Sentì il sangue nelle vene riprendere calore.

Lei scoppiò in un pianto di felicità.

La gente intorno era attonita.

Dietro quell’albero il sole calava cangiando colore.

Andarono.

Mano nella mano.

Sembrava saltellassero.

Quel sughero divenne monumento.

Intoccabile.

Nessuno seppe di loro.

Nessuno ebbe la curiosità di saperlo.

L’intenso quando passa va preso al volo e poi lasciato andare.

E’ questo lo capirono bene coloro che ne avevano goduto per sorte.

Tutti.

Ma, nel profondo del cuore, nessuno si arrese.

Sentivano che prima o poi sarebbe tornato.

Così come era tornato per lui.

In sogno magari.

“Mi solleverò
Bruciando buchi neri nei ricordi bui
Mi solleverò
Trasformando gli errori in oro”


Per aria Rise – Pearl Jam

giovedì 16 luglio 2015

...

Ci vorrebbe un abbraccio

A fermare il mondo

Che se ne fotta di ogni cosa che non sia contenuta al suo interno

Ci vorrebbe un abbraccio

A cancellare ogni pensiero


Che ci abbandoni altrove

Per lasciarci lì

Perduti per sempre

lunedì 13 luglio 2015

I TRENI DALL'EMILIA - PROLOGO



I TRENI DALL’EMILIA PROLOGO

Aspetto.

Vado, non vado.

Ma cosa ci sto a fare ancora?

Sta per morire.

Ma che c’entro io?

Partire subito, partire domani, non andare proprio.

Il mostro sta già là.

Viene da nord.

Chiama? Non chiama.

E se non chiama?

E se chiama e ormai ho deciso che?

Mal di testa.

Sangue sul cuscino.

Cosa c’è che non va?

Tutto ok.

Mi stendo.

Guardo il soffitto.

Chiudo gli occhi.

Aspetto.

Messaggio.

Andiamo?

Si certo.

Come sta?

Non voglio parlarne.

Appuntamento.

Metro.

Arrivo.

Ciao.

Aspetta.

Controlla mappa.

Guido io?

Non puoi.

Stanchezza.

Nessuna parola.

Solo musica.

Musica triste.

Autogrill.

Caffè.

Sigaretta.

Parliamo.

Io zitto.

Pezzi su pezzi.

Io zitto.

Arrivo.

Goito.

Mostro.

Non c’è posto.

Non voglio tornare indietro nel tempo.

Resto fuori.

No.

Meglio così per me.

Garage.

Profondità.

Zanzare.

Esco.

Notte fonda.

Cammino.

Notte di lampade arancioni.

Deserto.

Passi veloci.

Passi lenti.

Fermate.

Dorme il mondo.

Attendo mattina.

Non voglio diventi mattina.

Fermi tutti.

Quando il fiato manca cerchi di dire le cose più velocemente possibile perché hai paura di non avere più il tempo di farlo. Quando non hai più la forza di dire le cose urli frasi sconnesse.

Solo.

A chi le dico le cose?

Cammina.

Cammina e non pensare.

Non puoi impedire all’alba di arrivare.

Stazione.

Bar.

Caffè.

Due caffè.

Tre caffè.

Sigarette.

Pensare al ritorno.

Il mio primo biglietto di ritorno dall’Emilia.

L’ultimo.

Non ci torno.

Mai più.

Domani morirò.

E’ già domani.

Alba accecante.

Non ci torno.

Caffè.

Sigaretta.

Tornare indietro.

Appuntamento importante.

Non si può fare una figuraccia.

Fiume.

Chiama.

Mi vuole.

SMS

Aiuto.

Non farlo.

Aiuto.

Sono loro i pazzi non tu.

Aiuto.

Non farlo.

Ridiamo.

Non farlo.

Ciao.

Non farlo.

No.

Ci vuole forza per farlo.

E bisogna non avere neanche un briciolo di speranza.

Scemo che ancora spera.

Messaggio.

Sto aspettando.

Scusa.

Sto aspettando.

Arrivo.

Fuori di me.

Esplosione.

Morte che avvinghia.

Nessuna reazione.

Sono passato.

Fare in modo che resti nebbia invisibile.

Devi mangiare.

Regalo.

Lurida puttana.

Vado via.

Non puoi.

Vado via.

Non puoi ora.

Vado via.

Crolla tutto se vai via.

Crollo io.

Appuntamento importante.

Come nulla fosse successo.

E’ tutto normale.

Non esiste pietà.

Comportati bene,

Sorridi.

Nascondi.

Costruisci.

Compromettiti.

Firma.

Come nulla fosse successo.

Vado via.

Ora puoi.

Stazione.

Treno.

Nessun messaggio.

Nessun come stai.

Finestrino.

Panorami.

Caffè.

Divieto di fumo.

Vaffanculo non ci torno più.

Non ci torno più qui.

Sarebbe tornato, ma quel giorno la promessa a se stesso era sincera, sarebbe tornato in Emilia alla ricerca di quella salvezza che pensava di meritare ma che non avrebbe avuto mai, se non per brevi illusori attimi.

Sarebbe tornato su treni che lasciano l’Emilia per risalirci ancora.

Come fosse una maledizione.

Per aria Collapse The Light Into Earth - Porcupine Tree

lunedì 6 luglio 2015

Ok

Ok.

Non hai capito.

Va bene così.

In fondo la mente malata è quella mia.

L’hai detto a tutti.

E non posso farci nulla.

Inutile prendersela.

Inutile fare la faccia cattiva.

Inutile voltarsi.

Ok.

Ho capito.

Va bene così.

In fondo sono una nullità.

Lo sanno tutti.

E non posso farci nulla.

Inutile cercare colpi di follia.

Inutile scavare nel cilindro alla ricerca di un coniglio che non c’è mai stato.

Inutile voltarsi.

Ok.


Bang!