venerdì 26 giugno 2015

Senza sognare più nulla



Aveva sognato tanto di ricevere quel dono.

Lo aveva cercato con forza.

Aveva sperato che ogni cosa portasse a riceverlo.

Aveva addirittura pregato un dio che non esiste.

Trovandosi assente quando le rotelle riprendevano il giusto cammino.

E poi quel dono era arrivato.

Bellissimo.

E bellissima la gioia nel goderselo.

Ma non durò troppo.

Quel godimento cominciava a singhiozzare.

Paura di perderlo sulle prime.

E così cominciò a nasconderlo.

A mascherarlo.

A renderlo invisibile agli occhi del mondo di fuori.

Quel dono stava diventando la peggiore delle sue ossessioni.

Non era la perfezione che immaginava.

Era una cosa che interagiva secondo piani non progettabili con la realtà.

Sembrava avesse un anima.

Sembrava avesse dentro un qualcosa di maligno.

Un qualcosa che...

Come spiegare.

Come se quel dono si stesse egli stesse trovando di fronte a un dono, uno contro uno, due contro tutti.

Chissà?

E poi ci si mise il tempo.

Quello strano marchingegno che lentamente cambia il valore delle cose.

Che ti fa dimenticare le emozioni provate.

Che le rinnova,  le smonta, le rimonta scambiando i pezzi, le fa sparire, le copre, le scopre mettendo a nudo ogni cosa, le rende incapaci di nuocere, le rende pericolose.

Che trasforma un dono bellissimo in una maledizione.

Fino a  desiderare di distruggerlo.

Fino a desiderare di trovare le forze per distruggerlo.

Fino a desiderare che qualcuno pensi a distruggerlo.

Fino a pregare per la sua autodistruzione.

Come se quella fosse l’unica delle liberazioni possibili per continuare a vivere senza panico.

Senza sognare più nulla.

Immemori.

Sfuggendo a ogni cosa.

Ho guidato per ore
Per sfuggire i colori
Per sfuggire alle vecchie parole
E trovare il suo nome

Ho guidato per ore
Nella terra di Kraus
Nella terra di Kant
Nella terra di Kierkegaard
Fino al mare

Per aria K - Elettrojoyce

lunedì 22 giugno 2015

Non ci era mai riuscito


Non aveva mai capito bene la differenza tra il fare cose buone e il fare cose cattive.

Il suo era un agire al momento.

A sensazione.

No.

Non era un impulsivo.

Anzi.

Era spesso anche troppo attendista.

Ma faceva le cose senza pensare alle conseguenze.

Le faceva per puro bisogno.

E agiva solo e soltanto quando la necessità di soddisfare quel bisogno diventava impossibile da contenere.

Il suo problema era il dopo.

Capire se soddisfare i suoi bisogni fosse male per gli altri intorno.

O meglio.

Capire se il male che veniva dopo fosse stato causato esclusivamente dal suo muovere.

O se sarebbe venuto lo stesso.

O se fosse stato messo al mondo per essere maledizione per chiunque.

Non solo per se stesso.

Cosa, questa, alla quale aveva ormai ceduto, mettendo a tacere ogni senso di ribellione all’ingiustizia che il destino aveva spennellato per lui.

Tante volte aveva pensato di smettere di fare qualunque cosa.

Di non pensare al passo dopo.

Di fermarsi, insomma.

Non ci era mai riuscito.

E allora tirava sempre più in alto l’asticella della sopportazione del dolore.

Avrebbe impiegato più tempo per soddisfare il suo bisogno di fare.

Avrebbe fatto meno cose in quel tempo che gli restava da vivere.

Tante volte aveva pensato che l’unico modo per smettere era quella di non esserci più.

Ma intanto mentre la parte distruttiva della sua anima si sfiancava di pippe mentali, quella costruttiva metteva su imprese memorabili.

Mentre il suo di dentro era disprezzato da chi si avvicinava troppo a lui, il suo di fuori conquistava stima, rispetto e affetto.

La forbice tra l’essere e il non esistere si allargava a dismisura.

L’elastico che teneva insieme il tutto era tirato al massimo.

Cosa sarebbe successo dopo?

Chi poteva saperlo?

Chi poteva aiutarlo a capire se era incubo o sogno?

Ipocrisia o realtà.

Bianco o nero?

Vita o morte?

Chi poteva, visto che lui stesso aveva ceduto, fargli capire che nel mezzo ci sono scale infinite di grigi.

Che non vedeva.

Che non vedeva più.

Che forse non aveva mai visto.

Nel frattempo andava.

Rincorrendo o aspettando il costante fluire del tempo.

Sfiancato sempre.

E guardando negli occhi chiunque, sperando di non veder ricambiato lo sguardo.

Sperando si salvassero da lui.

“Che cazzo guardi?”

“No, niente, scusami. Ti vedevo sereno e mi chiedevo come ci si sente senza quel dolore tremendo e atroce sulla bocca della stomaco”

Lo guardò come si guarda un pazzo.

Non rispose.

Si voltò e andò via.

Era salvo.

Almeno lui era salvo.

Sorrise.

E toccandosi il punto preciso che lo avrebbe tolto dal mondo decise di prendersi un giorno di libertà.

Altrove.

Nei pensieri di chi non c’era più.

A guardare il mondo da lontano.

“Che bello che è senza di me...”
  
“But I'm a creep, I'm a weirdo
What the hell am I doing here?
I don't belong here
I don't belong here”


Per aria Creep - Radiohead

martedì 16 giugno 2015

Tenete duro!

Io non ho letto.

Non ho voluto guardare.

Ho sentito dire, si.

Ho visto apparire immagini davanti ai miei occhi.

Non ho bisogno di leggere cronache.

Mi fa paura quando le persone si sperdono parlandone.

O, peggio, sparlandone.

Io lo so.

E non è presunzione.

E’ certezza.

Sono stato sfortunato.

E ho visto.

E ho provato.

Nessuno scappa se non è costretto.

E già basterebbe.

Ma trovarsi alla fine della corsa esausti ed essere costretti a scappare di nuovo è il baratro.

Cosa avete da difendere?

Le cose che i vostri padri hanno conquistato sulle spalle di coloro che ora state respingendo?

Cosa state insegnando ai vostri figli?

Che chi ha bisogno di aiuto è una bestia da estirpare?

Pensate che un giorno non avranno bisogno di aiuto anche loro?

Pensate che quello che state difendendo oggi sia roba vostra?

Ma lo sapete che il danno più grande lo state facendo a voi stessi?

Lo sapete che nessuno avrà pietà di voi?

Lo sapete che state perdendo la favolosa occasione di cambiare le sorti soprattutto vostre?

E la bellezza di incontrare occhi e mani che insegnano.

E che a incontrarle trasformerebbero la vostra falsa paura in un grazie.

Vostro.

Mica loro.

Sono loro il dono.

Voi no.

Voi siete proprio degli stolti.

No no.

Siete proprio delle teste di cazzo!

Ecco.

E poi ci siete voi, meraviglie venute da lontano.

Tenete duro.

Verrà il giorno in cui la parola umanità non dovrà più essere pronunciata.

Per manifesta e assoluta normalità.

Tenete duro sorelle e fratelli miei!

Per aria Hold on – John Lennon

martedì 9 giugno 2015

theShukran. Il mondo nelle tue mani.



Cosa penso di theShukran?

Penso che le persone non ringraziano mai abbastanza, e se lo fanno non lo fanno con il cuore.
Una volta mi è capitato di leggere un post, che diceva "ci vuole generosità nel dare ma ancora più ci vuole generosità nel ricevere, e le persone di valore le riconosci da questo semplice dato, da quanto siano capaci di generosità di ricevere un atto di generosità." cit. Luca Bauccio.
Mi hanno emozionata tanto queste parole e penso che sia proprio l'esatta descrizione di TheShukran, e gli shukrians possono essere solo persone di valore.

Takoua Ben Mohammed

E’ un po’ che ho voglia di  scrivere qualcosa su theShukran.

E credo che cominciare con le parole di Takoua dia già a primo impatto l’essenza di questo nuovo modo di comunicare tra le persone.

Mi sono ritrovato io stesso invaso da questa forza positiva alla quale manca ogni cosa di quello che il mondo attuale riesce a darci in abbondanza.

Manca l’astio.

Manca la rabbia.

Manca l’odio.

Manca l’intolleranza.

Sembra quasi incredibile come si possa riuscire a mettere da parte tutto questo per farsi investire dai loro esatti contrari.

E sentire addosso ossigeno.

In fondo si tratta di un social.

Nessuna novità.

Di un social fotografico, come ce ne sono tanti.

Ecco non ci sono amici, mi piace e frivolezze tipiche dei social che vanno tanto di moda e davvero non se ne sente la mancanza.

Nessuno sente la necessità di apparire più bello di quello che è.

E’.

Punto.

E a farsi un semplice giro dentro hai davvero la sensazione di avere in dono il mondo intero.

Le sue bellezze.

Le sue tradizioni che fanno unione, fratellanza e motivo di crescita insieme.

E la parola Shukran, Grazie, è naturale sentirla.

E’ naturale aver voglia di gridarla, cantarla, urlarla.



Già in tantissimi stanno aderendo in questi giorni.

Già la stampa si sta muovendo per parlarle.

Sono tutti molto più bravi di me a farlo e lascio spazio a loro per cantare le lodi anche tecniche della piattaforma.

Io, per ora,  mi sto godendo le persone che hanno avuto l’idea.

E sto cercando di capire meglio e bene.

E mi sento davvero fortunato in questo.

E’ come una benedizione che non pensavo di meritare.

E non ha paura o imbarazzo a urlare al miracolo.

La speranza che possa partire proprio da qua un nuovo modo di venirsi incontro, mentre fuori, altrove, impazza l’isteria collettiva dell’intolleranza, è grande.

Ma malgrado questo, credo sia necessario, per chi scopre questo, passando di qua, darvi qualche coordinata.

Per far parte di questa comunità basterà registrarsi sul sito www.theshukran.com.

Per leggere il manifesto e altre info collegarsi sul sito www.shukrians.com.

E io credo che per ora basti.

Avventuratevi.

Fidatevi di Tandoori.

Sarà come entrare in quel futuro al quale avevate addirittura smesso di sognare.

Avrete davvero la sensazione di avere il mondo nelle vostre mani.

Per aria The way you dream - 1 Giant Leap

giovedì 4 giugno 2015

Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (quarta parte) - FINE

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)
  15. Tom. La scatola arancione (seconda parte)
  16. Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)
  17. Simona. La scatola turchese
  18. Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (prima parte)
  19. Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (seconda parte)
  20. Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (terza parte)

Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (quarta parte) - FINE


Un numero di telefono che avrebbe dovuto chiamare.

Non per cortesia.

Né tantomeno per curiosità.

Era necessità.

Una scatola nera come la pece davanti ai suoi occhi che avrebbe dovuto aprire.

Era bloccato.

Paralizzato.

Lui non sapeva assolutamente cosa fare prima.

Era come se una strana voce proveniente dal nulla gli stesse sussurrando che il contenuto di quella scatola non fosse diretto a lui.

Ma che era stato prescelto per uno scherzo del destino a fare da tramite.

Si sentiva come la mela del paradiso terrestre.

Nell’esatto centro tra il bene e il male.

Punto di raccordo.

Si sentiva dispensatore di una vendetta.

Si sentiva sporco.

E aveva moti di angoscia che gli impedivano anche di respirare.

E l’unico pensiero costante era quello che avrebbe preferito morire.

Un numero di telefono.

Una scatola nera.

E un pacchetto che conteneva un regalo fatto in fretta per il compleanno di sua moglie che era in cucina a prepararsi la festa.

Squillò il telefono come il gong a un pugile che ne stava prendendo troppe per non finire esausto al tappeto.

Rispose immediatamente.

“Papà. Ti sei ricordato?”

“Certo tesoro...”

“Ma cosa hai? Hai una voce terrificante.”

“Sono un po’ stanco. Credo di avere qualche linea di febbre. Ma tu? Dove sei tu?”

“Non posso dirtelo ora. Ma torno un po’ più tardi. Cerca di perdere un po’ di tempo con mamma. Ho preparato un aperitivo. E’ in frigo. E ci sono i pistacchi nella dispensa. A mamma piacciono molto. Appena posso arrivo.”

“Mi spieghi? Dove sei?”

“Papà. Ti prego ora no. Hai aperto la scatola?”

“No non ancora.”

“Hai chiamato quel numero?”

“Cosa???”

“...”

“Cosa ne sai tu di quel numero?”

“...”

“Ehy” Cazzo dimmi cosa sta succedendo!”

“Non posso. Papà ti prego. Ora non posso!”

“Non farò nulla fin quando non mi spiegherai!”

“Ti prego...”

“Torna subito a casa!”

“Papà ricordi quella ragazza del sesto piano che morì quando io ero piccola?”

“Certo che la ricordo... E... E... Cazzo io non ci sto capendo più nulla!”

“L’hai vista vero?”

“...”

“E quel tipo strano sempre vestito di nero? Lo ricordi?”

“Si... Lo conosci?”

“...”

“Lo conosci?”

“...”

“E’ il tipo che mi ha scritto per farsi telefonare vero?”

“Si papà...”

“Lo conosci?”

“Sto per vederlo”

“Cosa vuole?”

“Lo conosco da anni. E’ lui che mi ha fatto scegliere di studiare lettere invece che legge. E’ lui che mi ha convinto a non sposare Giacomo. E’ lui che...”

“Oh cazzo. Dimmi dove sei. Subito!”

“Chiamalo ora. Prima che io lo veda. Ti prego. Ho paura”

“Pronto... Pronto! Cazzo! Pronto!”

Aveva riappeso.

Era assolutamente perso.

Ma prese quel foglietto dalla tasca della giacca e cominciò a comporre quel numero.

Sudava.

Aveva le mani che tremavano.

Gli occhi di sua figlia.

Gli occhi di Giulia.

Gli occhi di un miliardo di persone nella mente.

Sbagliò.

Tornò indietro col cursore.

Ricompose.

Invio.

Alcuni squilli interminabili.

“Si, pronto?”

“Sono il notaio Gennini!”

“Quella scatola è per me. Sua figlia è fuori dalla porta del mio ufficio. Mi farò accompagnare a casa sua e verrò a prenderla”

“Ma lei chi è?”

“Sono il padre spirituale di sua figlia. Lo ero di Giulia e di quel cretino che è venuto a fare testamento da lei”

“Lei ha distrutto la vita e i sogni di mia figlia. Lo sa?”

“Piuttosto dica che l’ho salvata...”

“Lei è un farabutto. La aspetto con la pistola sulla scrivania!”

Attaccò.

Strozzò un urlo in gola.

E con tutta la rabbia che aveva in corpo colpì la scatola con un cazzottone.

Dal buco che si aprì ai suoi sensi si sprigionò un odore nauseabondo.

L’ultima cosa che sentì fu il suono del citofono.

Aveva distrutto l'ampolla con su scritto "per don Graziano – aprire senza la presenza di testimoni".

Non ebbe il tempo di capire cosa stava succedendo.

Quel gas lo uccise prima che la porta della sua stanza si dichiuse.

La moglie, la figlia e quel farabutto lo trovarono riverso sul pavimento.

Tossirono un po’.

Aprirono una finestra.

Don Graziano impartì l’estrema unzione.

L’aveva scampata.

Sorrideva dentro.

Si avviliva fuori.

Abbracciò quelle due donne.

“Era impazzito. Povero ragazzo”

Avrebbe continuato a cambiare il destino delle persone che sarebbero venute a contatto col suo carisma maledetto.

Lo avrebbe fatto “a fin di bene”.

Sempre.

FINE

Per aria Good bye - Archive






lunedì 1 giugno 2015

Una rigenerazione. Pensieri e ringraziamenti intorno a uno dei giorni più intensi della mia vita.

“L'avevi detto tu
Lasciamo entrare il sole
Seguendo dentro al palmo della mano un'altra immagine del nostro cuore”
(Filippo Gatti - Riccardo Sinigallia)

 

La sensazione di perdere contatto col mondo fuori spesso è fortissima.

Questa palla immersa nell’universo crolla in continuazione.

Assieme alle braccia e a qualcos’altro.

Il dolore che viene su dal cuore e va a obnubilare la ragione ti rende incapace di muovere i passi a passo col tempo che scorre.

E ti senti solo al mondo.

Finalmente a volte.

Il contrario di finalmente altre.

E poi succede che un giorno una persona ti dica poche, semplici e schiette parole.

“Ehy Tandoori hai rotto il cazzo di essere triste. Adesso fai qualcosa per noi!”

E ti senti spaesato e incapace di reagire.

Indifeso e incapace di controbattere.

Pensi che no, basta, non ce la puoi fare più a ricominciare.

E quindi rispondi in maniera impulsiva e immediata.

“Ok! Daje! Yalla! Ajò!”

E dentro di te “Ma che cazzo ho detto? Cosa? Cosa?”

E poi quel maledetto essere ancorato alle parole date.

E alle scelte fatte.

E ricominci nell’unico modo che conosci.

Rompere i coglioni al mondo per parlare di qualcosa a cui comunque hai sempre tenuto e che diventa solamente roba più tua.

Roba alla quale dedicare ancora e ancora tutto te stesso.

E hai paura.

Paura fottutissima.

Paura che la gente fuori non capisca.

Che l’aiuto di cui necessiti non ti verrà mai dato.

Mai più dato.

Ma ormai è così.

Devi.

Come se una forza divina ti sollevi da terra dalle chiappe con due dita.

E fu così che qualche mese fa decisi che il 29 maggio ci sarebbe stato qualcosa da fare per sperare di costruire qualcosa per quelle ragazze e quei ragazzi di Gerico che da un po’ di tempo avevo guardato negli occhi e irrimediabilmente cominciato ad amare.

Il racconto sarà fatto come un lento ringraziamento.

Abbiate pietà di me.

Io ringrazio Lavinia, che quel giorno mi prese per le palle e con lei Ponti non Muri al completo che hanno avuto la capacità di farmi sentire un vero sardo, con tutta la bellezza e la semplicità di spirito che questo comporta.

Io ringrazio Alessio e con lui tutti i compagni e le compagne della Villetta, sempre pronti a dire di si ad ogni mia idea, pensiero e casino e sempre pronti a spaccarsi di lavoro, nella gratuità e col sorriso sempre accogliente.

Io ringrazio Riccardo Sinigallia e con lui tutto il bar Sinigallia che non so ancora per quale dono del cielo siano capitati nella mia vita colorandola pastello. Io senza di loro adesso starei ancora annaspando nel nulla.

Io ringrazio tutte le persone che per un motivo o per un altro sono salite su quel palco per esibirsi, per mettere sedie, collegare fili, montare aggeggi complicatissimi, fare cambi palco improbabili e per far continuare il mio sogno di bambino che la musica può costruire ogni cosa.

Io ringrazio tutte le persone che sono venute a vedere cosa succedeva quella sera. Che fossero fan di qualcuno sul palco o che fossero interessati ad altro erano là ed erano bellissimi e che ho sentito tutti degni di essere amati.

Io ringrazio tutte le persone che avrebbero voluto esserci. E che seppur nella sofferenza del non esserci state sono state vicinissime a quella che era la costruzione e lo svolgimento dell’evento.

Ecco il ringraziamento prescinde dai nomi delle persone.

Ma sono sicuro che ognuna di loro si sentirà parte di qualcosa che il 29 maggio è cominciata.

Eh si amiche e amici miei.

Il viaggio è cominciato solamente e ci sono cose importanti da fare e da sognare.

E tutti quella sera hanno operato un miracolo.

Tutti hanno contribuito a rigenerare qualcosa per la quale vale la pena di continuare a seminar passi su questa maledetta terra.

“E sei ancora giovane
Come la prima volta
Per una volta ancora
Giovane
Come la prima volta
Per una volta ancora
Una rigenerazione”
(Filippo Gatti - Riccardo Sinigallia)

Per aria Una rigenerazione – Riccardo Sinigallia - Filippo Gatti

Potete trovare foto e resoconti sulla serata cliccando qui.