giovedì 28 maggio 2015

BLOG CHIUSO


CHIUSO PER FESTA

QUESTO BLOG PER ALCUNI GIORNI CHIUDE E SI TRASFERISCE ALLA GARBATELLA.



Il 29 maggio 2015, a partire dalle ore 20.00, la Villetta presenta “Ti ricordi Michel? Riccardo Sinigallia, gli amici e la musica per Ponti non Muri”, una serata evento per sostenere il progetto lo sport: Un Ponte per la Palestina.

Riccardo Sinigallia si esibirà, nella splendida cornice del quartiere Garbatella a Roma, accompagnato da interessanti artisti del panorama musicale italiano quali Simone Avincola, Lorenzo Lambiase, Alice Clarini, i Melatti, Carlo Bolacchi, i fratelli Buca, Agnese Musio  e con la straordinaria partecipazione di Filippo Gatti e Arianna Gaudio, che si alterneranno sul palco della Villetta in una vera e propria kermesse musicale.

La serata sarà occasione meravigliosa per il primo raduno del “bar Sinigallia, gli echi di Miriam” (luogo di incontro degli appassionati del cantautore e produttore) i cui membri partecipano attivamente e con grande affetto alla costruzione e alla promozione della serata.

Nel corso dell’evento sarà presentato il progetto” Lo sport: Un Ponte per la Palestina” dell’associazione Ponti non Muri che prevede l’organizzazione del II° “stage” di atletica leggera per i ragazzi e le ragazze della squadra di atletica dei giovani di Gerico, da svolgersi a Sassari nel periodo agosto/settembre 2015, per la durata di 15 giorni, in collaborazione col CUS Sassari e con uno staff di allenatori che ha trentennale esperienza in questo campo (gli stessi che hanno partecipato al progetto nel 2014).

Allo stage parteciperanno 5 atleti (2 ragazze e 3 ragazzi fra i migliori della squadra Nadi Shabab Ariha, l’allenatore della Società, un accompagnatore-traduttore dall’arabo all’italiano e dall’italiano all’arabo e un dirigente della Società. Gli atleti (fra i 15 e i 18 anni) saranno diversi da coloro che hanno partecipato allo stage del 2014, per permettere anche ad altri elementi di vivere questa splendida esperienza.




Saranno in funzione cucina e birreria da parte de “la Villetta e Osteria”.
Vi preghiamo, al fine di evitare che il cibo non vada sprecato e gettato via o che non sia sufficiente per tutti, di comunicare la vostra presenza alla mail eventipontinonmuri@gmail.com.

L'ingresso all’area concerto è libera e chi ne avrà voglia potrà fare un’offerta per il progetto (non è necessario prenotare per il concerto, sino ad esaurimento posti).
La Villetta si trova a Roma a Via Passino, 26/ Via degli Armatori, 3

Tutto il ricavato sarà devoluto a Ponti non Muri per il progetto “Lo sport: un ponte per la Palestina”.


L'Evento facebook è disponibile per la condivisione.

Si ringraziano l’associazione sportiva Podistica Solidarietà e TheShukran.com per l’affetto e il sostegno.



Per aria lo spot della serata a cura di Barbara Venditti

lunedì 25 maggio 2015

Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (terza parte)

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)
  15. Tom. La scatola arancione (seconda parte)
  16. Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)
  17. Simona. La scatola turchese
  18. Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (prima parte)
  19. Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (seconda parte)

Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (terza parte)



Quando anche l’ultimo beneficiario di quel testamento lasciò il suo studio il notaio Gennini cominciò a sentire addosso una strana palpitazione.

Era forse giunto il momento in cui avrebbe capito quale forza misteriosa aveva spinto col pazzo scatenato verso di lui.

E, chissà?, forse anche le motivazioni che lo avevano portato a togliersi la vita.

Il dubbio lancinante era se avesse avuto gli strumenti per salvarlo.

Ammesso che di salvezza si trattasse.

Era ormai sin troppo chiaro che lo avesse preso a copia esattissima della persona che aveva compromesso ogni suo modo di pensare, di agire, di sperare.

Ma perché?

E chi era questo misteriosissimo tizio.

Sperava ardentemente che la risposta fosse dentro quella scatola che ormai sicuramente lo stava aspettando a casa.

Sperava che qualunque cosa fosse non lo avrebbe turbato per l’eternità.

Ma soprattutto sperava che avrebbe trovato il modo per scaricare sul vero “colpevole” ogni responsabilità morale di quanto era successo.

Chiuse ogni pratica avesse davanti.

Fece partire la segreteria telefonica del suo cellulare.

“Ciao Franco, sono Mary, volevo ricordarti l’appuntamento di stasera con l’avvocato Neri. Ci vediamo alle 21.00 al solito ristorante.”

“Notaio, sono molto preoccupata. La banca non mi ha ancora dato risposte per il mutuo. I tempi stringono. Non è che farebbe una telefonata lei per sincerarsi che non facciano scherzi? Grazie di cuore Luciana Marchetti.”

“Papà. Ricordati di quella cosa. Non fare come al solito.”

“Ah papà. Hanno portato un pacco nero come la pece. Non sarà mica una bomba?”

Una bomba.

Forse sua figlia aveva trovato la parola giusta.

In effetti si sentiva come uno che aveva ricevuto tra le mani una bomba già innescata che avrebbe dovuto passare più velocemente possibile in altre mani prima di rimanerci secco.

Ma altri messaggi davano voce alla segreteria telefonica.

Quasi tutti di lavoro.

Tranne uno.

L’ultimo.

“Gentilissimo notaio Gennini. Ho saputo poco fa da un mio amico che lei ha presenziato alla lettura di un testamento. Ho assoluta necessità di parlarle. So che la persona che mi ha parlato non avrebbe dovuto dire nulla. Ma l’ha fatto e questo è per me un segno importante. La prego di richiamarmi al più presto al numero 065xxxxxxx1.”

Sorrise isterico.

E dentro di sé e con un filo di voce “Povero ragazzo, che amici schifosi che aveva”.

Decise che era il momento di tornare a casa a fare i conti con la realtà e con quella scatola nera che avrebbe in qualche modo influenzato i suoi giorni a venire.

“Grazia!! Io devo andare!!”

“Ma notaio. Ha delle persone che la stanno aspettando in sala d’attesa. Per favore le riceva.”

“Inventa qualcosa. Non posso proprio ora.”

“Ma notaio...”

La guardò con astio.

Lei capì che non c’era proprio nulla da fare.

Prese la ventiquattr’ore.

Con un dito poggio lo spolverino sulle spalle.

Aprì la porta del suo studio e scese lentamente le scale.

Guardò la cassetta delle lettere.

C’era una strana busta blu nella penultima in alto.

Gli ricordò il giorno in cui era andato a vedere quell’appartamento che sarebbe diventato il suo studio.

E quel ragazzo che infilava una busta blu proprio in quella cassetta.

“Cazzo! Era lui!”

Ecco dove l’aveva già visto.

Nel suo passato dimenticato.

Quel passato col quale non hai preso contatto mai perché passava per caso nella tua vita.

Ma che forse tanto per caso non era.

Si sforzò.

Cercò di portare alla mente quei giorni.

Erano i giorni in cui era morta la ragazza del sesto piano.

I giorni in cui una strano personaggio vestito di nero andava a.

“Che cazzo veniva a fare quello?”

Non era semplice.

Non poteva ricordare.

Era troppo preso da quell’affare.

Troppo preso a costruire il suo futuro.

E poi che colpa avrebbe mai potuto avere lui se un ragazzetto triste metteva lettere blu in una cassetta delle poste, se un uomo vestito di nero faceva avanti e indietro sulle scale e se una ragazza moriva per colpa di un cancro?

Ma ormai mancava poco.

Dentro quella scatola nera come la pece avrebbe trovato la risposta.

Ma prima doveva comprare il regalo di compleanno per sua moglie.

Più per far contenta sua figlia che per effettivo piacere personale.

Cosa gli avrebbe riservato la vita?

“Maledizione!”


Per aria Fiducia in un nulla migliore - Moltheni

giovedì 21 maggio 2015

Oltre la cascata





 “I bet you don’t hear a million voices ringing in your head
I bet you don’t see symbolic meaning in every word you said
And nor do I, except sometimes my reason goes
Out it flies, off to somewhere no-one knows”

“Hai mai guardato negli occhi uno sconosciuto?

E, come per incanto, hai trovato te stesso nelle sue pupille?

Ti è mai venuta voglia di abbracciare uno sconosciuto?

Come fosse l’unica cosa di cui avessi bisogno in assoluto?

Ti hanno mai rinfacciato che preferisci gli sconosciuti ai vecchi amici?

Ti sei mai chiesto perché?”

Non aveva gran voglia di ascoltarlo.

E neanche di assecondare quelle domande senza senso.

In fondo da troppo tempo il suo incedere nella vita era diventato senza senso.

Però sulla parola rinfacciato ebbe un sussulto.

“Ce l’hai forse con me?”

Sorrise.

Come un bambino che scava a riva e scopre l’acqua nella sua buchetta.

Lo stupore di chi era ormai abituato ad essere vegliato nella silenziosa eco delle sue domande.

Anche le sue orecchie si sgranchirono come svegliate dolcemente da un lungo sonno.

“Io non ce l’ho con nessuno.

Bisogna avere una forza incredibile per avercela con qualcuno.

E bisogna avere qualcosa a cui si tiene.

Però...”

Sospese il proprio pensiero e con esso la fuoriuscita della parola successiva.

Non ricordava più nulla di quello che aveva vissuto.

Quando lanciava le sue domande in aria non c’era assolutamente razionalità.

Era come se sognasse.

“Però cosa?”

Ma comunque aveva catturato la sua attenzione.

Ed era una novità talmente choccante da rivitalizzarlo.

“Quando cammino per la strada e incontro una persona che mi conosce, succede che mi saluta velocemente e fa di tutto per scappare via da me.

Invece quando incontro uno sconosciuto c’è la possibilità che si fermi un istante a parlare con me.

Con gli occhi intendo.

Come se avesse trovato qualcuno che vuole rispondere alle sue domande.

E io sono felice.

Io so che posso rispondere.

E so che poi lui risponderà alle mie.

E allora vorrei abbracciarlo.

Ecco...”

Scosse il capo.

In fondo era di fronte a una persona che, per quanto cara, aveva perso la strada.

E poi era inquietante il suo modo di ragionare.

Soprattutto quando non faceva domande.

Perché a una domanda puoi decidere di non rispondere.

Rimane sospesa come vapore.

Al massimo si appiccica ai vetri.

“Ecco.

Con te e gli altri amici io non mi ci abbraccerei più.

Voi avete scelto di lasciarmi andare.

Voi avete deciso che le mie non sono domande degne di risposta.

Voi...”

“E basta cazzo!”

Si morse immediatamente la lingua.

Lui prendeva dei soldi per tenergli compagnia.

E da quando aveva perso il lavoro erano soldi importanti.

Sarebbe bastato che si sapesse che lo aveva trattato male per perdere tutto.

“Hai mai guardato negli occhi uno sconosciuto?

E magari hai visto nei suoi occhi proprio me?”

Ma era tornato nel suo limbo.

Lontano anni luce.

E sarebbe bastato coccolarlo con una coperta di silenzio per non turbarlo più.

Il suo migliore amico.

Perso in quel mondo fatto di fumo bianco tossico.

Poggiato a quel vetro a guardare fuori e a farlo appannare con le sue domande.

“I lose my mind, if they can’t find
A cure this time, they’ll take me away
In a big white van, so hold my hand
And don’t let go, don’t let me fall
Through the cracks in the floor
So take my hand and don’t let go
Don’t let me go over the waterfall”

Per aria Over the waterfall- Emily  Maguire


lunedì 18 maggio 2015

Urla adesso cazzo!



“Ma che cosa vi credete di essere, vacca troia?
 Pazzi?
 Davvero?
 Invece no.
 E invece no.
 Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada.
 Ve lo dico io.”
(dal film "Qualcuno volò sul nido del cuculo")


Facciamo cose inspiegabili razionalmente.

Di più.

La scacciamo via la ragione.

Ancora di più.

Arriviamo a dargli della pazza.

Di più di più.

Puntiamo il dito contro di lei dandole le colpa del panico che ci avvince.

Via!

Vai via!

Io voglio camminare a cazzo di cane seguendo gli odori.

A occhi chiusi.

E se vado a sbattere contro qualcosa amen.

E’ stata sfiga.

Mi lecco il sangue che cola e cambio strada.

Così.

Andocojocojo.

Vai via pensiero.

Via!

Non ho bisogno di te.

Sei un lurido bastardo nato per togliere la terra da sopra al dolore.

Per lasciarlo vivo a colare.

Non voglio più capire un cazzo di niente di quello che accade.

Accade?

Problemi suoi.

Non mi fotti più col giusto o sbagliato.

No!

Smamma.

Fila.

Fottiti!

E non scuotere quella cazzo di testa di cazzo.

Non ho neanche avuto bisogno di ubriacarmi.

Pensa.

E neanche di fottermi il cervello con quella cazzo di chimica.

Ci avresti mai creduto?

E’ che proprio sei arrivato al punto in cui l’unico desiderio che lasci è quello di estirparti.

Come un dente morto che fa solo male.

E mo chi è che ha più paura eh?

Chi è che si deve nascondere nel cesso per non mostrare al mondo quel cazzo di panico che fa sanguinare?

Chi cazzo!

Chi??

Io, te o quella massa sparpagliata di gente che ha fatto i suoi porci comodi sorridendomi in faccia e fottendomi alle spalle?

C'è bisogno che te lo dica io o cominci finalmente a capire?

Urla adesso cazzo!

Urla!

Fottilo questo maledetto silenzio.

Per aria One Flew Over The Cuckoo's Nest-Opening Theme & Closing

venerdì 15 maggio 2015

Once I had a home, I still have the key (La catastrofe - Al Nakba - 15 maggio 1948)



Avete mai conservato una vecchia chiave?

Di quelle grandi grandi.

Io ricordo di averne viste molte da bambino.

Servivano per chiudere le cantine al paese.

Non si potevano tenere in tasca.

Dovevi per forza lasciarle appese da qualche parte dopo averle usate.

E perderle era davvero impossibile.

Era molto più semplice perdere la porta da aprire.

Magari a tressette.

O per essere finiti sul lastrico.

O per aver donato la casa ai tuoi figli.

O per volontario trasferimento in altro luogo.

Ma quella chiave no.

Sarebbe rimasta tra i nostri cimeli più cari.

Come fosse un ricordo per portare il nostro naso a sentire gli odori di un giorno che fu.

Ma quella chiave può diventare un simbolo per qualcuno.

La Catastrofe.

Qualcuno che ancora non sa che è un simbolo per lui.

Qualcuno che la toppa l’ha persa perché gliela hanno portata via.

Il giorno della Catastrofe.

Qualcuno che quella chiave non molla mai dalla stretta delle proprie mani.

Qualcuno che sogna ogni istante di infilarla e magicamente aprire la porta della propria casa.

Della casa di suo padre e di sua madre.

Della casa dei suoi nonni.

Di quella casa che non esiste più.

Fagocitata dal mostro stellato.

Di quella casa che non esiste più nella realtà, non certo dentro ai cuori di chi ha la chiave del suo diritto al ritorno tra le mani.

Irriso, dimenticato, stuprato sotto gli occhi di tutti.

“Once I had a home
I still have the key
I take it everywhere I go
To prove that all I’ve said is so
And all the world can see

The walls were painted blue
The front door carved by hand
And generations of my kin
and strangers, all were welcomed in
when they walked upon my land

Pray for us all
And the nameless, the fallen,
The faceless forgotten
Once I had a home

Olive trees once grew
Where mounds of rubble stand
A man can feel himself a king
When water flows from well and spring
And peaceful is the land

The stars shine down on bone and skin
On wire and walls that hold us in
On roads that can’t lead home again”

Per aria Once I Had a Home - Eliza Gilkyson

martedì 12 maggio 2015

Me ne vado via cantando


Beh? che c'hai da guardà?

Io? Niente. Mica sto a guardà a te!

Dai su lo so che me stai a puntà.

Che c'hai qualcosa che te dà peso? Stai a cercà occhi che te incontrano pe' sfogatte?

A Cì! Guà che io so tranquillissimo.

Ah sapessi io.

Che stai a canticchià da du' ore?

How does it feeeeeeeeeeeeeeeel. To be on your ooooooown!

Si lo so. Dylan. Ma io mi chiedevo. Già la stavi a canticchià prima che arrivassi io. Oppure?

Oppure!

Ah te l'ho ispirata io allora?

Era un modo come un altro pe' datte il bentornato!

Che poi Dylan stava a rosicà pe' una in quella canzone no?

Si ma 'na rosicata meglio de quella de Bersani in Giudizi Universali.

Cioè?

Nel senso che la rosicata de Dylan va oltre la delusione d'amore.

Oltre che?

Spazia.

Aho me fai capì?

Piuttosto. Raccontame. Che hai combinato sti tempi che sei stato via?

Beh all'inizio sembrava davero che stavo a svoltà.

E poi?

E poi me so ritrovato peggio de come ero partito.

Ma te lo ricordi il giorno che sei partito?

Si. Quella promessa che m'avevano fatto m'ha fatto uscì dal coma in cui me trovavo. Stavo pippatissimo.

E poi?

Me so annato a comprà na valigia. De quelle co le rote.

Un trolley?

Ecco si bravo. Un trolley.

Gimbo c'aveva un negozietto de valigie e stava a fallì quei giorni. Ma m'ha detto che non t'ha visto più.

Eh si so ito da 'n'altra parte.

Ok continua. E poi?

E poi c'ho messo giusto du' cosette. Che tanto co' tutti i soldi che avrei fatto.

Avresti svotato na bùtik!

Si bravo.

E poi?

E poi basta!

Come basta?

Me so ritrovato in mezzo a 'na strada senza manco capì ndo stavo.

Scommetto che te sei sentito come quella ragazza che ha fatto rosicà Dylan.

Cioè?

A domandatte come ci si sente a contare sulle proprie forze, senza un posto dove andare, una completa sconosciuta, come una pietra che rotola?

Me stai a cercà de fa capì che.

Niente Cì. Qua se c'è uno che deve fa capì sei te.

Io nun ce capivo un cazzo prima. Figurate mò dopo sta tranvata.

Eh si in effetti quanno la pietra, che pè natura dovrebbe sta ferma, prova a movese verso l'alto pe' vedè un po' de sole e poi perde l'appiglio, se trova a rotolà molto più in basso de ndo stava prima.

Almeno sta cosa pe' me non vale. Più giù non potevo annà.

Sicuro?

Dici de no?

Te sei annato via senza manco salutà.  Te lo ricordi Gimbo?

Si certo mo passo ar negozio.

Gl'hanno dato foco al negozio. E l'hanno corcato de botte. Era pieno de debiti. E è venuto a sapè che hai comprato la valigia colle rote al centro commerciale. Se te pija te se incula! E Lollo. Te lo ricordi Lollo?

Aho Lollo é mi fratello!

Lollo è venuto a cercatte. Te sei tornato e lui ancora no!

Cazzo! Cazzo!

E tutti l'altri non vonno manco sentì la puzza tua!

E.

E io?

Eh!

Io mo me finisco sta birra che se sta a scallà e me ne vado via cantando.

Cantando?

How does it feeeeeeeeeeeeeeeel. To be on your ooooooown!


Per aria Like a Rolling Stone - Bob Dylan