mercoledì 29 aprile 2015

Le parole vinte dalla ragione



Qui ci sono le parole taciute.

Qui ci sono le parole rimpiante.

Qui ci sono le parole che hanno visto altre parole sostituirsi a loro.

Più fredde.

Più false.

Più salvatrici del salvabile.

Qui c’è il cimitero delle parole senza nome.

Qui c’è la discarica delle parole senza suono.

Qui c’è la babele delle parole rinchiuse.

Qui sono libere di andare.

Finalmente.

Ma non vi è più un dove.

Qui ci sono le parole inutilizzate.

Qui ci sono le parole perse nei meandri dell’impulso represso.

Qui ci sono le parole vinte dalla ragione.

Perdenti per natura.

Sanguinanti.

Come può sanguinare una lingua morsa con troppo vigore.

Incenerite.

Come quello che resta dal bruciare un desiderio represso.

“– E chi sei tu? – lei disse aspramente
a colui nascosto nel fumo
– Perché, io sono il fuoco -, rispose
– ed amo la tua solitudine, amo il tuo orgoglio –”

Per aria Joan of Arc - Leonard Cohen



venerdì 24 aprile 2015

C’era il mare di fronte a noi



Quando stavo nella pancia di mia mamma succedevano cose strane.

Si fermava tutto.

E io non sentivo più quella forza che mi teneva sveglia.

Mi si chiudevano gli occhi.

E non avevo più alcun contatto con la realtà.

Quando sono nata non volevo accadesse ancora.

Era troppo strano dal normale.

Ma mamma e papà si arrabbiavano e diventavano nervosi se non facevo le ninne e allora chiudevo gli occhi, per un po’ facevo finta e poi perdevo le forze e mi arrendevo.

Quando stavo nella pancia di mamma la normalità era sentirmi sbattere da una parte all’altra.

Si muoveva tutto.

E io mi sentivo viva.

Sbarravo gli occhi.

E urlavo come impazzita per la giostra.

Quando sono nata la realtà era la stessa.

Ma ero in braccio a qualcuno.

Al mio papà o alla mia mamma o a mio fratello grande o a chi aveva voglia di farlo.

Era troppo divertente.

Quando stavo nella pancia di mamma era come se mi dessero lo zucchero.

Quando sono nata mio zio mi disse che quella sensazione non era bella come pensavo io.

La chiamò paura.

Quando cominciai finalmente a camminare imparai nel giro di poco anche a volare.

Io volai prima di saper correre.

Avevo solo bisogno di una mano che mi tirasse.

Mi piaceva un sacco anche se il mio braccio era dolorante.

Io non capivo ancora bene perché scoppiasse tutto intorno.

Non capivo bene se veder scendere le lacrime fosse una cosa bella o brutta.

E non capivo cosa fosse quello strano senso di vuoto scoppiettante nella mia pancia.

Per me era tutto normale.

Anche se là, di fronte ai miei occhi, la gente urlava, fuggiva, rubava.

Non capivo neanche perché per costringere alcune persone a fare le ninne usassero quelle strane cose che facevano un frastuono tremendo.

E non capivo neanche perché quelle ninne le chiamassero sonno per sempre.

Mi piaceva il posto dove stavo.

Era meglio della pancia di mamma.

Potevo guardare il cielo.

Potevo parlare.

Ho cominciato presto a parlare io.

La prima parola che ho detto è stata “scappa”.

E poi potevo correre.

E correvo tante volte.

Quando scoppiavano quelle strane cose che venivano dal cielo.

Quando arrivavano i cattivi.

Quando dovevo prendere una bandiera e portarla indietro senza farmi toccare da nessuno.

Però nella pancia di mamma non ero così sporca.

E non avevo così fame.

E soprattutto avevo un posto dove stare quando faceva freddo o pioveva.

Dopo abbiamo solo camminato.

Corso.

Fermati per un poco.

Mendicato.

Pagato i cattivi.

Poi un bel giorno ci siamo fermati.

C’era il mare di fronte a noi.

Me ne aveva parlato il mio papà.

Ma non era come nella realtà.

Era molto più grande.

E soprattutto era capace di far spuntare sulle facce delle persone che avevano camminato, corso, fermati per un poco, mendicato e pagato i cattivi la cosa più strana del mondo.

Il mare era capace di dare la forza di fare un sorriso.

Ecco, adesso, io non mi sentivo più sola quando sorridevo.

Nel preciso istante in cui il mare apparve ai nostri occhi sorridevano tutti.

Che stupore enorme per me.

Il mio papà mi disse di pregare e di resistere e che presto saremmo arrivati in un posto bellissimo dove non c’erano i cattivi.

Su quella grande casa che stava a galla sul mare si stava stretti stretti e faceva un caldo bestiale.

Ma era bello dondolare.

Ricordo che mi addormentai e che per la prima volta non ebbi paura di perdere le forze.

Ricordo che a un certo punto un urlò mi sveglio.

Ricordo un senso di freddo.

Ricordo che ero  bagnata.

Ricordo che cercai con gli occhi il mio papà.

Ricordo che avevo voglia di una ninna nanna.

Ricordo che era come se fossi tornata nella pancia della mia mamma.

Ricordo che vedevo tutto blu.

Ricordo che sorrisi.

Ricordo che tentai di respirare là sotto.

Ricordo che 

E tu?

Cosa ricorderai di me?

“ciò che ti canto
un giorno lo dovrai cantare”


A quella bimba senza nome



Per aria Anninnia – Musica Nuda - feat. Monica Demuru

lunedì 20 aprile 2015

Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (prima parte)

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)
  15. Tom. La scatola arancione (seconda parte)
  16. Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)
  17. Simona. La scatola turchese

Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera (prima parte)



“Mi sembra di conoscerla da anni”

“Beh, in effetti si”

“Ma noi non ci siamo mai conosciuti, ne sono certo”

“E’ vero!”

Guardava quegli occhi spiritati.

Aveva paura.

Ma, in fondo, era il suo lavoro.

Tante volte erano capitate persone molto giovani rispetto all’età media di morte nel suo studio notarile per depositare le proprie disposizioni testamentarie.

Spesso erano dei pazzi scatenati in preda a strane ansie e a paure all’apparenza ingiustificate.

Ma lui era diverso.

Non parlava di morte.

Lo scrutava, infilava in maniera investigativa gli occhi nei suoi.

Faceva strane domande.

“Lei cosa ne pensa delle affinità tra persone tra loro sconosciute, signor notaio?”

“Penso che siamo talmente tanti in questo mondo che il creatore abbia dovuto fare qualche doppione”

“Mi spiego meglio. Cosa ne pensa quando le attribuiscono affinità con persone che oggettivamente sono lontane e diversissime da lei?”

“Non so cosa dire. Forse è solo un modo per non perdere tempo per capire l’altro. E allora si usa il lavoro già fatto in passato”

Ma cosa voleva?

Dove voleva arrivare?

E soprattutto a chi pensava mentre parlava con lui.

La sensazione che avesse trasposto un’altra persona alla sua figura era fortissima.

La sensazione che volesse mettere tra le sue mani un mistero era terrorizzante.

Ma sapeva mantenere l’aplomb tipico di chi un giorno si era trovato tra le mani un gratta e vinci da riscuotere di una cifra pazzesca.

“La vedo turbato”

Appunto.

“Ma veniamo a noi. Vedo che non ha portato nulla con se”

“Dovevo capire se fosse lei la persona giusta”

“E...?”

Quanto voleva perdere quel lavoro.

Era la cosa che desiderava di più in quel momento.

“Lei lo è!”

Appunto.

“Ha già preparato qualcosa?”

“Lo sto facendo. Mi ci vuole un po’ di tempo ancora. Lei deve solo seguire le mie indicazioni alla lettera. Non farò problemi di pagamenti. In fondo si muore una volta sola, no?”

“Depositare un atto testamentario non richiede indicazioni particolari”

“Io parlo delle indicazioni da seguire dopo che io sarò andato altrove”

“Beh io ho almeno quindici anni più di lei, credo che dovremo passarle a qualche collega un po’ più giovane, non trova?”

“Prendiamo un appuntamento tra un mese circa?”

“Per questo può rivolgersi, quando esce, alla segretaria”

Non vedeva l’ora di vederlo fuori da quella porta.

Non vedeva l’ora che passasse in fretta quel mese per rivederlo e capire meglio cosa avesse in testa.

“Lei ha paura di me?”

“Ma no... Ma cosa dice?”

“Sensazioni...”

“Assolutamente no, ma capisce anche lei che...”

“Non pronunzi la parola strano. Mi dà l’orticaria!”

Aveva sbarrato gli occhi.

Era come se non avesse più lui davanti, ma un altro.

“Mi spiego meglio. Cosa ne pensa quando le attribuiscono affinità con persone che oggettivamente sono lontane e diversissime da lei?”

Adesso aveva capito un po’ meglio il senso di quella domanda.

Si sentiva come posseduto da qualcuno che aveva influito in maniera pesante nella vita di quel povero cristo.

“Le chiedo scusa, signor notaio, ho avuto un momento di... chissà cosa?

“Non si preoccupi”

“Spero che questo non pregiudichi il nostro lavoro”

“Non si preoccupi”

Voglia di mandarlo a quel paese/Voglia di non perderlo.

“Allora vado. Segretaria. Appuntamento. A presto!”

Lo salutò con un gesto della mano.

Un cataclisma aveva attraversato il suo corpo.

Lo seguì con lo sguardo mentre si avvicinava alla porta della segreteria del suo studio.

E lo vide andar via mentre salutava Grazia.

“Dica al signor notaio che ha una segreteria bellissima!”

Sorrise.

Probabilmente era la prima volta in vita sua che Grazia riceveva un complimento.

Era stata messa là da sua moglie che la scelse soprattutto perché era una racchia.

“Ok è pazzo!”



“We sailed through endless skies
Stars shine like eyes
The black night sighs
The moon in silver trees
Falls down in tears”



Per aria Planet Caravan – Black Sabbath

martedì 14 aprile 2015

Un pazzo incatenato alla barba della Rosa di Aaron


(Rose of Aaron)


“Che cosa hai?”

“Niente...”

“Ah, ok”

“...”

A ripensarci su un po’ era proprio stata quella la sera in cui era finito tutto.

O meglio, quella era stata la sera in cui avrebbe dovuto capire che era già finito tutto da un bel po’.

Invece tenne duro.

Mise via ogni pensiero distruttivo.

Si fece complice di quel gioco al massacro che stava subendo.

E accumulò dolore aggiuntivo, senza far spazio.

Quella sera si trovava di fronte al mare.

A tracciare sulla sabbia disegni e un nome.

A far foto a quei disegni e a quel nome.

Era molto triste.

Un po’ per il ricordo della persona che portava quel nome.

Un po’ di più per quella maledetta clessidra che stava terminando la sua sabbia.

Avrebbe voluto fermare il tempo in quel preciso istante.

Avrebbe voluto che non arrivasse mai quella persona.

E aveva fatto pensieri davvero brutti sui tanti modi che avrebbero potuto realizzare quel suo bisogno.

Era disperato.

Avrebbe voluto scomparire per sempre.

Avrebbe voluto tuffarsi in quel mare che aveva, buio di fronte ai suoi occhi, senza nuotare, senza muovere un muscolo per restare a galla.

E aveva fatto una preghiera al fato.

“Parli da solo?”

“Si...”

“E...?”

“Niente...”

“Ah, ok”

Quante cose non fatte prima di quella sera?

Ancora oggi al pensiero di quei giorni sente addosso il peso delle manette ai polsi.

Le manette di una colpevolezza che gli è stata affibbiata senza capirne i motivi.

Ancora una volta in quella sua vita maledetta.

Di una colpevolezza comunque accettata.

Ancora una volta.

Al punto di non aver alcun interesse di ribellarsi.

Ancora.

Al punto di accettare le critiche peggiori senza riuscire a sostenere una minima difesa.

Se non girarsi dall’altra parte quando non riusciva a sostenere la vista di quegli occhi puntati come fossero un dito indice.

Ed era una colpa anche quella.

A ripensarci su un po’ era proprio stata quella la sera in cui avrebbe dovuto capire come si sente un tossico quando ha di fronte uno spacciatore.

Ancora oggi al pensiero di quei giorni sente addosso la scimmia calmata da un’eroina di scadente fattura.

A ripensarci su un po’ era proprio stata quella la sera in cui avrebbe dovuto smettere.

E oggi, purtroppo, non c’è più nulla da fare.

“No, io non sono un tipo intraprendente
Un demone aveva fatto un incantesimo su di me
Il mio mantello nero
Il capitano dei miei sentimenti
L’unica cosa a cui voglio credere

Quando avevo tre anni, e libertà di esplorare
Ho visto la sua faccia sul retro della porta
Sarà la mia pace, la mia fantasia

Avrei dovuto conoscerlo meglio
Nulla può essere cambiato
Il passato è sempre il passato
Il ponte senza uscita
Avrei dovuto scrivere una lettera
Spiegando ciò che provo, il senso di vuoto

Non tirarti indietro, non è rimasto nulla
Gli interruttori nel bar, nessun motivo per vivere
Sono un pazzo incatenato
alla barba della Rosa di Aaron”

Per aria Should Have Known Better – Sufjan Stevens

giovedì 9 aprile 2015

Simona. La scatola turchese

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)
  15. Tom. La scatola arancione (seconda parte)
  16. Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)

Simona. La scatola turchese 






Quella sera non sapevo proprio come fare.

Rivolsi un grido nell’aria.

E lo feci sperando che proprio lei lo accogliesse.

Cominciò a parlarmi di un colore che avrebbe lentamente pervaso il mio corpo fino a.

Era certa che mi avrebbe fatto bene.

Ma sapeva benissimo che non era quel colore che dopo avermi avvolto mi avrebbe rinfrescato l’anima.

E non ebbe alcun tentennamento quando quel colore lo rifiutai perché mi dava ricordi dolorosi.

Lo rese semplicemente più pallido e più luminoso.

Io mi lasciai convincere.

Nessun altro al mondo avrebbe potuto.

Perché nessun altro in quel momento poteva capire esattamente cosa si prova quando.

Lei si.

Lei conosceva la sensazione e il palliativo.

Un palliativo talmente dolce da renderti docile ad assumerlo.

Un palliativo replicabile anche quando alle tue grida ogni essere e cosa restano sordi.

- - -

Simona non era il tipo che andava a cercare le persone.

E non era neanche il tipo che si faceva trovare.

Lei c’era.

Sempre e comunque se le andava di esserci.

Se il suo esserci era sentito dentro.

Mai per interesse.

Mai per mera ipocrisia.

Simona non era il tipo facile da comprendere.

Forse anche perché incompresa a se stessa.

E troppo selvatica per condurla nei discorsi che non la prendevano intensamente.

Ma se c’era era con tutta se stessa.

E bastava un istante per sentirsi invasi dalla sua essenza.

Simona era un puntino nel mondo.

Simona era il mondo intero.

E quella sera, proprio quella sera, la stessa sera Simona seppe.

E fu un attimo pensare a quel colore che aveva inventato seduta stante per dare un po’ di pace a un’anima che sentiva affine, malata di una malattia affine, persa in maniera affine, ma talmente diversa dalla sua che per guardarla un attimo avrebbe dovuto girare su se stessa.

Simona quella sera fu invasa da una notizia di morte.

Di una morte provocata.

Di una morta provocata per mano propria.

Simona quella sera non pensò ad altro che al suo colore che partiva dai piedi per arrivare alla vita e al colore di quell’amico appena scomparso, che partiva dal capo per mescolarsi al suo.

Nessuna altra reazione.

Nessun pianto.

Nessun dolore.

- - -

Aveva la faccia di una che non sa stare in un posto per imposizione.

Era costretta.

Incazzata.

Lo riteneva il peggior vigliacco mai incontrato.

Ma non poteva dirglielo.

Non poteva neanche avvolgerlo in una cappa di silenzio.

Per come era fatta avrebbe tranquillamente fatto a meno di andare a vedere cosa cazzo doveva dirle quel notaio.

Ma sentiva che era un anello in una catena che in qualche modo la coinvolgeva e che non poteva lasciare all'oblìo del niente.

Sentiva una mano alla gola che stringeva e che le dava più noia che dolore.

Non disse una parola.

Fu l’unica che fece leggere al notaio quella promessa così stupida da farle venir voglia di uccidere tutti, limitandosi a fare ok con le un movimento dell'occhio sinistro.

Si alzò.

E andò via scavallando le gambe dove erano finiti  gli occhi di un testa di cazzo che fulminò senza neanche guardarlo.

Era bellissima Simona.

E quando era incazzata lo era ancora di più.

Con quel fascino di inaccessibilità tanto caro agli impotenti.

Ed in effetti quel tipo mi sa che un po’ impotente era.

- - -

Era a Roma

Poteva starci un po’ se avesse voluto.

Ma non ne aveva voglia.

Tornò alla sua isola immediatamente.

E ci tornò con la noncuranza tipica di chi non si aspetta mai nulla e malgrado quella scatola la stesse aspettando a casa.

Quando la guardò fece la faccia schifata.

E aspettò un paio di giorni prima di aprirla.

Un paio di giorni che passo nel silenzio e da sola.

Non certo per lutto.

Non sapremo mai perché in effetti.

Non sapremo mai nulla se non sarà lei a dirlo.

E non potremo neanche immaginarlo per scriverlo in un romanzo dove chi scrive tutto può.

Lei è mistero.

E forse, se proprio vogliamo avventurarci in una spiegazione, le dava noia di starsene di fronte ad una scatola turchese che era mistero essa stessa.

“Sai che sei bella?”

“Si sono un capolavoro!”

Finalmente sorrise.

E decise che era quello il momento per fare i conti con quel coglione.

“Avanti stronzo! Che regalo mi hai fatto?”

La scatola era aperta finalmente.

Simona scoppiò in una risata incontenibile.

Quel testa di cazzo le aveva regalato una pistola.

E un biglietto che...

“Ti aspetto splendore...”

- - -

Era stata la scatola più difficile da riempire.

Poi fu illuminato.

Quando la chiuse ebbe la certezza di averla salvata.


“Annaspando ma in qualche modo ancora vivo
Questo è l’ultimo fiero atto di tutto quel che sono
Annaspando, morendo ma in qualche modo ancora vivo
Questo è l’atto finale di tutto ciò che sono

Please keep me in mind”

Per aria Well I wonder – The Smiths