giovedì 26 marzo 2015

Lettera a Bob Dylan - I tempi stanno cambiando




La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L'ordine sta rapidamente
scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l'ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

Ciao Bob,

Ricordi queste parole?

Sono le tue.

Infilate in una ballata struggente. 

Cosa è cambiato da quel giorno Bob?

Cosa hai fatto subito prima e subito dopo averle scritte?

Le hai scritte di getto?

O le hai messe là a prendere aria in attesa che ne arrivassero altre?

Fumavi mentre la penna si lasciava guidare dalla profezia?

Bevevi?

Cosa hai mangiato?

Sei uscito di casa in quei giorni?

Hai guardato la televisione?

Hai dormito?

E soprattutto...

Bob tu avevi già sognato chi avrebbe fatto la pelle a Kennedy?

Ne sono passati di anni eh?

Eppure quei tempi stanno ancora cambiando.

Come se non ci fosse soluzione di continuità.

Ma non potevi fermarli a quel giorno?

Magari non lanciando questa maledizione al mondo.

Ti sto dando troppa importanza?

Sarà l’alcool che ho ingollato?

Eppure ora ci sono io e questa canzone.

Presa da quel live al Budokan.

Quando già molti di quei cambiamenti si erano esauditi.

Ma tu continuavi a cantarli.

Come se queste parole e questa musica dovessero essere eterni.

Come eterna è la necessità di mandare a loop i se.

Ehy Bob, ti sei accorto che è sempre peggio?

Non ti senti un po’ in colpa?

Non senti sulle tue spalle il peso della profezia di sventura?

Come fai a restartene sornione?

A menar parole nell’aria senza aver paura di averci visto male.

A far quei continui viaggi indietro e avanti nel tempo per il solo gusto di infilare dentro poesia in musica il dubbio che tu sia maledetto.

E quei figli che quelle mamme e quei papà dovevano lasciar liberi di andare incontro ai tempi che stanno cambiando?

Si.

Proprio noi.

Dove abbiamo sbagliato?

Cosa abbiamo sbagliato?

Lo so stai scuotendo la testa.

Sorridi sarcastico.

Hai toppato Bob.

Quei figli se ne fottevano dei tempi che stanno cambiando.

A loro interessava semplicemente svincolarsi da catene che il tempo fermo dava.

Hanno fatto un salto e sono diventati ben peggiori dei loro genitori.

Quei figli sono diventati ciechi.

Indifferenti.

Quei figli hanno lasciato che coloro che avrebbero dovuto combattere e vincere spazzassero via la speranza.

Usando i poveri per strumentalizzarli ai propri fini.

E le armi per fare ricchezza propria e morte altrui.

Quei figli hanno preferito l’ignoranza che non dà dolore.

Hanno preferito voltarsi altrove.

E i senatori che avrebbero dovuto lasciar libera l’entrata del proprio regno per non ferirsi?

Chi di quelli che stavano fuori a far “rivoluzione” ha mai tentato di farlo?

Nessuno, caro Bob!

Perché la rivoluzione si è trasformata in baldoria e festini.

E i senatori sono tornati dentro a cambiare i tempi come volevano loro.

Magari con la tua canzone in sottofondo, un sigaro in bocca e una puttana a smorzargli il cazzo.

Cosa sarebbe successo Bob, se il presidente Kennedy fosse scampato alla morte e tu non avessi cantato quella stessa notte questa canzone?

Nulla di diverso.

I tempi stanno cambiando è un adagio normale.

Banale.

Puro.

Ma non si può far profezia.

Se non sorridendoci sopra.

Ehy caro Bob non prendertela.

Tu resterai immortale.

Ma non per aver dato la forza a un movimento di speranza.

Tu resterai immortale perché ci hai fatto cantare e far l’amore.

Io fossi in te mi accontenterei.

Ti abbraccio

Tandoori


Per aria The times they are a-changin' – Bob Dylan

martedì 24 marzo 2015

Avrei dovuto saperlo meglio



Avrei dovuto saperlo meglio

No

Non avrei potuto

Qualcuno avrebbe dovuto aiutarmi a capire

Non lasciare che fosse

Non lasciare che fossi io a trovare la spiegazione.


Avrei dovuto saperlo meglio

Si

Si, mi sarei risparmiato congetture false sui perché

Qualcuno lo avrei risparmiato

Non avrei costruito la maschera del nemico su ogni viso di fronte

Non avrei messo barriere insormontabili a chi aveva il diritto di entrare.


Qualcuno avrebbe dovuto aiutarmi a capire

Non trasformandosi in quello giusto per farlo

Non aprendo le porte del mio cuore con l’inganno.


No

Non così

Così è stato ben più terribile e ingiusto

Molto peggiore di quello che ancora non sono riuscito a capire

Di quello che forse è meglio io smetta di ostinarmi a voler capire.


“No, I’m not a go-getter
The demon had a spell on me
My black shroud
Captain of my feelings
The only thing I wanna believe”


Per aria Should Have Known Better - Sufjan Stevens

venerdì 20 marzo 2015

Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti


  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)
  15. Tom. La scatola arancione (seconda parte)

Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)




Tom quella mattina si alzò, come al solito, molto presto.

Teneva tantissimo alla pulizia e ad avere il viso liscissimo.

Doccia e barba.

Preghiere.

Chai e una banana zuccherata.

Ma quella notte aveva fatto un sogno stranissimo.

Quella notte aveva ricevuto una lettera.

La lettera di un notaio.

Veniva dall’Italia.

Sembrava reale.

Ma era surreale che quel suo amico italiano avesse deciso di farla finita.

Quel suo amico che aveva portato in India se stesso e che aveva lasciato se stesso in India.

Non poteva morire senza tornare.

E poi lo aveva promesso.

Ma in fondo era un sogno.

E i sogni di morte allungano la vita del morto nel sogno.

Cercò di sorridere chiamando a sé qualche ricordo buffo.

Tipo quello di quando andarono a vedere assieme un tempio indù e lui prese senza pensare la scala sulla destra per salire.

La gente lo guardava malissimo.

Qualcuno lo insultava.

E lui diceva “Namaste” a tutti.

Fin quando capì.

E lo capì quando sentì due dita stringergli un lobo per riportarlo in basso.

“Ma cazzo nun me lo potevi dì prima?”

Era troppo divertente e Tom si godette quello spettacolo da basso.

Tanto al punto zero sarebbe tornato.

Mise piede nel suo piccolo e polveroso ufficio.

Accese il computer.

Puntò facebook.

Cercò la sua pagina.

Faceva un caldo infernale e le pale sul soffitto erano ferme.

Troppe carte sparse sul tavolino per poterle azionare.

“Oh my god”

Quella pagina facebook era intrisa di candele, foto e R.I.P.

Era davvero penetrato nei suoi sogni.

Aveva davvero trovato il modo per recapitare quella lettera.

E poi lo aveva portato a Roma.

E gli aveva fatto incontrare gente sconosciuta in uno studio signorile del centro.

E aveva ascoltato, promesso, stretto le mani.

Ma non aveva viaggiato.

Non ricordava aerei, macchine, autobus, risciò in quel sogno.

Ma aveva sentito gli odori.

Le parole.

Il senso di vuoto infinito che una morte poteva provocare.

Ma come poteva essere?

Cercò di fare mente locale per ricordare più cose possibili.

Le parole di quell’uomo che impartiva indicazioni.

Il suo italiano non era più quello dei tempi in cui era venuto a studiare in Italia.

E c’erano parole dal significato sconosciuto, dimenticato.

Chiuse gli occhi.

“Io, Tom, prometto solennemente che quando tornerò a casa e troverò la mia scatola del colore che mi piace tanto, la aprirò, ne guarderò il contenuto, deciderò cosa farne e mai in assoluto ne rivelerò la provenienza.
Prometto poi che non parlerò di questo con le persone che oggi sono qui.
Prometto che quello che avrò in dono da questa giornata resterà fatto mio che non sarà condiviso con nessuno.”

Aveva pronunciato esattamente quelle parole.

Come un pappagallo.

Anche se non aveva capito bene il significato di fatto mio.

E lo aveva chiesto al tipo vicino a lui.

Quello un po’ arrogante.

“Che te devi fa li cazzi tua e nun lo devi dì a nessuno!”

Si doveva essere un segreto.

Ma se avesse rivelato di quel sogno gli avrebbero sicuramente tolto la custodia di quei bimbi e lo avrebbero rinchiuso in un manicomio dell’Uttar Pradesh.

Riaprì gli occhi.

Il computer si spense.

Aveva dimenticato di accendere la batteria di riserva.

Da quelle parti la corrente va e viene.

I primi ragazzini cominciarono a mettere piede sulla terra e a vociare.

“Namaste namaste”

Era arrivato il postino.

Era incazzato.

Quella mattina doveva recapitare una pesantissima scatola.

Tom si alzò di scatto.

Tarantolato.

Corse fuori.

Vide arrivare il postino sulla sua moto sgarrupata.

Era in equilibrio precario per via di quella scatola.

Una scatola arancione.

Gli corse incontro.

La prese senza aspettare.

Il postino perse il contatto di tutte le lettere, che caddero sul terreno arido.

Tom corse nel suo ufficio.

Chiuse bene a chiave.

Era sudatissimo.

Accese il ventilatore a pale.

E in un tripudio di fogli svolazzanti distrusse quell’involucro.

C’erano 4 piccole scatolette.

Su una c’era scritto non aprire.

E una lettera.

“Caro Tom,
sono certo che hai ricevuto questa scatola.
E ne sono certo altrimenti ora non staresti leggendo.
Si fa presto ad esser profeti, visto?
Io spero che tutti i bambini stiano bene.
Lo spero di cuore.
E spero che stiano bene soprattutto quelli che stanno scoprendo lentamente di essere soli.
Quelli che hanno subito violenze.
Quelli che hanno addosso il peso della colpa di esistere.
A volte, quando ne hai troppe sotto mano di queste storie, il rischio è quello di non fare la dovuta attenzione al singolo.
A volte il rischio è quello di rendere la violenza subita ancora più grande.
Io ci sono stato là.
Quattro volte.
Sono stato con loro.
Alcuni li ho visti arrivare.
Ho visto una di loro sposarsi.
Ma non sono mai riuscito a farmi fregare dai loro sorrisi.
Era troppo forte l’attrazione per i loro occhi.
E dentro a quegli occhi ho sempre trovato la mancanza di qualcosa.
Che io non potevo dargli.
Che tu non puoi dargli.
E che, prima o poi capiranno, non avranno mai.
Molte volte ti ho chiesto la storia di ognuno di loro.
Molte volte mi sono incazzato con te perché non la conoscevi.
A volte penso che sia stato un grande errore venire là.
E tornarci ancora
E ancora.
Io prima di conoscervi vivevo come si vive ogni giorno in un paese occidentale.
Coi propri problemi, chi non li ha?
Con le proprie gioie, le proprie noie, le proprie inquietudini.
Dopo ogni cosa ha preso dimensioni enormi.
Laceranti.
Ok Tom.
Hai trovato quattro scatolette.
Una è per te. C’è scritto Tom sotto.
E’ l’unica che puoi aprire subito.
Una per le ragazze. C’è scritto girls sotto.
Una per i ragazzi. C’è scritto boys sotto.
L’ultima sono io.
Ti ricordi?
Te lo avevo promesso in fondo.
Ti avevo promesso che sarei tornato.
E ti avevo promesso che avremmo sistemato questo posto.
E tu mi avevi promesso che mi avresti portato a Varanasi prima o poi.
Ti tocca Tom.
Portami a Varanasi e poi apri quella scatola e lasciami là.
Ti voglio bene”
G.

Aveva in mano tre scatole piene di soldi e una piena di lacrime.

Avrebbe rimesso a posto quel luogo.

Rimosso l’amianto.

Rifatto i tetti.

Ma prima doveva mantenere una promessa.

Andare a Varanasi.

E pensare che era solo un sogno...

I bambini reclamavano la sua presenza.

Erano già pronti per andare a scuola.

Baba vagava imprecando.

E il monsone sembrava pronto a farsi largo impetuoso e benefico.

Ogni cosa sembrava davvero essere tornata alla straordinaria normalità di quei luoghi.

Quella normalità che quel suo strano amico venuto dall’ovest amava più di se stesso.

Era come se in quel posto ci fosse nato e cresciuto.

Era come se la sua vita non avesse mai avuto nulla da invidiare alla vita di quei bambini.

Chissà cosa era successo a lui?


Per aria Verso l'India - Nuove Tribù Zulu

lunedì 16 marzo 2015

Cose che cambiano tutto




“Ci sono cose che non puoi capire adesso,
cose che fanno più paura del tuo gusto dell'eccesso.
Ci sono cose che non vedi, anche se sono dappertutto”


Puoi prendere gli schiaffoni più forti

Urlare che “Basta, cazzo! Non ci casco più!”

Ma dovresti fermare il tempo per essere coerente con le tue urla

Perché tanto, lo sai.

Ci ricaschi.

Ci sono cose che cambiano tutto.

Incontri.

Dolori.

Stupori.

Magari sospensioni della tua rabbia.

E della tua famelica voglia di vendetta.

Ultrasuoni che richiamano il tuo sentire sopito.

Luci e colori che tolgono nebbia alla tua vista.

Carezze.

Abbracci.

Racconti.

Ubriacate e un sacco di risate.

Si proprio mentre stava maturando il letargo per farti giustizia.

Proprio quando avevi già deciso di riempirti di esplosivo e portare con te nella tomba chi ti aveva reso l’essere più sporco e immondo dell’universo.

Proprio mentre quel piatto si stava inesorabilmente raffreddando per essere finalmente servito.

Non è solo bellezza un attimo che passa.

Forse passa anche quello più misero e.

E io non so se sarò in grado ancora di stringere quelle mani che sembrano volermi tirare fuori.

L’ho fatto un sacco di volte.

Ma...

Ma, cazzo, mi hanno portato in alto prendendomi per la punta dei pantaloni.

Più in alto possibile per essere certe che mi facessi veramente male quando venivo lasciato precipitare e.

E.

Vedremo, amici miei.

Vedremo se trascorreremo le prossime ore della nostra vita a distruggere o a ricostruire.

O a dormire per paura di muovere anche un solo dito.

Siam gente fatta per i miracoli, lo sappiamo.

Nel bene e nel male.

Ci sono cose che cambiano tutto.

Però, ecco.

Mentre il tuo passato si sta distruggendo con le sue stesse mani, hai camminato, senza neanche accorgertene.

Scollinando.

E scoprendo che non c’è un solo orizzonte.

Anzi.

Solo quello alle tue spalle sembra liquefarsi.

E non per colpa delle tue maledizioni.

Credo che fosse davvero il suo destino.

Fatuo, come una lampadina alimentata a manovella.


“La luce spegni, ti fai avanti:
non han più peso le parole, l'odio che mi porti.
Ci sono cose più importanti
nel cuore nero di certe fanciulle affascinanti”



Per aria Cose che cambiano tutto – Diego Mancino

giovedì 12 marzo 2015

Nel blu tra il cielo e il mare di Susan Abulhawa




Questa potrebbe apparire come la recensione di un libro.

Ma no.

Non lo è.

Questa è semplicemente una prova d’amore che io chiedo a chi passa di qua.

Una prova di fiducia se abbiamo timore della parola amore.

Si sa, a volte si cerca di insudiciare i termini più belli per paura che possano morderci.

Lo si fa anche con le persone.

Con i popoli.

Con la terra che calpestiamo.

E spesso lo si fa perché richiede troppo impegno andare a infilarci le mani dentro.

Succede.

Potremmo impartirci scuotimenti di testa e sensi di colpa.

O potremmo fregarcene.

Ma in ogni caso staremmo perdendo un’occasione.

In fondo di fronte a qualcosa di diverso o di lontano dal nostro ogni giorno preferiamo starcene sulle nostre.

Giudicando per sentito dire, magari.

Arrivando persino ad odiare.

Così.

Tanto per.

Questa non è la recensione di un libro, dicevo.

E non lo è perché io non ho alcuna intenzione di infilare parole mie dentro quelle di chi racconta storie dentro la storia.

Non ho alcuna intenzione di infilare le mie emozioni dentro le emozioni di chi dentro quelle storia ci è stato dentro, l' ha vissuta e l’ha tradotta in storie col proprio talento mai artificiale e sempre a nervi coperti da un sottilissimo velo di dolcissima dignità.

Questa potrebbe essere una possibilità per chi passa di qua.

Magari per caso.

La possibilità di abbracciare qualcosa che arriva da lontano.

Conoscerla attraverso stanze di normalissima, non certo per noi da questa parte del mondo, vita quotidiana.

Amarla per la fantasia che c’è dentro, mescolata bene, per dare anche un lustro di bellezza ai sensi.

La possibilità di piangere, sorridere, turbarsi, scuotersi, aver voglia di coccolare, aver bisogno di ricevere coccole, aver voglia di smettere di leggere perché le pagine che mancano stanno finendo e ricominciare bisbigliando lentamente ogni parola che non copierò qui neanche in un piccolo stralcio perchè ho una paura fottuta di insozzarla.

La possibilità di andare in apnea senza soffocare o di soffocare respirando.

Facciamo davvero che sia una prova d’amore, pura.

Il sapore del bacio lo sentirete durante la lettura.

E non abbiate paura dei denti che vi mordono la lingua, fanno parte della vita, così come il sapore che lasciano sul palato.

Non abbiate paura di nulla.

L'amore viene sempre in pace.

- - -

Compratelo questo libro e se non lo avete letto comprate anche “Ogni mattina a Jenin”.

Scoprirete che si può aspirare bellezza tirando su con una cannuccia sottile da un baratro.

Susan è meraviglia viva.

Mi saprete dire quando ve ne sarete innamorati anche voi.

- - - 

Se poi volevate una recensione basta andare su google.

C’è gente che lo fa per lavoro.

Benissimo peraltro.

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Lascio il sottofondo del precedente post.

Ci sta benissimo.