venerdì 27 febbraio 2015

Sei una merda




“Sveglio e brillante per le corse quotidiane
Senza meta
Senza meta”

Non sempre occorre raccontare le cose

A volte basta farle capire lentamente

Atteggiamenti e risposte evasiva

Dolcezza magari

Questo ti farà perdere più tempo nel raggiungere i tuoi intenti

Ti renderà più facilmente oggetto che provoca rabbia

Ma potrai sempre e comunque affermare di non aver detto quello che è stato capito

Potrai continuare a fare la tua strada

E sarai sempre bellissimo

Visto da fuori sarai stupendo

Però ti sentirai una merda

Guardandoti dentro una vera merda

Ma tranquillo

Respira

Sarà solo questione di convincere te stesso che sei nel giusto, mascherare la puzza e non cedere mai alla necessità di confidarlo ad alcuno

Scaricare via ogni senso di colpa

Dare del pazzo a chi ti attacca

E fare la vittima sempre

Se non ci saranno complicazioni andrà bene fino alla morte

E magari qualche istante prima chiederai scusa

Dando la colpa al mondo folle in cui hai vissuto

Sperando che l’altro, di mondo, ti accolga ripulito

O che la merda abbia un valore diverso di là

Ehy merda mi raccomando...

Nessuna meta

Nessuna espressione


“Le loro lacrime hanno riempito i loro bicchieri
Nessuna espressione
Nessuna espressione”


Per aria Mad World – Gary Jules



mercoledì 25 febbraio 2015

Mickey mouse has grown up a cow



Era il non ricordo del mese di ottobre 2005 più o meno prima dell'ora di cena

“Me la dai una mano?”

La cadenza era quella tipica di una domanda.

E la postura era quella di chi è in attesa di un responso.

Ma gli occhi no.

Quelli erano affermativi.

Sicuri.

Convinti.

Avevo mille chance per dire di no.

Mille possibilità che però erano in uno scrigno, serrate da una catena e da un lucchetto enorme.

Non avevo chiavi per scardinare le mie incertezze.

Fu per questo che decisi di andare sulle modalità di quanto mi veniva esposto.

Lasciando in sospeso il discorso sul si si no no sia il tuo parlare.

“Ma come possiamo fare? E’ una cosa bellissima… Ma…”

“A me adesso non interessa il come. A me basta sapere che tu stai dentro. Ci penserà la…”

Mi dava sul culo quel suo modo di porsi nei confronti delle cose della vita.

Si affidava su tutto.

Non si scomponeva mai.

Io invece avevo bisogno di programmazione.

Tutto doveva essere perfetto.

Dall’idea alla realizzazione.

Altrimenti non se ne faceva nulla.

Era l’unica possibilità che avevo per preservare la mia salute.

Non avrei mai retto un cambio di programma in corsa.

Non avrei mai retto uno scostamento dalle previsioni.

Non avrei mai retto un fallimento.

“…Provvidenza!”  

Per lui, invece, qualsiasi imprevisto altro non era che un segno.

Un suggerimento arrivato dall’alto.

Contingenze favorevoli da cogliere al volo con il massimo della fiducia.

“La fai facile tu. Ti fai prendere, prometti le cose più incredibili alla gente, poi vieni qua e chiedi una mano con quegli occhi furbi, con quella sicurezza di merda, con quel sorriso etereo. Ma sai che ti dico? A sto giro te la vai a pijà ‘nder culo! Hai sbagliato indirizzo! Ma che davero davero?”

No.

Non fu questa la mia reazione.

Anche perché mi ci vedete a me, quando sono incazzato, pronunciare o solo pensare il termine etereo?

Mi zittii.

Semplicemente.

Ammettendo a me stesso che qualsiasi parola sarebbe stato un inutile spreco di fiato.

I miei occhi si erano portati avanti.

I miei occhi erano già dentro quelle scarpe che avrebbero segnato per sempre i miei pensieri, le mie azioni, i miei desideri.

Ormai era inutile qualsiasi sillaba, qualsiasi parola, qualsiasi ricerca di notizie ulteriori su posti e persone su cui presto sarei inciampato.

Io ero sospeso a mezz’aria e lui era già seduto a tavola, famelico.

Io ero là, immobile, alla ricerca di un appiglio e lui era pronto a masticare, parlando d’altro.

Parlare di tutto.

Tutto tranne quello che avrei voluto sentire.

Era un po’ come se quella bomba che aveva appena innescato non esistesse più.

Messa via.

Tanto sarebbe esplosa da sola.

Comunque.

Malgrado le mie ansie.

Malgrado la mia assoluta certezza di essere incapace solo a pensarla una cosa del genere.

Ricordo benissimo che Fra quella sera preparò pasta con le verdure, con un sughetto fantastico, figlio dell’incontro tra pomodori pachino e peperone rosso fuoco.

Ricordo benissimo che gli chiesi “Come cazzo fai a campare senza mangiare carne?”

Ricordo benissimo che sorrise senza degnarmi di risposta.

Quella sera avrei potuto scrivere qualcosa.

Anche solo appuntare una data.

Anche solo per ricordo.

Quella sera avrebbe cambiato i connotati alla mia vita ma non ne ebbi la percezione.

Quella sera sarebbe potuta scivolare via, come tante sere, senza la dignità di restare indimenticata.

Così non fu.

Se quella sera avessi scritto di ogni parola, di ogni sensazione, di ogni odore, di com’era fuori il tempo, di come eravamo vestiti, di quante volte avevo detto cazzo, sarebbe uscito fuori un bel primo capitolo di quel libro che non ho scritto mai.

Di quel libro che non ho mai neanche cominciato a scrivere.

Di quella sera ricordo che misi musica nelle mie orecchie mentre guardavo le linee di luce che si spalmavano sul soffitto e che mi addormentai cercando di capire cosa cazzo significasse grown up per capire cosa avesse fatto Topolino con una mucca.


“It's on America's tortured brow
Mickey mouse has grown up a cow
Now the workers have struck for fame
'Cause Lennon's on sale again,
See the mice in thier million hordes
But to the Ibeza to the Norfolk
Broads rule Britannia is out of bounds
To my mother, my dog, and clowns”



Per aria Life in Mars – David Bowie

lunedì 23 febbraio 2015

Intorno a "Io e Franchino"




“Ci siamo persi nei dettagli, io e te, Franchino,
ognuno nei suoi sbagli, e con dei figli da difendere
ognuno in un imbroglio contro il suo destino
questione di dettagli per noi se vuoi Franchino”


Era il non ricordo del mese di novembre del 2005.


“Quando sei seduto sopra al tempo sembra che sia poco più che fermo.
Senti di averlo tra le mani.
Di poterne disporre.
Ma lui incurante va.
E se ripensi a ritroso fai fatica a collocare quel preciso momento che torna di soppiatto alla mente sotto forma di ricordo.”

“Ti prego continua…”

Ribattei estasiato da quelle parole pronunciate con voce ferma tra una sorsata di birra scura ed una tirata di sigaretta.

Quelle parole potevo averle pronunciate io.

E non solo perché le condividevo.

Quelle parole erano parte di me.

Ma mai sarei riuscito a farle uscire a quel modo.

“Beh. C’è ben poco da continuare.
Ricordi il giorno in cui ci incontrammo la prima volta?”

“Certo che lo ricordo!”

Come avrei potuto dimenticare un incontro che si era andato ad inserire nel bel mezzo di un trasloco? Un ragazzino di otto anni non mette via un trauma del genere. E vicino ad ogni trauma, come calamitate, si accatastano le cose vissute, le musiche ascoltate, gli odori.

“E ricordi che giorno fosse?”

“Cazzo no! Come potrei ricordarlo…?

Perché tu lo ricordi?”

Riusciva sempre a farmi sentire una spanna sotto di lui… Ma in quel momento avevo bisogno delle sue parole. E non solo. Avevo bisogno delle sue parole e delle sue pause.

“Almeno ricordi che periodo dell’anno fosse?
Faceva freddo? Faceva caldo?
Piovev…”

“Ecco si!
Sono sicuro!
Non pioveva!
Ricordo che eravamo vicino al muretto in mezzo all’entrata tra i due garage.
All’aperto.  

Se fosse stato un giorno di pioggia mia madre si sarebbe affacciata e mi avrebbe fatto salire.”

Tirai giù d’un fiato, sorridendo colpevolmente.

Sapevo benissimo che la mia risposta non era soddisfacente.

In fondo io non ricordavo con esattezza il giorno, l’ora, la stagione dell’anno e naturalmente non ricordavo come eravamo vestiti e neanche la sua faccia da bambino.

Ed era impossibile qualsiasi sforzo per migliorare il ricordo.

Non aveva altra scelta che contare su di lui.

“Si.
Effettivamente non pioveva.
Per quanto fosse un mese pazzerello.
Era pomeriggio.
Pomeriggio presto.

Il momento perfetto per un ragazzino per uscire di casa indisturbati mentre la mamma sparecchia e il papà si abbiocca sul divano.”

“Quindi era domenica!” Sentivo di dover aggiungere qualcosa di mio ma…

“Stiamo mettendo assieme i ricordi. Non stiamo facendo i detective.”

“Hai ragione…” Adesso ero completamente nudo. Avrebbe tranquillamente potuto alzarsi ed andare via senza chiudere la porta e lasciarmi in mezzo alla corrente a gelare.

Ma, per fortuna, non lo fece.

“Era domenica.

Si.

C’era un bel sole tiepido.

Tu avevi una orrenda giacca a vento.

Io un maglione di quelli più grossi che caldi.

E ricordo esattamente che era il 27 marzo 1977…”

Sparò a bruciapelo quella data.

Mi sentii per un momento mancare…

Ripresi fiato.

E cominciai a ridere.

Forzatamente.

“Ahahahahaha ma che cazzo dici?”

“Era il 27 marzo 1977 ed erano le 14.20!”

Mi stava facendo paura.

Ma cercai tenere il punto.

“Ah si?

Le 14 e 20 e quanti secondi?”

Restò imperturbabile.

Sapeva il fatto suo.

Ero io quello destinato a restare sconfitto.

“L’orologio che mi regalarono i miei il giorno del mio compleanno non contemplava i secondi.

Ricordi?”

“Ma me posso ricordà l’orologio tuo del 1977?”

Ormai rispondevo come se fossi telecomandato.

Trangugiò una manciata di noccioline americane.

Mandò giù la scolatura del boccale.

Accese l’ennesima sigaretta.

E buttando via il fumo di sguincio verso il soffitto riprese.

“Il giorno in cui portai a casa il mio primo dettato mia mamma mi regalò un grosso quaderno con la copertina rigida.
Ogni pagina aveva una data.
E sopra c’era scritto – il mio primo diario segreto –
La cosa strana era che non cominciava dal 15 settembre come i diari per la scuola.
Cominciava dal primo gennaio.
Mia mamma mi disse che quello era il momento giusto per cominciare a scrivere, ogni sera, i momenti più importanti della giornata che stava per finire.
E mi disse anche che sarebbe stata una cosa bellissima rileggerlo, dopo tanto tempo.”

Ormai ero in completa balìa.

Muovevo la testa come fossi stata la sua immagine riflessa in uno specchio.

Non riuscivo più neanche a fiatare.

Non volevo interromperlo.

Non volevo si interrompesse.

I miei occhi lo esortavano.

In preda alla disperazione.

“E se vuoi posso dirti cosa abbiamo fatto il pomeriggio seguente.
E un mese dopo.
E un anno dopo.
Posso dirti anche quello che abbiamo fatto un mese fa.
Quasi trent’anni dopo…”

E scoppiò in una risata roboante prima di…

“Daje.
Annamose a dormì che so stanco!”

Quella sera ero troppo confuso.

Quella sera ero mezzo ubriaco e un bel po’ stanco.

Insomma neanche quella sera ebbi l’accortezza di segnare le coordinate di quello che avevo vissuto.

Prima di addormentarmi pensai a lui che scriveva sul suo ennesimo diario segreto le soddisfazioni che si era tolto nei miei confronti.

Quello che rimane ora, dopo 10 anni, è il ricordo.

Perturbato da un grido che lacerò ogni cosa nel mezzo tra allora e adesso.

Un grido al quale decisi di non porre alcun rimedio.

Lasciandolo in aria in attesa che si smorzasse lento col fluire del tempo.

Assieme a questa canzone, che, benedetto Riccardo, hai mollato al mondo a far ricamo di nostalgie.

E allora vaffanculo anche a te Riccà!

Un vaffanculo colmo d’affetto, per carità, ma cazzarola!

“non rimane più niente che mi fa più paura di me
se anche tu ti nascondi e non ti ricordi perché”


Per aria Io e Franchino – Riccardo Sinigallia


venerdì 20 febbraio 2015

Forse ci siamo presi troppo sul serio finora. Ve?



Avrei potuto.

Non che non avessi voluto. Anzi!

Ne avevo una voglia pazzesca.

Esprimere il proprio sentire è la massima aspirazione dell’uomo.

Esprimerlo per donarlo al mondo.

Per civetteria forse, ma non solo.

A cosa serve vivere, camminare, cercare di stare al passo col tintinnio del tempo che scorre, incontrare gente, evitarla, nutrirsi, esplorare, leggere, osservare, mangiare, cacare, lavarsi se poi non muovi verso il desiderio di condividere tutto, parlarne, scriverne, abbracciare?

Avrei potuto.

Ma non ci sono riuscito.

E la cosa più grave è che comincio a cullare il forte desiderio di rinunciarvi.

Definitivamente.

Per mettere l’anima in pace forse, ma non solo.

Quando senti di aver preso la direzione sbagliata cerchi in tutti i modi di tornare indietro.

Ma spesso lo fai senza riprendere a ritroso i passi sbagliati.

Cerchi una strada davanti ai tuoi occhi che sia quella giusta per girare intorno al palazzo, come se avessi la presunzione che tutto abbia un moto circolare.

E sbagli ancora.

Il rischio che ogni scelta muova su una linea retta è grosso.

E l’errore iniziale pregiudica tutto il cammino.

A meno che non fai di quell’errore il tuo nuovo stile di vita.

Quella strada che non volevi diventerà comunque unica ed il fatto che sia diversa da quella che pensavi fosse è solo un accidente.

Nuova provvidenza da cogliere e seguire.

- - -

Quella mia provvidenza era chiara.

Avrei fatto le esperienze più belle di quanto potessi immaginare senza avere la possibilità di raccontarle, senza avere la possibilità di rendere partecipe chi avessi incontrato lungo il percorso.

Si trattava solamente di persuadere se stessi.

Di accettare che era bello così e che tornare indietro, alla ricerca di un nuovo destino, era impossibile, pericoloso ed imprudente.

Fu così che feci coriandoli di ogni cosa che avevo scritto fino a quel momento, misi via penne, fogli e ogni materiale che mi avrebbe potuto far venire la voglia di prendere appunti.

Quel libro che tanto sognavo non sarebbe mai esistito.

E quella foto scintillante di colori esotici che avrebbe dovuto rivestire le mie storie sarebbe diventata una delle tante foto che metti via perché servirà quando sarai vecchio per dare il la alla malinconia di un pomeriggio d’inverno.

Così era deciso.

Potevo tornare a cazzarellare.


Fino a nuovo ordine naturalmente.

Senza pensare più a quello che avrebbero detto di me.

Per aria Dicono di me -  Cesare Cremonini

giovedì 19 febbraio 2015

Tom. La scatola arancione (prima parte)

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)

Tom. La scatola arancione (prima parte)



Proprio su quel colore così intenso perse la sua freddezza.

Quella droga che aveva preso corpo nel suo animo sembrava non fare più l’effetto che lo aveva reso freddo, distaccato, completamente assente da se stesso.

Quel colore così intenso e vivo, quasi luccicante, aveva avuto su di lui, anche se solo per poco, la forza di riportarlo a ragionare con la sua testa.

Quella testa capace di non dare nulla per scontato.

Completamente incoerente.

Dubbiosa.

Fitta di confusi teoremi e ripensamenti.

Strinse i pugni.

Urlò intensamente e con voce strozzata uno sprezzante “NO”.

Chiuse gli occhi alla ricerca di un non colore.

Ma continuò a vederlo forte, vivo, bellissimo.

Quello era il colore dell’India.

E quel tornare, almeno con la mente, sui suoi passi, a poche scatole dalla conclusione fu dolorosissimo.

Assai più doloroso della fine di ogni storia d’amore.

Sommate assieme.

Significava che l’ultima volta in cui aveva toccato la terra del sacro Gange la stava salutando per l’ultima volta.

E che tutti gli arrivederci erano soltanto una bugia.

Riaprì gli occhi, corse verso la cucina, prese quel blister maledetto tra le mani, spinse contro la velina dall’alluminio, una, due, tre, quattro, cinque volte.

Prese quelle cinque pasticche nel palmo della mano e giù.

Tutto d’un colpo.

Senza acqua.

Ingollò e torno verso il suo letto sfatto.

Si stese.

E nel giro di pochi attimi salutò il mondo.

Direzione sogno.

Direzione India.

- - -

Tom ricevette quella mail scritta da una persona a lui sconosciuta.

Non capì bene subito.

Il suo italiano aveva perso forza.

Lesse il suo nome.

Sorrise.

Lesse della sua morte.

Smise di sorridere.

Lesse la parola testamento.

Sorrise di nuovo.

Tornarono alla sua mente le ore in cui lo incontrò la prima volta.

Quasi dieci anni prima.

Quella mattina era stato scelto per andare a prendere un italiano all’aeroporto di Bhopal.

Avrebbe dovuto farsi quattro ore di macchina all’andata e quattro al ritorno.

Non era il massimo della vita.

E poi aveva cento e più ragazzini da curare nell’orfanotrofio che dirigeva.

E organizzare la festa del santo patrono di quel posto cristiano tra gli indù.

Ma così era stato stabilito.

I suoi studi in italiano erano stati quel giorno motivo per fare questa commissione.

Andare a prendere una persona che veniva in India per la prima volta in vita sua, da solo, a prendere visione di quello che sarebbe stata per lui una folgorazione.

Ma questo Tom non poteva saperlo.

Tom sapeva solo che quella persona avrebbe aiutato la missione di cui faceva parte a costruire una scuola.

E a gente così bisogna fare le feste.

Attese almeno due ore che il volo da Delhi atterrasse.

Ci era abituato alle attese.

Anche se il periodo trascorso in Italia gli aveva attaccato addosso sprazzi di irrequietezza e di ansietà.

Quel piccolo aereo, dopo aver fatto scalo a Indore, atterrò finalmente a Bhopal.

Scese una sola persona.

Lui e il suo trolley.

Lui e quella faccia stanchissima e spaventatissima.

Lui e le sue Stan Smith.

Lo vide arrivare facendo capolino dalla porta di vetro bianco e i suoi denti uscirono allo scoperto da quel viso nerissimo, di indiano del sud sbarcato al nord, facendo perfettamente pendant con la sua camicia bianchissima e stiratissima.

Lo abbracciò come si abbraccia un fratello che non vedi da anni.

Lo abbracciò come si abbraccia qualcuno che sai che sta entrando nella tua vita e ci rimarrà per sempre.

E lui si sentì abbracciato da una persona che fino a quel momento sentiva di essere in pericolo.

Finalmente al sicuro.

Salirono in macchina.

Direzione Sagar.

Altre quattro ore di viaggio per Tom.

Parlarono del viaggio e poi Tom cominciò a raccontare di lui, di quel posto, di quello che voleva fare, di come lo voleva fare.

Con entusiasmo vero.

Vivo.

Per riscoprirsi a parlare da solo, chissà da quanto tempo.

Quel tipo venuto da lontano si era addormentato come un bambino.

Vinto dalla stanchezza e dalla ritrovata serenità che, da sveglio, quel luogo gli avrebbe dato solo dopo un paio di giorni.

Quando decise di lasciare nella sua stanza al St. Francys Orphanage le sue gloriose Stan Smith per andarsene in giro scalzo, libero.

Ma questa è un’altra storia...

- - -

I ricordi di Tom combaciarono esattamente con quelli che durante quel sonno imposto da cinque pasticche gli apparvero in sogno.

Visti dall’altro lato.

Ma talmente affini nelle emozioni e nella forza da sorprendere chi avesse potuto assistere a quello strano film da fuori.

Anche lui, il burattinaio, si sarebbe stupito.

Con che diritto poi?


Per aria Latika’s Theme - A.R.Rahman & Suzanne