venerdì 30 gennaio 2015

Passa

      

   Dici che te passa sta cosa?
Come tutte le cose...
         Eh si ma è lunga eh!
Ah certo che se te metti a sede come un gufo in attesa a te non te passerà mai!
         Beh magari me stanco...
Non sarebbe male vedette stanco a te...
         E se m'addormo?
L'unico rischio è che perdi il treno che hai aspettato pe' tanto tempo e co' tanto trasporto...
         E che magari non ripasserà più ve?
E che ne so io?
         Non ce se riesce proprio a fa un programma d'azione eh?
E dopo che l'hai fatto? Te sentiresti più tranquillo?
         Beh si...
E se l'hai fatto male? E se sballa tutto?
         E che palle! Che cambia tra non fare un programma e farne uno che poi sballa?
Cambia che se non lo fai c'hai il naso pronto pe' sentì l'odori quando arrivano a l'improvviso, mentre se lo fai prima de capì che quella puzza che senti è merda devi perde tempo a resettatte tutto!
         Quindi manco se po' sognà...
Nun ce provà Cì!
         Aho facevo due più due!
Eh no sui sogni non c'è programmazione... E manco feed-back!
         Feed che?
Er sogno te lo godi mentre la capoccia lo mette in scena... E quanno passa non vai a controllà se s'avvera... E manco lo vai a inseguì pe' paura che resti 'na cosa avvolta de bambagia...
         Comunque 'na cosa l'ho capita...
Che?
         Che non te passa...
Ma so che passerà... Anche se non me ne frega un cazzo sul quando sul come e sul perchè!
         Aho contento te!
Passa va!
         Che?
Quella boccia de birra che te stai a scolà da solo a paraculo!
         Aaaaahhhhh!
 
“Se ti avvicinerai mai ad un umano
E al comportamento umano
Sii pronto, sii pronto a rimanerne confuso”
 
Per aria Human Behavior - Bjork

mercoledì 28 gennaio 2015

Max Banfi - Pop artist around the world



Pop artist around the world


Ecco.

Questo è il modo in cui Max Banfi si presenta al mondo.

Lo fa in maniera semplice.

Intuitiva, ma diretta.

Viva.

Colorata.

Intorno al mondo e non sopra al mondo.

Quasi come fosse una delicatezza.

Forse lo è.

Ed è questo che vorrei chiedergli se lo incontrassi un giorno.

Perché quello che scorgo guardando i suoi lavori sono proprio vivacità e delicatezza.

Unite assieme.

Fuse a volte.

Indipendenti molto spesso.

Diventa quasi naturale innamorarsi degli atteggiamenti che Max dà ai volti che cristallizza nel tratto libero da ogni impalcatura e da ogni sotterfugio.

Anche quando coglie la malinconia di uno sguardo.

Senti addosso l'ossigeno.

E vedi la fierezza.

La naturale essenza.

Molto africana.

Come è africana l’illuminazione che spesso lo coglie.

Aperta.

Con ombre che servono solo per esaltare e mai per nascondere peccati inconfessabili.

Max è capace di acchiappare i sogni e di spalmarli sopra una tela per mostrarli al mondo.

Sperando che il mondo sia in grado di cogliere l'occasione che Madre Fortuna gli ha portato.

- - -


Le mie parole non possono arrivare come arriva l’immagine.

E per questo vi invito a visitarlo.

Basta cliccare sulla foto qui sotto.


Per aria  Seventh Heaven - Dreamcatcher

martedì 27 gennaio 2015

Poverino

E se l’errore più grande fosse aspettarsi che la vita debba risarcirti del dolore che ti ha dato o ricompensarti per l’impegno che ci hai messo?

Caricare di questo le cose che ti capitano.

Le persone e le relazioni che con loro metti su.

Aspettarsi da loro la gentilezza che non hai mai ricevuto.

Convincerli di questo.

E magari riuscirci pure.

Ma poi?

Poi cosa te ne fai di persone che per assecondarti si sono sottoposte alla tortura di sorriderti senza averne alcuna voglia?

Come ti senti dopo?

Quando hai capito che quel bene che pensavi finalmente di ricevere altro non era che un modo per.

Per che cosa?

Pensa.

Non avrai neanche il tempo di conoscerlo quel perché.

E la speranza è davvero che non lo conoscerai mai.

Ma nulla potrà farti non sentire un poverino.

Nulla e nessuno.

Soprattutto il giorno in cui non serve più a nessuno darti quello che come un’ingiustizia nei confronti della vita cercavi.


Per aria Poor Boy – Asaf Avidan & The Mojos

lunedì 26 gennaio 2015

Boh?




Wake up, wake up little sparrow
Don't make your home out in the snow

Io la capisco questa voglia di lasciarsi andare.

Di chiudere gli occhi.

Di dormire sperando che ogni pensiero si spenga.

Io la capisco e la vivo intensamente da quando.

Io lo so.

So che non mi hai mai detto che vorresti spegnere il cervello ogni tanto.

Per prendere un pochetto di ossigeno.

Sentirlo penetrare nel profondo del tuo corpo.

A dar vita a stati d’animi diversi.

Liberi.

E non solo di pura e semplice resistenza.

Annuisci.

Ma non ti stupire.

Capire senza capire perché capisci è comunque doloroso.

Non ti fa sentire migliore.

Anzi.

Aumenta anche il proprio di oblio.

E’ come se ci passassimo le apnee.

Fomentandole.

Moltiplicandole.

E quella sensazione iniziale di esser compresi scompare presto.

Che dici si salverà quel passerotto che ha visto volar via i suoi fratelli?

Rincaserà sua mamma per nutrirlo?

O è un altro predestinato come noi?

Preso per far caldo e poi lasciato là.

Nudo.

Solo.

Al freddo.

Boh?

Little bird, oh dontcha know
Your friends flew south many months ago



Per aria Wake up, little sparrow – Ella Jenkins

giovedì 22 gennaio 2015

Riccardo. La scatola indaco.

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti


  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.

Riccardo. La scatola indaco.




La forza sparisce in un attimo.

Non sempre nell'istante in cui il danno si perfeziona.

Continui a camminare incosciente.

Non sai.

Non è successo nulla se non sai.

Quando qualcosa si compie lontano da te sei semplicemente sotto tiro.

Nel momento in cui potresti fare qualcosa non lo sai.

Non lo percepisci.

O lo percepisci ma non credi che possa davvero succedere.

Scrolli le spalle ridendo in faccia a quel brivido.

Ma il male sta agendo.

Il male colpisce e fa il suo dovere.

Il male colpisce chi è solo.

E’ vigliacco il male.

E non puoi più andarlo a cercare quando il dado è tratto.

Lo vieni a sapere.

E puoi solo starci e cominciare da là il tuo cammino per accettarlo.

Lento.

Impervio.

Incostante.

Pregno di sensi di colpa e di se solo avessi.

Senza vista sul traguardo.

Quale traguardo poi?

Il tempo che passa?

O la pazzia?

Quella stessa pazzia che guardavi negli occhi e alla quale non credevi più?

Non hai mai creduto.

 - - -

Quella mattina Riccardo aveva deciso che poteva tranquillamente dedicare al riposo la sua giornata.

Era riuscito a chiudere un bel po’ di lavoro nei giorni precedenti.

Era soddisfatto.

Sereno.

Anche se da qualche giorno si sentiva come seguito da un’ombra.

Qualcosa che qualcuno chiama presentimento.

Qualcosa che lo portava a fare appello ai suoi pensieri.

Alle persone della sua vita.

Ma, in fondo, la mente umana non si rilassa mai.

Ed era facile sorridere e riprendere la concentrazione.

Quella mattina si preparò una bella colazione.

A mente serena la fame e la voglia di qualcosa di buono sono più attive.

Mise su un bel ciddì.

Accese il computer.

Sorseggiava il suo cappuccino nel preciso istante in cui il server scaricava le mail.

Una.

Due.

Tre.

Sette.

Dodici.

“Che cazzo è oggi?”

Aprì la prima.

Deglutì.

La seconda.

Sbiancò.

La terza.

“Cazzo no! No!”

La quarta la lesse ad alta voce.

“L’hanno trovato morto. Non si capisce perché. Non si capisce nulla. Non so altro. Non so nulla. Mi sento malissimo. Non so neanche cosa chiederti di fare. Non so neanche se te ne fotte qualcosa”

Non era neanche firmata.

E non c’era neanche scritto chi fosse il morto.

Anche se nella prima quel nome era già echeggiato e aveva spezzato il biscotto inzuppato nel cappuccino facendone tracimare la parte ammosciata nella tazza.

Chiuse il computer.

E lasciò tutto sul tavolo.

Preso da una vertigine si sedette a terra, sul pavimento gelato del tinello.

“Non sto bene Riccà. Sento come se me stesse a cascà ‘r monno sopra. Come se me mancasse ‘r fiato. La voja de combatte. Come se nun c’avessi più un cazzo da raccontà a nessuno”

Parole che aveva accolto, sentito, dimenticato.

Parole che tornarono ora.

Parole alle quali non diede seguito.

Se non “Capita. Sei solo stanco. Succede anche a me”.

Da quelle parole era passato un sacco di tempo.

Le scadenze sul lavoro non erano ancora scadenze.

E il sole era ancora abbastanza caldo.

Mentre ora le scadenze erano state concluse e il sole non riusciva ad evitare di uscire alabardato di sciarpa e cappelletto.

- - -

Ora era di fronte a quella scatola.

Era passato del tempo dalla mattina in cui la notizia arrivò a squarciare uno dei suoi rari momenti di serenità.

Aveva fatto quello strano patto dal notaio.

Aveva rivisto persone care e persone sconosciute.

Aveva addirittura rivisto un fantasma.

Riccardo ora aveva una paura tremenda.

Paura che all’interno di quella scatola ci fosse la rabbia di chi aveva urlato e non era stato ascoltato.

Era una scatola indaco.

“Nun è viola Cì. E’ indaco”

Sorrise al risalir di quel discorso sconclusionato sul colore delle mutande di quella di fronte a loro sulla metropolitana.

“Ma poi te stai a pensà ar colore?”

“E’ certo. Pensa se un giorno te la rimorchi e te chiede cosa ti ha colpito de lei la prima volta che l’hai vista!”

“Si ma che c’entra?”

“Beh se sei un’omo glie devi da dì la verità. E se glie dici le mutande viola poi quella te pija pe’ dartonico.”

Quanto gli piaceva giocare con le parole.

Quanto gli piaceva farlo senza il timore che potessero ascoltarlo.

Quanto gli era piaciuto quando quella ragazza mise la borsa sulle gambe imbarazzata.

“Coglione! Ha sentito!”

Quanto gli era piaciuto andare oltre...

“E’ vero che so indaco e no viola signorì?”

...

E ora indaco era il colore dell’addio.

Il colore di un dono o di un dispetto.

“Basta!”

Aprì finalmente.

E furono immediatamente pianti intensi.

Quella scatola era piena di tutte le foto che parlavano di loro.

Di tutti gli istanti.

Di tutti gli incontri.

Di tutte le stronzate fatte.

Le prese e le buttò a terra spargendole.

Per guardarle tutte assieme.

Non c’erano buste chiuse.

Non c’erano messaggi.

La vita è quello che vivevi mentre scorreva?

O va vista con gli occhi che hai ora che un pezzo si è staccato?

“You and I we were captured
We took our souls and we flew away
We were right, we were giving
That's how we kept what we gave away”

Per aria Comes a time – Neil Young

martedì 20 gennaio 2015

Occhi confusi



Non ricordo che giorno fosse.

Uno come tanti.

Di quelli impossibili da ricordare.

Di quelli che non lasciano il segno, dove tutto si muove senza aggiungere né togliere nulla.

Sono certo che quando chiusi la porta di casa ero in preda al mio abituale mal di stomaco e sono certo che avrei preferito bighellonare alternando sigarette a caffè e freddi abbracci alla tazza del water, gli unici che non mi disturbava concedermi.

La sora Angela era in finestra.

La salutai.

E lei mi rispose “ciao Nì! Fa’ il bravo eh!”

E naturalmente non è una cosa che ricordo di quel giorno ma ho l’assoluta certezza che sia accaduta perché tanto ogni mattina appena messo il naso fuori di casa la scena si ripeteva con cadenza perfetta.

Ma ricordo perfettamente quando la sora Angela morì perché il giorno del suo funerale fu un caso nazionale scoprire chi avesse mandato una corona di fiori con il nastro che recitava “E mo come cazzo faccio la mattina?” firmato  Nì!

Ma questa è un’altra storia, che finirà dimenticata, esattamente come lei.

Non ricordo cosa successe una volta fuori sulla strada, ma ho sensazioni che quella mattina...

“Passò un autobus.

Era pieno di studenti.

I miei occhi incrociarono occhi che si muovevano da sopra quell’autobus.

Io come uno spettatore di tribuna del tennis li seguii come si segue un passante all’incrocio delle linee.

Ne rimasi preso e fermai il mio corpo rivolto verso sud con il naso più possibile verso nord.

Qualcosa cambiò da quel momento?

Ma cosa?”

Ricordo che da un certo punto in poi il mio incedere lento tra la gente era più attento agli occhi, come fosse una forma di ricerca.

Non sapevo ancora bene di cosa...

- - -

Confusi quegli occhi con altri occhi millemila volte.

E sempre con assoluta convinzione.

Sbagliando sempre.

Li affibbiai a caso.

Quasi sperando di tornare a quel giorno di tanti anni fa.

Come si potesse giocare a proprio piacimento col tempo.

E solo dopo presi coscienza che mi ero reso complice di un furto.

Un furto di chi aveva preso quegli occhi e li aveva fatti suoi.

Raggirandomi.

No.

Non lo saprà mai.

Ma questo non mi consola.

Anzi.

Il desiderio di chiederle scusa mi mangia più di qualsiasi altro.

Chissà se sta ancora colorando il mondo come in quella mattina senza pretese.


  

Per aria Lei colorerà – Musica Nuda

venerdì 16 gennaio 2015

Non si può scindere l’anima dal corpo. Un viaggio intorno agli scatti di Donatella D'Angelo.



 (Donatella D'Angelo Photo)

Voglio aiutare la razza umana
Con solo le mie
Con solo le mie due mani
(Ben Harper) 

Cosa c’è dentro la storia di una persona che incontri per strada?

Chi è?

Cosa l’ha portata in quel preciso istante davanti ai tuoi occhi?

E perché i tuoi occhi si sono appoggiati alla ricerca di una risposta cercando di carpire un’espressione?

Un gesto.

Mi capita spesso di guardare le persone e pensarle nella loro stanza.

Nella loro intimità.

Mentre combattono coi propri mostri.

O mentre cercano di capire le cose nel silenzio assordante della loro solitudine.

Mi capita anche quando le ho di fronte.

Mentre parlano con me.

Mi imbambolo e cerco disperatamente di entrare nel meccanismo del loro pensiero.

Storie.

Le storie non sono solo racconto orale o scritto.

Le storie sono immagini.

Blocco assoluto di un attimo che racconta.

E spesso succede che chi è in grado di raccontare la propria storia nel silenzio di uno scatto riesca anche a raccontare le storie altrui con la stessa forza e intensità.

Nell’intimità del proprio corpo.

Nell’intimità del corpo altrui.

Nella trasformazione di un dolore invisibile agli occhi.

In un dolore impercettibile ma che per chissà quale miracolo viene colto da un istante.

Nella trasformazione di un momento di gioia.

In uno scatto di vitalità.

E non c’è assolutamente bisogno che tu conosca, che tu voglia bene, che tu sia preso, che tu sia innamorato, che tu abbia in odio una persona.

Vale per chiunque.

Perché chiunque ha la capacità e la forza di prendere i tuoi sensi.

Perché chiunque ha qualcosa da aggiungere.

Basta semplicemente non essere indifferenti alla vita.

Basta avere un mezzo.

Un tramite.

Qualcuno che rechi in sé il “male”.

Aver sentito addosso il bisogno assoluto di un abbraccio protettivo.

Aver sentito addosso l’impossibilità di averlo.

Il “male” sa far leggere.

E trasforma.

Ed è quel tramite.

Quel tramite che ti aiuta ad andare oltre le apparenze.

A fermare l’attimo migliore di contatto tra le persone.

Quello che ti fa urlare.

“Esisti anche tu!”

“il corpo è il linguaggio tra il mondo visibile e quello invisibile”

Avrei potuto tranquillamente riassumere tutto in questa frase.

Trovata come presentazione del sito della fotografa Donatella D’Angelo.

La seguo da un po’ e mi impressiona il modo in cui ferma il momento in cui io avrei voglia di entrare nei pensieri di chi è rappresentato.

Mi impressiona soprattutto quando sdoppia un’immagine.

Cosa che le riesce benissimo.

E che ti dà la sensazione di poter scambiare con quella figura il suo mondo invisibile.

Il suo col tuo.

E senza la presunzione di poter prendere solo la parte di lei che ti interessa.

Di dare la parte di te che ti interessa.

Perché “non si può scindere l’anima dal corpo”.

E questo per come sento le cose che mi capitano e che mi sono capitate.

E per quello di cui sento di aver bisogno.

Questo per me è rivoluzionario.

Naturalmente vi invito ad andare a trovare Donatella.

E a tenere a mente il “male”.

La parte del “male” che non ci ha vinti.

Quella che reca in se salvezza.

Credo che basti lasciarsi andare per un po’ per cercare di coglierla.

Questi sono i suoi siti fotografici.

Buone emozioni.



  
Per aria With my own two hands – Ben Harper