giovedì 10 settembre 2015

A cuor leggero



Non aveva mai conosciuto terreni lisci e piatti.

Aveva affrontato ogni cammino saltellando come una mountain bike tra sentieri scoscesi e impervi.

Era caduto.

Tantissime volte.

E si era sempre fatto male.

Un male atroce.

Si era rialzato.

Sempre.

Mettendoci un po’.

A volte aveva preferito riprendere il cammino zoppicando.

Con la frenesia tipica di chi ha paura di far tardi a un appuntamento importante.

Altre, invece, aveva atteso di star bene.

O di qualcuno che venisse a prenderlo di peso.

A costringerlo a metter via la paura e a ricominciare.

Era un solitario.

Ma c’erano occasioni nelle quali si affidava completamente.

E spesso era proprio in questi casi che le cadute erano le più rovinose.

Malgrado la bellezza del viaggio assieme.

In condivisione.

Malgrado i panorami bellissimi che gli erano stati messi tra le mani.

Era davvero un tipo difficile da capire.

Lui stesso non trovava le motivazioni giuste di fronte ai suoi comportamenti lunatici.

E poi amava da morire e odiava con la stessa forza.

Ma non era un indifferente.

Anche quando la sensazione che dava poteva sembrare tale.

Lui stava male.

Sempre.

Anche quando la gioia lo permeava.

Semplicemente perché si spostava coi pensieri al prima e al dopo.

A ciò che aveva vissuto e a quello che sarebbe stato il momento in cui la gioia comunque avrebbe lasciato spazio al vuoto.

In fondo era un abbandonato.

Lo era stato da sempre.

E da abbandonato viveva anche i momenti in cui era cullato tra le braccia altrui.

Sapeva che la sua maledizione avrebbe fatto durare poco i momenti di estasi.

Un giorno qualcuno lo vide da lontano.

Se ne stava seduto, appoggiato a un albero.

Aveva la testa sulle ginocchia abbracciate dalle sue braccia smilze.

Non aveva nulla vicino.

Era nudo.

Completamente.

E sporco.

Ridevano alla sua vista.

Gli tiravano sassi da lontano.

Lo colpirono diverse volte ma non ebbe alcun sussulto.

Sembrava morto.

Si avvicinarono un po’.

Cominciarono a urlare.

Nulla.

Nessun movimento percettibile.

“Andiamo via!”

Avevano paura.

“Non possiamo lasciarlo così!”

Avevano compassione.

“Chiamiamo un medico!”

Avevano paura.

“Io mi avvicino!”

Aveva voglia di toccarlo.

Di capire bene.

Lei era fatta così.

Sapeva benissimo cosa provava.

Cosa aveva provato.

Perché e quando.

E lo sapeva perché aveva percorso strade simili alle sue.

Ed era caduta millemila volte.

Proprio come era successo a lui.

E lo sapeva perché anche lei un giorno si trovò piegata sotto un albero.

Nuda.

Sporca.

E senza vita.

“Andate via! Voglio restare sola con lui!”

Aveva un carisma enorme.

E nel giro di poco nel raggio di centinaia di metri c’erano solo loro due.

Come se si fossero dati un appuntamento in un altrove invisibile agli occhi del mondo.

“Hey! Sono io!”

Gli prese la mano.

Era gelata.

Ma pulsante.

Viva.

Ma arresa.

Stanca.

Ma felice.

“Hey! Mi riconosci?”

Volto il palmo verso il suo.

Strinse forte.

E portò quella stretta sulla sua faccia.

Calda.

Umida di pianto.

“Ce la faremo!”

Lo persuase.

“Stai qui. Ferma. Abbracciami. Fin quando ne ho bisogno”

Parole pronunciate da una voce che non usciva perfettamente dalle corde vocali.

Ma chiare.

Precise.

Scandite.

Nessuno seppe di loro.

Mai più.

Erano stati inghiottiti.

Da quell’altrove.

Dove ogni cosa è eterea, inconsistente.

Bianca e soffice.

Come le nuvole del cielo.

Che scompaiono e vanno a finire chissà dove.

Esattamente come era successo a loro.

Così... a cuor leggero...

“E chissà quante volte ci perderemo ancora
prima di non perderci mai più
E chissà quante volte ci perderemo ancora
prima di non rivederci più”


Per aria A cuor leggero – Riccardo Sinigallia

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