martedì 18 agosto 2015

In fondo era cammino



Erano ormai tanti i giorni in cui camminava quasi incessantemente.

Si riposava spesso.

Ma per poco tempo.

Il senso di colpa della fermata era troppo più forte del bisogno di riposare le gambe.

Troppo più forte della necessità di dormire un po’ di più di qualche mezz’ora ogni tanto.

Troppo più forte di lasciare quel sentiero che sembrava infinito per trovare qualcosa di più sostanzioso da mangiare.

No.

Non riusciva a capire che prima o poi avrebbe ceduto.

E, in fondo, cosa sarebbe cambiato?

Proseguire lunga una strada impervia che andava chissà dove o restare appallottolato sotto un albero a lasciarsi morire.

Eppure si sentiva invincibile e anche fortunato.

Era sudicio.

Ma non c’era nessuno intorno che potesse disprezzarlo per la puzza che esalava.

Era affamato, assetato.

Ma trovava ogni tanto qualche bacca e torrentelli d’acqua fresca.

Era solo.

Ma sapeva ancora sognare e gli bastava e avanzava.

Non aveva scarpe.

Ma aveva calli ai piedi che non sentiva più il dolore di quel sentiero sconnesso.

E poi c’era qualcosa oltre.

Qualcosa che doveva raggiungere.

Ad ogni costo.

E forse le cose più belle che possano esistere sono quelle simili a quelle più brutte nel loro evolversi.

Sono quelle che non puoi sognare.

Sono quelle che non puoi vivere prima nei pensieri.

Sono quelle che non puoi sciapire con l’attesa.

Sono quelle che tanto non potranno mai passare inosservate.

Sono quelle che ti spaccano in mille pezzetti e poi dopo...

Poi dopo si vede.

E non era importante quel maledetto cammino.

Era sopportabile malgrado fosse assolutamente straziante.

Era libero.

Di una libertà che niente e nessuno avrebbe mai potuto sfigurare.

Era suo, soltanto suo.

Avrebbe potuto fermarsi.

Tornare indietro per giunta.

O avrebbe potuto continuare per sempre senza l’assillo del traguardo.

In fondo era cammino.

Lentissimo.

Cammino che recava in sé il dono del godimento di ogni singolo attimo.

Si era addormentato sotto il fusto di un albero secolare.

E fu svegliato da una goccia di rugiada.

Aveva intorno mostri bloccati dall’ombra di quei rami colmi di foglie verdi.

Anche quelli erano suoi, soltanto suoi.

Ma aveva imparato a liberarsene per un po’.

Il tempo necessario per riprendere fiato.

Si alzò.

Riprese il sentiero.

I mostri lo seguirono come sempre.

La lotta verso il suo altrove proseguiva.

Durissima.

Violentissima.

Proibitiva.

Intrisa di lacrime, sorrisi, urla, silenzi, sudore, sangue, maledizioni, bestemmie, ricordi, nostalgie, sogni, incubi, desideri di morte, visi che tornavano alla mente, angherie subite, baci ricevuti.

E una serie infinita di sticazzi che lo rendevano follemente innamorato di ogni cosa che incontrava.

Bella o brutta che fosse.


“There are promises broken and promises kept
Angry words that were spoken, when I should have wept
There's a chapter of secrets, and words to confess
If I lose everything that I possess
There's a chapter on loss and a ghost who won't die
There's a chapter on love where the ink's never dry
There are sentences served in a prison I built out of lies”

Per aria The book of my life – Sting feat. Anouska Shankar

2 commenti:

  1. Sempre bello leggerti. Piccoli brani che vorrei avessero un seguito. Sono vorace nella lettura ma ho bisogno di testi stimolanti e i tuoi lo sono. Grazie

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sempre troppo carina con me.
      Ci sono cose un po' più lunghe e pallose qui dentro :-)

      Elimina

il tuo commento è molto più importante di quello che hai appena letto