venerdì 24 luglio 2015

Quell'albero e lui



Era un tipo molto strano.

Amava trascorrere le sue giornate all’ombra di un sughero, lontano da tutto e da tutti.

Avete presente un sughero?

Quella sua corteccia che alla vista fa venir voglia di accarezzarla?

Quando sulla sua strada si presentò quell’albero se ne innamorò.

Chiese in giro per sapere cosa fosse e il dottore del paese che gliene parlò rimase stupefatto della reazione.

Pianse a dirotto quando seppe quale fosse l’uso che gli umani facevano di quella corteccia.

Che magari si riformava come la pelle scorticata sul ginocchio di un bimbo rovinato maldestramente sul brecciolino.

“Sembrava sentisse addosso il dolore del raschiamento” raccontò il dottore.

E da quel momento era diventato quello il suo luogo di ristoro e cura.

Anche se l’impressione che dava era quella di chi stava difendendo quella corteccia dallo sfruttamento.

Erano tante le persone che lo guardavano da lontano.

Qualcuno cercava di avvicinarlo.

Ma lui non gli dava modo di parlare.

A volte tirava fuori i denti come fanno le bestie per spaventare i predatori.

Altre fingeva di dormire.

Ma lui, soprattutto, non si alzava mai se intorno c’era qualcuno che potesse sorprenderne le mosse.

Che poi sapete come è fatta la gente?

Quando incontra qualcuno che ha comportamenti inspiegabili si appassiona.

Ne parla.

Dà la sua.

Impone la sua.

Intorno a quell’albero e a quell’uomo si era sviluppata la coltura più intensa di provetti psicologi della terra.

Mandavano in perlustrazione bambini, vecchietti, cani, una volta persino una papera.

Nulla.

Lui non cambiava atteggiamento.

Aggressivo.

Persuasivo.

Chiuso a riccio.

Qualcuno cercò di risalire alla sua identità.

Chiamarono i carabinieri.

I servizi sociali.

Ma nessuno ebbe il coraggio di scollarlo di là.

In fondo non dava fastidio a nessuno.

Anzi, era diventato un bel passatempo per la gente e un ottimo consumatore di avanzi da gettare via.

Perché poi la gente si fa in quattro per far star bene...

No, ecco, questa no,

Non funziona.

In realtà cominciarono a prendersi cura di lui perché da quando era seduto là in quel paese dimenticato da dio cominciarono ad arrivare i turisti.

Una ragazza, provetta giornalista, scrisse di lui sul suo blog e la cosa incuriosì un giornale locale.

Ci mise pochissimo la notizia a girare e a fare del signore del sughero un’attrazione.

“Perché nessuno cerca di capire cosa ha dentro veramente?”

“Ci deve essere qualcuno che lo conosce!”

“Ma non è che ha ammazzato qualcuno?”

“E se ha una malattia contagiosa?”

Beh facile intuire quali fossero le parole che giravano intorno a una birra fresca del chiosco nato in un attimo a poche decine di metri dal sughero.

Parole che non cercavano risposta o approfondimento.

Erano buttate là, per passatempo.

“UN TE’! BOLLENTE!”

Si girarono tutti.

Facevano 40 gradi all’ombra.

Era una ragazza bellissima.

Sconosciuta.

Con la pelle chiarissima.

“ALLORA? E’ POSSIBILE AVERE UN TE’ BOLLENTE?”

La richiesta fu evasa in silenzio.

Nessuno ebbe il coraggio di parlarle.

Nessuno ebbe il coraggio di parlare.

Erano fissi con lo sguardo sulle sue caviglie.

“DOV’E’?”

Si alzarono le braccia parallelamente al terreno.

Tutte indicavano quel sughero.

La chioma del sughero.

Non quell’uomo seduto sotto.

La ragazza ingurgitò il tè come avesse lingua d’amianto e si diresse lentamente verso.

“Stia attenta!”

Si voltò verso la bocca da cui provenne quella voce e tirò fuori i denti proprio come faceva lui.

Il silenzio tornò ancora più forte di prima.

Si misero tutti in posizione giusta per assistere a qualcosa che non era possibile prevedere.

Incuriositi.

Impauriti.

Anche i bambini più vispi cercarono spazio tra le braccia delle loro mamme.

Quell’uomo aveva la testa poggiata sulle ginocchia.

Sembrava dormisse.

Quella ragazza camminava lentissimamente.

Ma ormai era a pochi metri da lui.

“Ehy!”

Lui alzò la testa.

La vide.

I suoi occhi presero umidità.

Sorrise.

Guardò a terra quasi a disegnare un cuscino comodo per farla sedere al suo fianco.

Lei sedette.

Gli carezzò il braccio col dorso della mano.

“Sono anni che ti cerco!”

Lui cominciò a piangere davvero.

Lei anche.

“Perché sei andato via?”

“Ero stanco e...”

“E?”

“E non riuscivo più a dir di no!”

“Cioè?”

“Tutti avevano bisogno di qualcosa e io non riuscivo a dir di no”

“Mi hanno detto che eri diventato burbero e che non davi il tempo alle persone di parlarti.
E’ un po’ diverso...”

“Si è vero. Ma era per evitare che mi chiedessero qualcosa, ma poi mi apparve in sogno, in sogno capisci?

“Chi?”

“Non ricordo il suo nome. Ma ricordo che era disperato. Stava morendo. Non so dove e non so di cosa. Mi chiese aiuto. Non so se volesse soldi o fare due chiacchiere. Non so se aveva bisogno delle guardie, o di un’ambulanza o di non so che cazzo ancora.”

“Non potevi chiederglielo?”

“Ci ho provato, credimi...”

“E?”

“Era troppo tardi. Io avevo fatto mille cose per tutti. Ma ognuna di queste aveva tolto qualcosa a lui fino a ucciderlo. Lentamente e in maniera inesorabile.”

“Già...”

“Già?”

“Non ti sei chiesto come ho fatto a trovarti?”

“Non pensavo neanche mi stessi cercando.”

“L'ho sognato anche io, voleva ti cercassi.”

Era clamoroso.

Almeno cento persone erano a tre metri da loro.

Ascoltavano silenziosissimi quel dialogo.

Ma in quel momento quell’uomo si accorse della loro presenza.

“Non mi interessa. Io ho smesso!”

“Devi tornare!”

“Ho smesso!”

“Io ho bisogno di te!”

“No! Tu mi hai lasciato andare quando ancora...”

“Quando ancora cosa?”

“Fanculo! Andiamo!”

Si alzò di scatto.

Ebbe un leggero sbandamento.

Si riprese.

Prese la mano di quella ragazza nella sua per tirarla su.

Sentì il sangue nelle vene riprendere calore.

Lei scoppiò in un pianto di felicità.

La gente intorno era attonita.

Dietro quell’albero il sole calava cangiando colore.

Andarono.

Mano nella mano.

Sembrava saltellassero.

Quel sughero divenne monumento.

Intoccabile.

Nessuno seppe di loro.

Nessuno ebbe la curiosità di saperlo.

L’intenso quando passa va preso al volo e poi lasciato andare.

E’ questo lo capirono bene coloro che ne avevano goduto per sorte.

Tutti.

Ma, nel profondo del cuore, nessuno si arrese.

Sentivano che prima o poi sarebbe tornato.

Così come era tornato per lui.

In sogno magari.

“Mi solleverò
Bruciando buchi neri nei ricordi bui
Mi solleverò
Trasformando gli errori in oro”


Per aria Rise – Pearl Jam

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