mercoledì 1 luglio 2015

LE 10 SCATOLE, LA SCATOLA NERA, LA SCATOLA MANCANTE - Completo

LE 10 SCATOLE, LA SCATOLA NERA, LA SCATOLA MANCANTE


di Giuseppe Tandoori Del Vecchio




Tutti gli uomini saranno marinai
finché il mare li libererà

Suzanne – Leonard Coen

Testamento

 Arrivarono alla spicciolata.

Si sedettero intorno a quel grande tavolo.

E attesero in silenzio.

Un breve cenno, uno schiarimento di voce e il notaro cominciò a leggere.

Cari eredi,

(certo che è strano scrivere qualcosa senza poter poi assistere alle reazioni di chi la legge, ma tant’è)

so che qualcuno di voi starà piangendo e reca in sé un vuoto e, magari, un senso di non detto, non fatto o non goduto nei miei confronti

(certo che se ognuno volesse fare ogni cosa con tutte i potenziali defunti non avrebbe più il tempo per stare con se stesso a metabolizzare le cose che accadono o che sono accadute)

so che qualcuno oggi aveva di meglio da fare ma se sta qui, in fondo, è perché c’è qualcosa che gli spetta

(certo che sarebbe divertente vedere le vostre facce quando il notaro con un ghigno dirà quello che è pronto per voi)

e so che qualcuno è in questa stanza senza neanche sapere chi io sia e che, prima di venire, ha provato a chiamare perché pensava ad un errore o ad uno scherzo

(certo che la vita è strana, ti sbatti per qualcosa senza riuscire e poi ti accorgi che c’è qualcuno del quale non conosci nulla che ti guardava e che ora ha deciso di lasciarti qualcosa)

Bene.

Vi chiedo di sedervi.

Di annullare per un istante i pensieri.

Di mettere via ogni discordia nei miei confronti.

Di annullare i sensi di colpa.

Di riempire il vuoto con la musica che è in sottofondo.

Di pensare che io non sia mai esistito.

E se proprio non ci riuscite di pensare che io non abbia mai avuto alcuna emozione o afflato nei vostri confronti.

Bene.

Sappiate che in questo momento dovete fare esclusivamente una promessa solenne.

E che non uscirete da questa stanza fin quando questa non sarà compiuta.

Sappiate che nulla vi sarà tolto.

Sappiate che ogni cosa che avrete al termine di questa giornata è qualcosa in più alla quale potrete rinunciare.

Ma solo dopo aver promesso e aver guardato.

Nulla da dare.

Nulla che vi comprometta.

Solo una promessa.

(il signor notaro è pregato in questo istante a chiedere l’ok su quanto sinora detto e, qualora raggiunta l’unanimità procedere a far recitare le parole sotto indicate e a dare mandato a chi sa lui di cominciare il proprio lavoro immediatamente. Qualora anche una sola delle 10 persone presenti in questa stanza non acconsentirà la riunione sarà tolta e chi sa lui procederà come da accordi)

“Io (nome e cognome) prometto solennemente che quando tornerò a casa e troverò la mia scatola del colore (ho scelto quelli che secondo me sono i vostri colori preferiti) che mi piace tanto, la aprirò, ne guarderò il contenuto, deciderò cosa farne e mai in assoluto ne rivelerò la provenienza.
Prometto poi che non parlerò di questo con le persone che oggi sono qui.
Prometto che quello che avrò in dono da questa giornata resterà fatto mio che non sarà condiviso con nessuno.”

(al termine del giro il signor notaro è pregato di sciogliere la seduta e di non chiedere danari agli astanti in quanto le sue competenze sono nella scatola di colore nero che troverà nella sua abitazione quando rincaserà).

Bene.

Ogni altra mia parola in questo momento è superflua.

Vi aspetto a casa vostra.

                                                                                                        Tandoori


Quella sera per 11 persone tornare a casa ebbe un sapore diverso.

Ognuno di loro trovò una scatola del proprio colore preferito.

Ognuno di loro attese per interminabili secondi prima di procedere all’apertura.

Il cuore pulsava.

E quella canzone che doveva servire a riempire il vuoto ancora nelle orecchie.


“Time takes care of the wound
So I can believe
You had so much to give
You thought I couldn’t see”


Per aria Morning Theft – Jeff Buckley


1. Giulia. La scatola azzurra.

Uscì da quell’ufficio senza alzare gli occhi.

Non rispose ad alcun cenno di saluto.

Non aveva pensieri.

Sembrava davvero essere schiava di quella promessa appena compiuta.

Un’ora almeno di viaggio in una Roma impazzita di un umido pomeriggio feriale di novembre.

Scese le scale per i tre piani che la separavano dal terreno.

Quegli ascensori chiusi in una gabbia di metallo dei palazzi antichi di mamma Roma li aveva sempre detestati. Non per paura, ma per quello strano pudore che, se dovesse succedere qualcosa, è meglio che nessuno da fuori veda le reazioni.

“Tu sei matta come una scimmia, so 6 piani cazzo, stamo ‘mbriachi come du’ ...”

Le sembrava di sentirlo ancora quando quella sera decise comunque di accompagnarla fino alla porta di casa e, prima di paragonare la loro ubriacatura a non si sa cosa, si accasciò sulle scale tra il quarto e il quinto piano della sua casa ai Parioli.

 Chissà perché aveva scelto quel notaio?

Proprio nello stesso palazzo dove viveva sua mamma.

Due piani sotto.

“Ma nun potevi abità al quarto piano? Nun avrei certo fatto la figura de quello che stira perché nun aregge du’ birette”.

Si, forse voleva solo darle un ricordo in più.

Di quei ricordi che metti via perché tanto non servono a nulla.

O almeno sembra.

Il ricordo di uno scemo che “Due birre?? A due a due vorrai dire!”

“Beh, vabbè, che cambia?”

Prima di uscire da quel palazzo che aveva segnato infanzia, adolescenza e qualcosa altro dopo cercò con uno sguardo di traverso la cassetta della posta, puntò la penultima in alto e nella sua mente le emozioni di quando trovava quelle buste azzurre.

Gioia.

Emozione.

Incazzatura.

Tenerezza.

Indifferenza.

Per tanto tempo gli era stato impedito di vederla, di chiamarla, di avere qualsiasi contatto con lei.

E lui infilava lettere con la busta azzurra in quella buca troppo corta per contenerle tutte.

Chissà quante ne erano state portate via?

Chissà quante delle sue parole non aveva letto.

Aveva solo rallentato il passo e ormai aveva varcato quel portone che pensava di non dover più vedere nella sua vita.

Avrebbe dovuto camminare un po’ per raggiungere Castro Pretorio dove un vagone affollato della Metro di Roma la avrebbe portata al capolinea più a Sud, dove un autobus di disperati l’avrebbe portata a.

(Certe storie è meglio non raccontarle con precisione. Dare al lettore quel luogo potrebbe risultare assolutamente incomprensibile. E portarlo a smettere di leggere o ad appassionarsi troppo.
C’è un viaggio da fare e una scatola da aprire.
La prima)

Giulia era ormai di fronte alla porta dischiusa dell’ultimo vagone di quella metropolitana intrisa di scritte e di colori.

“Ma secondo te i murales che fanno sopra a le metro se ponno chiamà metrales?”

Aveva la sensazione di sentirlo accanto a tentare di infilare la sua mano sotto il suo braccio.

Un sorriso.

Una lacrima nel greto del suo viso.

Cuffie alle orecchie.

Play.
“E' certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile dovresti credermi
sentirti qui con me perché tu non ci sei
mi piacerebbe sai sentirti piangere
anche una lacrima per pochi attimi”


Per aria Nuotando nell’aria – Marlene Kuntz


Due giri di chiave.

E lo scatto miracoloso che apre una porta.

Luce che si accende.

Borsa che cade a terra.

Occhi che cercano.

Ricerca di azzurro ovunque.

Per tutto il viaggio aveva fatto i conti con flash dal suo passato.

Il tempo trascorso con lui.

Il tempo che non era stato possibile trascorrere con lui.

E quella fine tragica più di vent’anni fa.

E come era possibile trovarsi in quella casa?

Chi era lei ora?

Come aveva fatto lui a trovarla?

Perché l’aveva cercata solo quando non poteva vederla più?

E ora?

Quella scatola davanti.

Del miglior azzurro che avesse mai incontrato in vita ed in morte.

Stretta tra le braccia.

Giulia era morta ventidue anni prima di quel giorno.

Si dice che quando hai un forte bisogno di qualcuno puoi farlo tornare nei tuoi pensieri.

Che puoi scriverci su.

Che puoi raccontargli le cose.

Che puoi metterti al suo pari e fargli sentire sulla pelle gli stessi interrogativi che ti sei posto tu per anni.
       
No. Questo non è un gioco.

Questo non è un esperimento.

Questo è dolore condensato.

Preso.

E messo a bollire.

Era tempo di aprire.

Un sorriso.

Aveva morso il suo labbro inferiore.

“Posso morderti io quel labbro per una volta?”

Certo non era semplice aprire.

Anche lo scotch era azzurro, luccicante,

Sembrava un sacrilegio doverlo rompere.

Prese una chiave e spinse con forza nel centro della scatola.

Una lunga linea prese a correre lungo l’apertura sottostante.

         Sospensioni.

         Respiri.

         Angoscia che sale su dalla bocca dello stomaco.

         Nulla finisce.

         Qualsiasi cosa torna e reca in sé il suo sapore.

         No.

         Il tempo non è onnipotente.

         Il tempo può essere fermato.

         Il tempo perde quando c’è intenso.

Una lettera.

Due.

Tre.

Centinaia di lettere.

Una felpa.

Un Cd.

“Cara Giulia,

qui ci sono tutte le lettere che ti ho scritto e che qualcuno, per te, ha scelto che era meglio che tu non leggessi.
Non so se sia stata una decisione giusta o sbagliata.
Non so se fosse giusto o sbagliato che io non potessi starti vicino quando lentamente stavi andando via.
Non lo sapremo mai.
E oggi, davvero, a me non interessa più.
A me interessa semplicemente che tu sappia dei miei giorni in quei giorni.
A me interessa semplicemente dirti che il pensiero di te è ancora qui.
Forte e vivo.
La morte non vince sempre.
La morte vince solo quando ti lasci sopraffare da un’assenza fino al punto in cui ti trovi a smettere di vivere anche tu.
Io spesso smetto di vivere.
Ma è perché sono stupido.
Oggi.
Io oggi, ora, ho la presunzione che tu saprai.
Ah.
La felpa.
Si si è la tua.
So che ora ti incazzi.
Però, ecco, quella la indossavi l’ultima volta che ti ho visto.
So che doveva andare con tutte le altre cose per i poverelli.
Lo so.
Ma quando ho saputo che veniva Vale a casa tua a fare gli scatoloni le ho chiesto di cercarla e rubarla per me.
Ecco.
Io vorrei che la mettessi.
Ora.
Per capire se sei ingrassata da allora oppure no.
Ahahaha.
Scherzo eh!
Ah.
Metti il Cd.
Poi alzati in piedi, e chiudi gli occhi.
No.
Non ti do ordini.
Sono solo desideri.
Per una volta dai.
Pronta?”

Fece esattamente le cose che aveva letto.

Nell’ordine esatto.

La felpa le stava benissimo.

Aveva un buon profumo, anche se non capiva di cosa.

Si alzò spingendo e venendo fuori dalla sua classica seduta a terra a gambe incrociate.

Prese il CD che non aveva alcuna copertina o scritta.

Lo inserì nel lettore.

La musica partì nell’esatto istante in cui un abbraccio la strinse.

La musica era quella.

L’abbraccio anche.

                  La morte non è per sempre
                  Il tempo ha perso


                   Chi siamo noi?
                  Siamo infinito

                  Te lo ricordi?
                  Yes sir!


“Stiamo navigando, stiamo navigando,
torneremo di nuovo a casa attraverso il mare.
Stiamo navigando acque burrascose
Per essere vicino a te, per essere liberi.”


Per aria Sailing – Rod Stewart



2. Giorgio. La scatola Grigia.


Non avrebbe mai pensato che dopo tanto tempo sarebbe tornato.

Ci aveva sperato, certo, tantissimo.

Ma il tempo ha la capacità di smorzare l’intensità delle emozioni.

Ed in fondo la speranza è un’emozione.

Aveva saputo della morte del suo vecchio amico da quella raccomandata con ricevuta di ritorno del notaio.

Non aveva avuto reazioni particolari.

Aveva preso un vecchio cd, l’aveva messo su, ed era andato a scartabellare vecchie foto di gioventù.

Nessuna lacrima.

Nessun moto di rabbia.

In fondo erano morti l’uno per l’altro tanto tempo prima.

Ricordi si.

Quelli cominciavano ad affiorare lentamente.

In fondo quando si costruisce una civiltà e quando questa viene distrutta e sotterrata da altre, prima o poi qualche pazzo di archeologo o qualche costruttore di palazzi la tirerà fuori e la metterà alla mercé del mondo nuovo in cui si trova.

Ma era strano quel mondo.

Guardava le sue mani che tenevano quella lettera e ripensava a quel giorno in cui...

“Tu eri l’unico che sapeva. Tu hai giocato sul mio dramma. Tu sei una merda”.

Aveva sempre ritenuto quelle parole esagerate.

Ma dopo un po’ di tentativi di riavvicinamento respinti con durezza aveva rinunciato.

Ed ora si trovava davanti a quella scatola.

Grigia.

Perché grigia?

“Io non sono una persona grigia. Perché mi ha visto grigio quel pezzo di merda!”

Aveva assistito alla lettura di quel testamento pensando alle frase di Osho che aveva postato su facebook la sera prima “Coloro che conoscono la morte dall’interno, hanno perso tutte le paure della morte”.

Adorava intripparsi su cose senza risposta razionale.

Poteva dire e pensare quello che voleva.

E poteva tranquillamente confutare ogni pensiero che perveniva lateralmente a prendersi gioco di lui.

Voleva una promessa quel suo vecchio amico.

“Prometto che quello che avrò in dono da questa giornata resterà fatto mio che non sarà condiviso con nessuno”.

Quella era per lui una promessa impossibile da mantenere e lo sapeva benissimo.

Ma naturalmente vinse la curiosità di andare a vedere.

Non si accorse dello occhiatine di alcuni altri partecipanti a quella lettura che promettevano con una tranquillità che in quel momento a lui mancava.

Non si accorse che in quel momento aveva fatto un patto contro natura.

La sua.

Scese le scale incrociando lo sguardo di Giulia.

Si stupì del fatto di non sapere chi fosse.

Si stupì della sua dolcezza.

Si stupì di vedere una persona che sembrava non esistesse.

Avrebbe voluto parlarle.

Chiedere.

Sapere.

Ma non poteva.

Aveva promesso.

O meglio.

Aveva di fronte una persona che aveva promesso.

E questo era un blocco di qualità ben superiore al suo.

Ed ora si trovava davanti a quella scatola.

Grigia.

Perché grigia?

“Io non sono una persona grigia. Perché mi ha visto grigio quel pezzo di merda!”

Era uscito da quel vecchio palazzo e aveva trovato la sua macchina completamente battezzata dagli storni che andavano a nanna sopra gli alberi di quel parcheggio improvvisato.

Sorrise pensando che qualcuno quel giorno si stesse prendendo gioco di lui.

Prese il cellulare.

Cercò in rubrica quel numero che non entrava più in coppia col suo da tantissimo tempo.

Diede il comando di invio.

“Il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento”

Salì in macchina.

Non accese lo stereo.

Spruzzò acqua sul vetro e diede vita al tergicristallo.

Ci volle più di un’ora per raggiungere quella casa oltre il grande raccordo anulare dalla parte opposta di Roma.

Pensò a tutto o, meglio, e a niente.

Era stanco.

Preoccupato.

Aveva una voglia pazzesca di non trovarsi di fronte a qualcosa di.

Di non sapeva neanche lui cosa.

Prese l’ascensore.

Non lo faceva mai.

Avete presente quando senti di esserti guadagnato la cena per il semplice fatto di aver rinunciato almeno tre volte ad un ascensore durante la giornata?

Aprì la porta.

Accese la luce.

Ed ora si trovava davanti a quella scatola.

Grigia.

Perché grigia?

“Io non sono una persona grigia. Perché mi ha visto grigio quel pezzo di merda!”

Con un cazzotto la bucò nel centro esatto.

Infilo le mani unite in quel buco, afferrò i lembi e le fece divergere con forza verso l’esterno.

Si aprì come una cozza.

Ne guardò il contenuto.

Un’altra scatola.

Identica.

Più piccola.

Più grigia,

La prese.

La scosse.

Era leggerissima.

Quella scatola conteneva altre scatole.

Che si sarebbero dischiuse fino a raggiungere l’ultima, della grandezza di una scatola di cerini.

La teneva in mano.

La prese tra la parte interna del pollice e quella del mignolo.

La scosse vicino all’orecchio.

C’era qualcosa dentro che sbatteva contro le pareti di cartoncino.

La aprì mentre la canzone che andava a far da sottofondo a quel momento della sua vita volgeva al termine.

Un pezzo di pietra.

Avvolto in una carta.

“Vedi? Nella vita succede che costruisci grandi cose. Le dipingi di bellezza. Rendi il tuo essere indispensabile agli altri. Ne acquisti la fiducia. Prendi tra le tue mani ogni cosa di loro. E poi, senza pensare la butti via. In un amen. E poi succede che neanche ti accorgi di quello che hai fatto. Pensi siano impazzite quando ti prendono a calci nel culo. Ne parli male. Chiedi scusa, magari. Ma sono scuse ipocrite di stampo cattolico. E poi rimane questo. Un piccolo sasso. Questo piccolo sasso lo tenevo tra le mani il giorno in cui proferivi quelle parole con sufficienza ed è stata dolce compagnia e sfogatoio. Ha un bel valore per me. Vale assai più di quanto vali tu.”

Non si mosse per qualche ora se non per scuotere la testa.

Poi sorrise tra se e se.

E confermò a se stesso che aveva avuto a che fare con un pazzo.

Ripensò per un attimo agli occhi blu di Giulia.

Chissà chi era?

Chissà che c’era nella sua scatola.

Prese un sigaro.

Lo tagliò e si mise a pensare.

Chissà a che cosa poi?


Per aria Damage – David Sylvian & Robert Fripp



3. Fabio. La scatola gialla.


Era arrivato a quell’appuntamento per curiosità.

Nulla di più.

Lo avevo perso di vista da talmente tanto tempo da dover fare mente locale per un po’ per capire chi fosse.

Ed in fondo l’apertura di un testamento era pur sempre motivo buono per acchiappare qualcosa di insperato.

Ogni tanto, in realtà, nei giorni precedenti, si era chiesto il perché proprio lui, cercando di portare alla memoria qualche flash, qualche trascorso, qualche momento significativo.

Avevano condiviso il banco di una scuola per un paio di anni.

Si erano aiutati nei compiti in classe, o meglio, aveva copiato sempre nei compiti in classe e senza mai cambiare una virgola.

Erano usciti assieme a cercar di rimorchiare senza mai riuscire. Anche se mi sa tanto che non era mai stata la compagnia giusta per rimorchiare.

E poi si erano persi, come si perdono quelli che non hanno nulla da condividere.

Neanche su facebook si erano ritrovati più.

O, meglio, non si erano neanche mai cercati.

Eppure ora era in quella stanza con altre 10 persone che cercavano ognuna gli occhi dell’altro, che cercavano di capire cosa li aspettasse.

Ognuna con il proprio sentire il proprio dolore.

A parte qualche sordo che faceva la faccia triste più per circostanza che per reale partecipazione.

La lettura delle disposizioni.

La promessa.

E poi via.

Verso casa.

A fare scarta la carta.

In fondo il giorno in cui quel suo vecchio compagno di classe abbandonava il mondo dei vivi si celebrava il suo compleanno.

Probabilmente era un regalo.

“Speriamo ci siano soldi a sto punto”.

Quel pensiero uscì da solo, libero come sono liberi gli stronzi.

Ma un senso di colpa venne fuori all’istante.

E fu così che cominciò ad inanellare pensieri positivi a mo di sega mentale.

Più per superstizione che per altro.

“Chissà se ha mandato quella scatola alla mia nuova casa”.

Appena scevro da costruzioni della mente tornò sui pensieri che contavano per lui.

Abitava, ai tempi della scuola, al confine tra il Giuliano Dalmata e la Cecchignola in una di quelle case che il demanio militare assegnava a quelli dell’esercito.

Era nato, cresciuto e pasciuto col desiderio di far parte del Battaglione San Marco, ma non ci era riuscito.

Non era perfetto fisicamente e più di tanto non ci arrivava.

Sapeva solo menar le mani nel momento in cui la dialettica diventava qualcosa di inarrivabile.

“E’ l’unico che non ho menato! Forse mi vuole ringraziare per questo...”

Avevano uno strano rapporto.

Lui non aveva mai utilizzato la propria parlantina per metterlo in difficoltà.

In cambio aveva ricevuto nessun pugno.

Lui lo aveva a cuore.

In cambio aveva ricevuto nessun calcio.

Lui aveva cercato di...

“Cazzo! Ecco cos’era!”

Quel terribile flash arrivò quando era ormai a pochi metri dalla sua “nuova” casa.

Una catapecchia al Prenestino.

Gli avevano staccato la luce e il gas per morosità.

Ed era sotto sfratto per lo stesso motivo.

Non si lavava da giorni ed era forse questo il motivo per cui il notaio non lo volle affianco a sé un’oretta prima.

Salutò Jamal che rispose “amico non ho sigarette mi dispiace”.

E cominciò a salire le scale.

Era grasso.

Lo era sempre stato.

E ogni volta era una fatica immensa fare quei 132 gradini.

Ma stavolta la velocità era doppia ed uno strano senso di vitalità scorreva tra le vene come fa quel liquido del cazzo che ti iniettano mentre fai una tac.

Lui aveva cercato di...

E quel giorno gli diede un cazzottone sulla spalla che lo fece piroettare rovinosamente contro un muro.

Aprì la porta semplicemente con una spallata.

“Che puzza di merda cazzo!”

Accese la luce. Che non si accese.

Accendino.

Luce.

Pacco.

Giallo.

“Che cazzo vuoi Jamal?”

“Venire uno oggi. Consegnare pacco. Io fatto guardia. Meritare qualcosa.”

“Vaffanculo Jamal!”

“Lui dato lettera. Dire che tu leggere prima di aprire scatola. Io dare solo se tu dare qualcosa da bere me”

“Bastardo!”

Corse in cucina.

Aprì il frigo buio.

Vino.

Lo aveva rubato al supermercato per cercare di trovare il modo per prendere sonno.

“Ecco maledetto pezzo di merda. Dammi la lettera”

“Grazie. Ecco lettera. Ecco candela per leggere. Ciao amico!”


Caro Fabio,

ebbene si, io sono morto.

In realtà pensavo di esserlo già quel giorno in cui mi hai mollato quel cazzotto addosso, ma all’epoca riuscii a farcela.

So dove sei ora.

Ho fatto un giro per casa tua qualche tempo fa.

Un certo Jamal mi ha fatto entrare in cambio di una bottiglia di vino.

Ti assicuro che ci sono rimasto malissimo e ti assicuro che se non avessi avuto paura di ricevere un altro dei tuoi cazzottoni avrei tentato di fare qualcosa per te, magari riproporti quell’idea pazza che ti proposi quando avevamo 16 anni.

Io sono sicuro che se mi avessi dato ascolto adesso sarebbe andata meglio.

E sono sicuro anche che fino a poco fa non ci avevi neanche più pensato.

Sei sempre stato un orso incapace di ragionare ma quel talento che avevi, che hai, dentro era il motivo per il quale io ho sempre evitato di mandarti a cagare, almeno finché ho potuto senza aver problemi per la mia incolumità.

E tu un pochino, l’avevi capito, orso di merda, almeno con l’inconscio.

E poi?

Poi ti sei sentito spiazzato.

Spiazzato da un coglione che ti stava volendo bene.

Sai che c’è?

Io ci riprovo.

Tanto al massimo potrai venire a pisciare sulla mia tomba adesso.

Convinciti.

Magari esci da quella topaia e cominci a vivere un pochino.

Daje apri quella scatola gialla!


Lo avrebbe ammazzato ancora in quel preciso istante se se lo fosse trovato davanti.

Ma il cazzottone lo diede alla scatola.

Poi la prese, uscì sul pianerottolo a cercare un po’ di luce in più.

Era proprio lui.

Quello spartito che quello spaccone di merda riempì con la melodia che il giorno in cui morì suo padre fischiettava piangendo disperato.

Lo aveva intitolato Put the yellow inside.

Gli tornarono perfettamente in mente le parole di quel giorno.

“Devi portarlo a qualcuno che sa suonare. Io poi ti scrivo il testo. Ho già in mente qualcosa. Sarà un successo incredibile, Fabio. Tu hai fatto una melodia che prende. Che colpisce in pieno nello stomaco e nelle tempie. Hai talento cazzo! In questi anni ne hai fischiettate tantissime. Tu dai speranza Fabio! Basta rabbia. Basta! Metti un po’ di giallo nella tua vita. Fatti a strisce tieni il tuo nero e mettici il giallo. Come se fossi un’ape...”

Quel cazzotto mise fine a quelle parole e con loro a quell’amicizia un po’ stravagante.

Urlò con tutta la forza che aveva in corpo.

Jamal, seduto su uno scalino al piano di sotto si svegliò, senti come lo strappo di un foglio e si assopì di nuovo pensando che quel vino era proprio una merda.

Qualcuno che ancora pagava la luce là dentro in quel preciso istante mise su un pezzo di una scema che si dondola su un lampadario dopo essersi scolata 1,2,3 drink come se non ci fosse domani.

Quel pezzo era in testa alle classifiche di vendita in quel mondo disperante ma era secondo in un mondo parallelo, più bello forse, proprio dietro Put the yellow inside.

Per aria Chandelier – Sia

4. Lisa. La scatola rossa.

Piangeva da più di un mese.

Piangeva di una disperazione che non aveva bisogno di lacrime.

Piangeva mentre dormiva, mentre mangiava, mentre correva da una parte all’altra della città per cercare, senza trovarlo, un posto in cui fermarsi, mentre parlava con le persone, mentre era sotto la doccia.

Piangeva persino mentre rideva.

Ma nessuno intorno a lei si accorgeva di questo suo piangere.

Era come se il suo di dentro fosse stato completamente chiuso al mondo.

La notizia terribile non era arrivata nel momento immediatamente successivo a quello in cui lo aveva lasciato.

Non si sentivano spesso e quei pochi amici comuni non avevano pensato a lei.

La notizia era arrivata con quella raccomandata.

Ritirata come si ritira una multa.

Con la stessa preoccupata rabbiosa avversione.

Ma multa non era.

Era la chiamata di quel notaio sconosciuto per l’apertura del testamento di.

Rimase come sospesa a mezz’aria alla lettura di quel nome.

La ricerca che stava facendo nei suoi ricordi su quale fosse il semaforo eluso era rimasta impallata sull’incrocio tra via La Marmora e Corso di Porta Romana.

Poi l’apnea.

Poi il suo viso davanti.

Era passato un mese.

Un mese intero a piangere senza sosta.

Dentro.

E ora era fuori da quello strano consesso di persone a lei sconosciute.

Fu l’ultima ad uscire da quella stanza.

Naturalmente anche là aveva fatto una delle sue solite figure barbine rovesciando completamente la sua borsa a terra e mostrando agli astanti i suoi innumerevoli imbarazzi fatti di libri, dolcetti e matite di ogni tipo e colore.

Ma nessuno rise.

Ognuno teneva il tono misto tra dolore e curiosità.

Chi più di dolore, chi più di curiosità, chi la classica via di mezzo di quello che sta là per paura di fare la figura dello stronzo a non starci.

Ma lei sorrise.

Perché era abituata a sorridere sempre e comunque.

Anche se dentro piangeva.

Anche se dentro aveva paura.

Anche se dentro era in un imbarazzo fortissimo.

Era tempo di uscire.

Di andare a quell’appuntamento col pacco di color...

Sorrise ancora.

Perché era sicura che quello sarebbe stato il colore del suo pacco.

Ma lei era il tipo da non dare mai nulla per certo, soprattutto le cose che le spettavano davvero.

Soprattutto quelle che le spettavano per volontà quasi divina.

Figuriamoci quel colore.

Avrebbe raggiunto la stazione Termini a piedi.

Un paio di chilometri per respirare lo smog di Roma.

Si ritrovò esattamente nel punto in cui molti anni prima, a un metro uno vicino all’altra e in mezzo a tanta gente, lui le mandò un sms con su scritto “ti prego portami via di qua”.

Sorrise ancora.

“Quanto avrei voluto...” disse senza voce e muovendo le labbra.

Lo sentiva vicino.

Entrò in quel bar torrefazione, esattamente di fronte all’entrata della stazione, con la certezza di trovarlo al bancone a bere il suo caffè ristretto e senza zucchero.

Aveva una voglia infinita di abbracciarlo e di dirgli “si, andiamo via! Non ci sto bene neanche io con questi qua!”

Prese il suo caffè.

Lo prese più per aspettare ancora un attimo che per effettivo desiderio.

Anzi.

Quella fu una scelta terrificante.

Il suo stomaco cominciò a scricchiolare e a far male.

Ma era nervoso, dolore, ansia.

E... “Cazzo! Spero proprio che nessuno a casa si sogni di aprire quel pacco!”

Entrò in stazione.

Mancava davvero poco alla partenza.

Salì quando la gente già correva per paura di perdere il treno.

Pochi istanti prima, insomma.

Cercò il suo posto.

Mise in ordine le sue cose.

Le cuffiette alle orecchie.

Il libro che lui le aveva regalato nell’ultima occasione in cui si erano incontrati sulle gambe.

Lo prese per un istante.

Lo aprì.

Lesse a caso.

“Nasciamo tutti possedendo già i tesori più grandi che avremo nella vita. Uno di questi è la tua mente, un altro è il tuo cuore. E gli strumenti indispensabili di queste ricchezze sono il tempo e la salute”

Fece partire il lettore mp3.

E poi poggiò la testa chiudendo un poco gli occhi proprio mentre quel treno mosse i suoi primi passi.

Arrivò a Milano in un istante.

Non aveva mosso un nervo per tutto il viaggio.

Malgrado la musica.

Malgrado il solito bambino rompicoglioni qualche sedile più in là.

Neanche il controllore aveva avuto il coraggio di svegliarla.

Prese le sue cose in fretta.

Corse verso l’uscita.

Discese.

Corse ancora come in preda ad un raptus.

Si diresse verso la stazione dei taxi.

Non aveva alcuna voglia di tornare a casa con i mezzi pubblici.

Era a poco tempo di taxi da quella scatola a troppo di autobus.

Indicò la strada al conducente con una forza che non le era propria.

Poi si rilassò.

Mancava davvero poco.

Pochissimo.

Guardava fuori.

Con la testa appoggiata al finestrino come quella sera lontanissima in cui lo salutò con la mano andando via da quel posto in mezzo alla campagna lasciandolo fermo a guardarla allontanarsi.

La sera in cui la sua testa vestiva quella fascetta rossa.

Ecco.

Ci siamo.

Casa.

Pagò.

Lasciò il resto senza neanche dire tenga il resto.

Aprì la portiera.

Corse al vano bagagli a ritirare il suo trolley.

E si precipitò alla porta di casa.

“Cazzo cazzo!”

Aveva come dimenticato che in quella casa a quell’ora c’era la sua famiglia.

Guardavano la televisione e la stavano aspettando, forse.

Si ricompose.

Lasciò per un attimo il suo corpo in posizione di stasi a far scendere i battiti.

Riprese fiato.

Sorrise ancora.

Infilò la sua maschera.

E suonò il campanello.

Aprì suo marito.

La baciò sulla fronte.

“Ti ho lasciato qualcosa da mangiare...”

Si guardò intorno alla ricerca della sua preziosa scatola.

Non c’era nulla nel salone.

“Grazie. Ehe... Ci sono novità?”

“No. Nulla di importante.”

“Mi ha cercato qualcuno? Telefonate?”

“No davvero una giornata tranquillissima”

“Ok. Senti ma....”

“Ah è venuto un corriere prima. Ha portato una scatola per te. Rossa.”

“Davvero?”

“Si si rossa. E’ in camera.”

“Grazie. Vado a fare una doccia e poi mangio qualcosa. A dopo!”

C’era.

La scatola era davvero rossa e c’era.

Smise di ridere.

Ma solo perché in quel preciso istante il suo di dentro smise di piangere e non c’era alcun bisogno di coprirlo.

Entrò in camera.

Chiuse a chiave la porta alle sue spalle.

Era là.

Vicino al letto.

Ed era dello stesso rosso di quella fettuccia.

“Sei scontatino sai?”

Sorrise.

E lentamente cominciò l’opera di apertura.

Un foglio chiuso a 4.

Una pen drive.

“Ciao Lisa,

intanto scontatino sarai tu!

Spero non ti sia dispiaciuto questo viaggio.

Mi rincresce un po’ averti costretta a questo, ma sono sempre stato un po’ stronzo.

E tu lo sai.

Intanto spero che tu la smetta di piangere.

Credo sia inutile.

E ti assicuro che la cosa mi scoccerebbe.

Specie se da morti saremo davvero in grado di star vicino alle persone alle quali vogliamo bene.

Ma nel dubbio facciamo che è così.

E facciamo che, nel caso tu stia ancora piangendo per me, ora è il momento ok per smetterla.

Allora.

Avrai visto la pennetta.

C’è il mio libro là dentro.

L’ho finito nel preciso istante in cui mi è venuto in mente di fare testamento.

Io credo sia bellissimo.

Hai letto qualche pezzo nel corso degli ultimi anni e sembravi entusiasta.

Ma non ho alcuna intenzione di pubblicarlo ora, mentre scrivo.

Sarai tu a farlo dopo che l’avrai letto e aggiustato un po’.

E’ tuo.

C’è anche una canzone dentro.

Vorrei la ascoltassi.

Vorrei che lo facessi ora.

Ti giuro che se funziona che noi siamo là a vegliare su di voi io sarò con te.

Adesso.

Un abbraccio grande.

Daje.

P.S. Scontatino a me? tsk!”

Obbedì.

La canzone partì.

Piansero insieme.

“People were laughing, smiling with the sun
They knew that summer had begun”


Per aria Blossom – Nick Drake


5. Stefano. La scatola viola.


“E ora?

Che significa questo?

Cosa ci faccio come un coglione di fronte a questa scatola?

Hai avuto tutto il tempo possibile e immaginabile per cercarmi.

Per chiamarmi.

Non mi sono mai nascosto.

Ero qui.

Presente a me stesso.

Presente agli occhi del mondo.

Anche in attesa.

Sapevo benissimo che c’era qualcosa di irrisolto.

E sapevo che prima o poi avresti preso in mano la cosa e saresti arrivato a soluzione.

Avendo tu l’ultima parola.

L’hai sempre avuta in fondo.

Ma hai voluto esagerare in sicurezza.

L’ultima parola l’hai infilata in questa scatola viola.

E sarà impossibile confutarla.

E sarà impossibile apprezzarla.

E sarà impossibile abbracciarti o prenderti a pugni.

Sarà impossibile riprendere il cammino assieme o decidere di separarlo per sempre.

Perché hai già deciso tutto tu.

Come al solito.

Molto più del solito”.


Parlava da solo.

Rivolto ad un oggetto.

Come se dentro ci fosse il suo interlocutore.

E per lui c’era davvero.

Nessuna risposta.

Un po’ come quando se lo trovava davanti incazzato e chiuso a riccio.

E poi non era mai stato capace di infilare in una discussione una battutina per sdrammatizzarla.

Per strappare un sorriso.

O un istante di tregua.

Mentre lui ci riusciva sempre.

Lui sapeva uscirne.

Con lo stesso talento di un’anguilla.

Che si lascia prendere per un istante.

Ma che l’istante dopo schizza via.

Ma ora.

Ora era là.

Dentro quella scatola a sputar chissà quale sentenza.

A far dono di sé.

A modo suo.

Ma non riusciva ad aprirla.

Neanche a toccarla se è per questo.

Era fermo.

Immobile.

Aveva quasi paura ci fosse un serpente velenosissimo là dentro.

Che anche la curiosità ne restava defilata.

“Ho rivisto Giulia sai?

E’ sempre bellissima.

C’aveva ‘na faccia però...

Certo sei riuscito a far tornare giù anche lei.

Sei proprio ‘no stronzo lo sai?

Daje dimme.

Che c’hai messo qua dentro?

Dimmelo prima.

Non me so mai piaciute le sorprese.

Le sorprese hanno il rinculo.

Sempre.

Anche quando sono bellissime”


Sembrava sciogliersi piano piano.

Mosse le mani lasciando che abbandonassero le gambe.

Era in ginocchio di fronte a quell’oggetto.

Se ne rese conto solo in quel momento.

Sorrise.

E lentamente toccò quel pezzo di cartone viola.

Sembrava caldo.

Pulsante.

Le tolse.

Rimise le mani sopra.

Le fece scivolare verso i bordi e con il pollice fece presa.

Per sollevare.

Sollevò.

Scosse un poco.

Rimise giù.

“Vedi.

Io lo so che quel giorno avrei potuto chiamarti.

Lo so.

Avrei dovuto aiutarti.

Non pensare al tuo posto che avresti voluto stare da solo.

Si lo so.

Ti sarebbe bastata una parola.

Ma, cazzo, io quella parola non ce l’avevo.

E neanche oggi ce l’ho.

Te l’ho chiesta.

Ricordi?

Ricordi?

Ci incontrammo per caso per la strada.

Tu guardavi avanti.

Ma non guardavi nulla.

Camminavi verso...

Verso dove cazzo camminavi?

Non avevi pupille cazzo!”

Tornò la paura.

E tornarono alla mente i flashback.

Quelli belli.

Quello bruttissimo.

Quello che sarebbe bastata una parola per rendere il proseguo della sua vita più leggero.

“Ok.

Sono pronto.”

Prese fiato.

Lo trattenne per un minuto almeno.

Buttò giù.

Prese in mano le chiavi di casa.

Scelse quella più lunga.

Bucò all’estremità di sinistra nell’esatto centro dello scotch e tirò via forte verso destra.

Infilò le mani nello squarcio e tirò forte per far saltare la chiusura ai lati.

Chiuse gli occhi.

Prese la scatola da sotto.

E la rovesciò.

Una pioggia di legnetti caddè sul pavimento.

Aprì gli occhi.

C’erano 12 lettere di legno e un foglietto.

“Caro Stefano,

Questo è quello che ho deciso di lasciarti in eredità.

Questo è quello che avrei desiderato quel giorno.

Ed è quello che ho aspettato per un po’.

Questo è quello che hai cercato di sapere quando poi hai capito.

Ma ormai era inutile.

Ed io ci ho messo un po’ per capire che alla fine quella parola serviva più a te che a me.

E quindi eccola.

Dentro una scatola viola.

Il tuo preferito colore porta sfiga.

Se potessi essere là adesso come una mosca mi gusterei la tua difficoltà a mettere assieme quelle lettere di legno per trovare la soluzione.

Sempre che riuscirai.

Sempre che ne avrai voglia

Bella!”

Z D A R I I L A Z E E

“Maledetto figlio di puttana.”

Mise le mani a conchetta, le fece scivolare a raccogliere assieme, prese quelle lettere e le reinfilò nella scatola.

In fondo a che serviva sapere ora quale era stato il suo errore.

A che serviva sapere che.

A nulla.

A nulla.

A nulla più.

"Oh, it's the best thing that you ever had
The best thing that you ever, ever had
It's the best thing that you ever had
The best thing you have had has gone away"

Per aria High and Dry – Radiohead

Paola. La scatola mancante.


Qualcuno aveva parlato.

Qualcuno aveva promesso senza mantenere, senza rispettare.

Non era neanche corso a casa per vedere cosa la lotteria di un testamento avesse scelto per lui.

Era uscito da quel palazzaccio antico del centro della Roma bene e, dopo aver cercato in rubrica,  aveva lasciato andare quella chiamata traditrice.

“Ehy ciao come stai?”

Ciao Paola, indovina ndo sto!”

“Ma che ne so, dimmi tu!”

Sto ai Parioli. E pensavo di trovare anche te qui

“Si col teletrasporto!”

Lei non capiva bene il perché di quella chiamata, ma sentiva che c’era qualcosa che l’avrebbe turbata.

Non aveva neanche saputo di quella morte.

Lei lo aveva cancellato dalla sua memoria.

Così come, alla prova dei fatti, aveva fatto lui.

Scusa, Ma hai saputo?

“Cosa?”

Avrebbe dovuto cambiare discorso.

Lui era sempre stato solo e soltanto punto di contatto tra loro.

O meglio non avrebbe avuto motivo di chiamarla se non per parlarle di lui.

E ora, per una questione di pura meschinità, si ritrovava là a tirarle addosso quel passato che non era tornato e che non aveva intenzione di tornare per sua vita propria.

Quel passato sepolto, che era silente, ma che non aveva fatto i conti con il pettegolezzo di un povero stolto.

No, niente. Volevo sapere come stai. Che fai. E’ passato davvero tanto tempo

“Senti, se hai qualcosa da dirmi fallo. Ho davvero un lavoro infinito da fare.”

Cominciava ad innervosirsi.

Risentiva tornare addosso il disagio di quei giorni.

Quando ogni persona chiedeva e l’unica risposta che non poteva dare era quella giusta.

E’ morto. Un mese fa. Non so neanche di cosa. Non so neanche dove. So solo che oggi sto qui perché un notaio mi ha chiamato per l’apertura del testamento di cui ero tra i beneficiari. Un testamento strano. Scatole, promesse. Ecco io ho anche promesso che nessuno avrebbe saputo di questo ma. Ecco io non ho mai mantenuto una promessa e...

“E perché cominciare proprio ora vero?”

Quella battuta le uscì ancor prima di realizzare.

Si fece spiegare meglio.

Fece millemila domande.

Nessuna risposta su quella morte.

Solo la spiegazione dettagliatissima di quella mezz’ora passata in quello studio.

Non so cosa altro dirti, davvero.

“Perché l’hai fatto?”

Così per capire perché a te niente.

“Ma a te cosa cambia? Devi sempre ficcare il naso? Sei un...”

Lui attaccò prima che lei finisse.

Sorrise sarcastico.

Accese facebook.

E postò sul suo diario.

“Oggi si scarta una bella scatola”.

Lei rimase immobile.

Realizzando a poco a poco.

Incazzata per quel modo di fare.

Mentre i flashback del passato cominciavano a rincorrerla.

Mentre faceva di tutto per bloccarli.

Era bravissima a cancellare quello che non voleva vedere.

Ma stavolta sarebbe stato difficile.

Una morte dà dolore comunque.

E l’essere messa da parte da un ultimo abbraccio che si faceva dono dà fastidio, comunque.

Le tornò in mente quella foto.

La foto di un pazzo.

Non aveva mai capito cosa ci fosse di così attraente in quello sguardo.

Ma aveva capito sin dal principio che quell’uomo sarebbe entrato a piè pari nella sua vita.

Per dipingerla.

Per accompagnarla per un pezzo.

Per ossessionarla.

In fondo lei trasformava così tutte le persone con cui aveva a che fare.

Lei era passione e distruzione.

Lei era carezza e schiaffo.

Per se stessa, per chiunque.

Lei prendeva.

Faceva suo.

Esasperava.

Respingeva.

Rendeva colpevoli.

Demoliva.

Ma lei tutto questo lo percepiva solo lontanamente.

Non sarebbe mai cambiata.

Avrebbe solo caricato se stessa di quel dolore che sapeva sopportare bene.

Le bastava spegnere dentro un bianco rumore tutto quanto.

Ovattare.

Annullare.

Girare pagina.

E pensare di avere addosso le frustrazioni altrui come una maledizione.

Tanto era indistruttibile.

O almeno si dipingeva così per non schiantare.

Perché non l’aveva scelta?

Ci aveva pensato a lei quando compose quel gioco di morte?

Ci aveva pensato e volutamente l’aveva tenuta fuori o le era semplicemente fuoriuscita dai ricordi?

Aprì il cassetto della sua scrivania.

Rovistò.

Trovò quell’anello che le aveva dato il giorno in cui la disperazione lo avvinghiò.

Aveva uno strano modo di esprimere il suo affetto lui.

Donare un anello ad una persona nel preciso istante in cui percepiva seriamente che non avrebbe più avuto nulla a che fare con lei.

Sorrise.

Di un sorriso pregno di amarezza.

Il ricordo di lui le dava comunque rabbia.

Ripensava a quelle minacce.

Anche se aveva capito molto bene che si sarebbero sempre rivelate false.

Che erano soltanto un grido disperato di non essere abbandonati.

Ma lei pensava solo a chiudere e ad uscire senza che venisse compromesso il mondo che si era costruito attorno.

E quindi la sua reazione sarebbe comunque stata quella che si ha di fronte ad una minaccia.

Di chiusura e di paura.

Di odio.

Per non compromettersi mai.

Costi quel che costi.

Fino all’annullamento completo di se stessa.

Non le sarebbe importato di se stessa dentro, ma doveva difendere la se stessa di fuori.

Era così che era andata fino a quel giorno e così sarebbe andata per sempre.

“Basta! Basta!”

Si alzò.

Si coprì bene.

Uscì.

Fece le scale di corsa.

Fuori faceva un freddo bestiale.

Ma sapeva come fare e dove andare quando gli incubi si facevano pressanti.

Sapeva dove trovare rifugio quando qualche mostro ricompariva.

Era la sua salvezza e il suo modo di continuare comunque.

Era il modo per mettere via senza mai andare a fondo.

Per continuare, imperterrita quel suo cammino sulla terra.

In fondo che colpa aveva lei se l’avevano costruita così?

Trattata sempre come un peso.

Come qualcosa da possedere.

Come un oggetto per farsi belli.

Che colpa aveva lei se era stato intralcio e chissà cosa altro di terribile?

“Cosa avresti messo in quella scatola? E che colore avresti scelto per me?”

Vuoto.

“Rispondi!”

Vuoto completo.

“Lo so che sei qui, ti sento.”

Non avrebbe mai risposto.

Non c’era semplicemente.

Non c’era più.

E non c’era più da quel giorno in cui scelse che c’era qualcosa di più importante di lui da fare.

Non c’era più da quando aveva deciso di leggere i suoi pensieri come sporchi e pericolosi.

Sapendo di sbagliare nel profondo dove mai avrebbe avuto il coraggio di arrivare.

Ma con la certezza di essere nel giusto.

Sempre e comunque.

A difesa di qualcosa di superiore ad ogni cosa.

Scoprì forse solo in quel momento quanto possa essere importante una parola detta negli occhi.

Ma era troppo tardi.

Troppo tardi per ascoltarla.

Troppo tardi per convincerlo che c’era qualcosa di molto più importante da difendere.

Fu risvegliata dal torpore in cui era caduta, dopo essersi seduta in macchina, da una notifica su wattsapp...

“Con chi cazzo stai?”

Sorrise.

Spense il telefono.

Sfogliò qualche altro ricordo.

Di quelli belli stavolta.

“Io comunque, paro paro”.

Scosse il capo.

Si asciugò una lacrima.

Accese il motore della sua macchina e si infilò nella nebbia.

Per lasciare la città.

Per andare via.

Lontano.

E poi comunque tornare.

A quei giorni che non amava ma che qualcuno aveva disegnato per lei.

Quasi fosse l’unica opportunità.


Torno a casa senza più dolore
torno a casa prima o poi domani
a casa dove tutto sarà migliore
torno a casa senza il mio fardello
torno a casa dietro il sipario
torno a casa senza il travestimento
che ho indossato finora


Per aria Going Home - Marianne Faithfull


6. Federico. La scatola bianca.

“Lei starà in piedi nell'aria luminosa
E la notte scenderà
E sarà molto calma
Io mi abbandonerò nelle sue braccia e dirò, quando me ne sarò andato
Sarò vostro, vostro per una canzone”

Leonard Cohen

Fu la prima persona a saperlo.

La coincidenza fu inquietante.

Quella notte non riusciva a prendere sonno.

Prese in mano un libro.

Un libro che lui stesso gli aveva regalato.

Un libro che lui stesso aveva letto, sottolineando frasi che probabilmente lo avevano colpito.

Capita che quando hai tra le mani un libro seviziato da una penna l’attenzione si infili dritta in quei tratti e che si venga avvinti da quei passaggi evidenziati.

Capita che si cerchi di capire il perché.

Che si cerchi di entrare nei pensieri di colui che ha segnato.

Improvvisamente però si alzò in piedi e, chiudendo gli occhi, si mise le dita sulle palpebre, come se volesse imprigionare nel proprio cervello qualche sogno strano dal quale avesse paura di esser svegliato.
Ricordava benissimo il suo strano modo di difendersi dal dolore.

Ne ricordava benissimo le parole.

Alcune in particolare.

Di un giorno in particolare.

Di quel giorno in cui decise che non avrebbe più fatto nulla per inseguire uno dei suoi sogni impossibili.

Sogni che però continuavano a correre nella sua mente.

Nel suo cuore.

Erano davanti ad una birra.

In un posto trovato a caso quando giri in macchina la domenica sera e trovi i “soliti” posti chiusi.

“Ma come mai? Perché”

“Perché cosa?”

Sembrava assente.

O meglio, sembrava chiuso dentro se stesso a continuare la propria vita avulso dalla realtà.

“Io vorrei capire per quale motivo a un certo punto tu smetta di credere nelle cose che fino a pochi istanti prima erano tua ragione di vita e motivo di massimo godimento ed entusiasmo”

“Io non credo in nulla. Io mi lascio andare. Scivolo. Poi ci pensa l’attrito. Decide lui se io possa continuare o debba fermarmi”

Ecco di fronte ad una risposta così qualsiasi altra domanda veniva castrata.

Lo conosceva benissimo.

Sapeva che andare oltre sarebbe servito ad avere solo silenzio in cambio.

“Prendiamo un’altra birra?”

“Preferirei andare. Ho sonno e sono già abbastanza ubriaco”

Era proprio così, come se volesse imprigionare nel proprio cervello qualche sogno strano dal quale avesse paura di esser svegliato.

Quella sera stessa gli mise tra le mani quel libro.

Una pietra miliare.

Che aveva già letto un paio di volte.

Ma che quelle sottolineature rendevano diverso.

Come la nuova uscita del tuo scrittore preferito.

Erano passate due settimane.

Ma solo quella notte lo aveva ripreso tra le mani.

Solo quella tragica notte.

Aveva cominciato a girare le pagine di quel libro in maniera compulsiva alla ricerca di quei tratti di penna.

Aveva addosso una sensazione di angoscia violenta.

Paura.

La paura di chi aveva omesso qualcosa di fondamentale.

Ma cosa?

“Mi domando chi è che ha definito l'uomo un animale ragionevole; è la definizione più avventata che sia mai stata fatta. L'uomo è molte cose, ma non è ragionevole”

“Cazzo cazzo che significa?”

Non era da lui.

Non era da lui lasciarsi arrendere all’evidenza di una tale affermazione.

O forse l’aveva sottolineata perché era una cosa assurda?

Lo colse un brivido.

Prese in mano il telefono.

Aveva voglia di sentire la sua voce.

Aveva voglia di “Ehy come stai?”

Era certo che non avrebbe fatto sottolineature sull’orario di quella chiamata e sul motivo.

Ma...

Ma continuò a girare le pagine.

Come in preda a un raptus.

“Il motivo per il quale a tutti noi piace pensare tanto bene degli altri è che abbiamo paura per noi stessi. La base dell'ottimismo è il puro e semplice terrore. Ci crediamo generosi perché attribuiamo al nostro prossimo il possesso di quelle virtù che saranno probabilmente di aiuto a noi”

“Merda!”

Era sottolineata con più forza delle altre.

Un flash.

Di quella ultima birretta.

“Non sento di poter dare più nulla a nessuno”

Il telefono.

Un sms al volo sarebbe bastato prima di riprendere la ricerca su quel libro che cominciava ad odiare.

“Ah Cì! Sei sveglio? Te d’’o da dì ‘na cosa”

Erano le 3 e 28 di quel 22 dicembre.

Nell’esatto istante in cui quell’essemmesse giungeva a destinazione verso un telefono ormai spento da ore la vita di quel suo amico era andata altrove.

Ma non lo sapeva.

Non lo sapeva ancora.

Ma forse cominciava a coglierne in anticipo il perché.

Ancora pagine.

Intonse.

Pure.

“Mi chiedo se quegli esseri bianchi e taciturni che noi chiamiamo morti possono sentire qualche cosa”

E ancora.

“Ha recitato la sua ultima parte. Ma tu devi pensare a quella morte solitaria, in quello spogliatoio
volgare, come a uno strano e sinistro frammento di qualche tragedia del periodo giacobita, una scena meravigliosa di Webster o di Ford o di Cyril Tourneur. Quella fanciulla non è mai veramente esistita e quindi non è mai veramente morta”

E infine.

“passò la maggior parte deltempo in camera da letto, ammalato di un frenetico terrore della morte e pur tuttavia indifferente alla vita in se stessa”

“Ok adesso basta. Hai rotto il cazzo”

Sapeva che c’era altro.

Ma la misura era colma.

Prese quel cazzo di telefono in mano e compose il numero.

Era passata mezz’ora dall’essemmesse.

Nessuna risposta.

Pigiò invio.

“IL TELEFONO DELLA PERSONA CHIAMATA POTREBBE ESSERE SPENTO O NON RAGGIUNGIBILE...BLA BLA BLA”

Maledetto!

Riprovò dopo dieci minuti.

E dopo altri cinque.

Poi si addormentò.

Il telefono in una mano il libro nell’altra.

Riprese contatto col mondo dopo qualche ora.

Sobbalzò.

Riaprì il libro.

Dal fondo stavolta.

Non aveva tempo per altro.

Sentiva che non ne avrebbe avuto.

L’ultima sottolineatura sarebbe stata sufficiente per metterlo convulsamente in moto.

E così fu.

“Si guardò intorno e vide il coltello che aveva ucciso Basil Hallward. Era stato ripulito più volte, finché non c'era rimasta la più piccola macchia; era lucido e brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l'opera del pittore e tutto quello che essa significava. Avrebbe ucciso il passato; morto questo, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso quella mostruosa vita dell'anima e senza le orrende ammonizioni di questa sarebbe stato in pace. Afferrò l'arma e colpì il ritratto.”

Si vestì e con fretta uscì.

Fu così che nel giro di poco seppe.

E fu con le sensazioni che aveva avuto quella notte che uscì dallo studio del notaio.

Dentro non guardò in faccia nessuno.

Non si accorse di nulla.

Pronunciò la promessa per inerzia.

Non salutò nessuno.

Nessuno gli rivolse parola.

Era come se dentro di sé recasse il seme del male.

Come se gli fosse stato passato come si passa una suora o una macchina gialla.

Ma non per scherzo.

Non per gioco.

Rincasò.

Come un automa.

Baciò suo figlio.

E vide quella scatola.

Bianca.

Sorrise come per rispetto.

Non era curioso di sapere.

Anzi.

Avrebbe voluto tenerla intonsa per sempre.

Là.

“Papà... Apri regalo di Tadduri?”

“Si amore, vieni, apriamolo assieme”

La sua compagna li guardava e piangeva.

Ma non interferì.

Lei si che capiva le persone.

Lei c’era.

Sempre.

Ma su richiesta.

“Papà ma è bellittimo! E’ pemmè vero?”

“Certo che è per te”

“E pettè Papo? Niente?”

“Pemmè c’è la tua gioia!”

Era il trenino elettrico più bello del mondo.

Quello che avevano visto assieme prima dell’ultima birretta.

E che gli aveva chiesto con semplicità, quella che lui tanto amava.

“A avecce li sordi... Sto sempre in bianco!”

“A Federì li sensi de colpa servono solo pe’ sentisse in colpa!”

Per aria Night comes on - Leonard Cohen

7. Riccardo. La scatola indaco.


La forza sparisce in un attimo.

Non sempre nell'istante in cui il danno si perfeziona.

Continui a camminare incosciente.

Non sai.

Non è successo nulla se non sai.

Quando qualcosa si compie lontano da te sei semplicemente sotto tiro.

Nel momento in cui potresti fare qualcosa non lo sai.

Non lo percepisci.

O lo percepisci ma non credi che possa davvero succedere.

Scrolli le spalle ridendo in faccia a quel brivido.

Ma il male sta agendo.

Il male colpisce e fa il suo dovere.

Il male colpisce chi è solo.

E’ vigliacco il male.

E non puoi più andarlo a cercare quando il dado è tratto.

Lo vieni a sapere.

E puoi solo starci e cominciare da là il tuo cammino per accettarlo.

Lento.

Impervio.

Incostante.

Pregno di sensi di colpa e di se solo avessi.

Senza vista sul traguardo.

Quale traguardo poi?

Il tempo che passa?

O la pazzia?

Quella stessa pazzia che guardavi negli occhi e alla quale non credevi più?

Non hai mai creduto.

 - - -

Quella mattina Riccardo aveva deciso che poteva tranquillamente dedicare al riposo la sua giornata.

Era riuscito a chiudere un bel po’ di lavoro nei giorni precedenti.

Era soddisfatto.

Sereno.

Anche se da qualche giorno si sentiva come seguito da un’ombra.

Qualcosa che qualcuno chiama presentimento.

Qualcosa che lo portava a fare appello ai suoi pensieri.

Alle persone della sua vita.

Ma, in fondo, la mente umana non si rilassa mai.

Ed era facile sorridere e riprendere la concentrazione.

Quella mattina si preparò una bella colazione.

A mente serena la fame e la voglia di qualcosa di buono sono più attive.

Mise su un bel ciddì.

Accese il computer.

Sorseggiava il suo cappuccino nel preciso istante in cui il server scaricava le mail.

Una.

Due.

Tre.

Sette.

Dodici.

“Che cazzo è oggi?”

Aprì la prima.

Deglutì.

La seconda.

Sbiancò.

La terza.

“Cazzo no! No!”

La quarta la lesse ad alta voce.

“L’hanno trovato morto. Non si capisce perché. Non si capisce nulla. Non so altro. Non so nulla. Mi sento malissimo. Non so neanche cosa chiederti di fare. Non so neanche se te ne fotte qualcosa”

Non era neanche firmata.

E non c’era neanche scritto chi fosse il morto.

Anche se nella prima quel nome era già echeggiato e aveva spezzato il biscotto inzuppato nel cappuccino facendone tracimare la parte ammosciata nella tazza.

Chiuse il computer.

E lasciò tutto sul tavolo.

Preso da una vertigine si sedette a terra, sul pavimento gelato del tinello.

“Non sto bene Riccà. Sento come se me stesse a cascà ‘r monno sopra. Come se me mancasse ‘r fiato. La voja de combatte. Come se nun c’avessi più un cazzo da raccontà a nessuno”

Parole che aveva accolto, sentito, dimenticato.

Parole che tornarono ora.

Parole alle quali non diede seguito.

Se non “Capita. Sei solo stanco. Succede anche a me”.

Da quelle parole era passato un sacco di tempo.

Le scadenze sul lavoro non erano ancora scadenze.

E il sole era ancora abbastanza caldo.

Mentre ora le scadenze erano state concluse e il sole non riusciva ad evitare di uscire alabardato di sciarpa e cappelletto.

- - -

Ora era di fronte a quella scatola.

Era passato del tempo dalla mattina in cui la notizia arrivò a squarciare uno dei suoi rari momenti di serenità.

Aveva fatto quello strano patto dal notaio.

Aveva rivisto persone care e persone sconosciute.

Aveva addirittura rivisto un fantasma.

Riccardo ora aveva una paura tremenda.

Paura che all’interno di quella scatola ci fosse la rabbia di chi aveva urlato e non era stato ascoltato.

Era una scatola indaco.

“Nun è viola Cì. E’ indaco”

Sorrise al risalir di quel discorso sconclusionato sul colore delle mutande di quella di fronte a loro sulla metropolitana.

“Ma poi te stai a pensà ar colore?”

“E’ certo. Pensa se un giorno te la rimorchi e te chiede cosa ti ha colpito de lei la prima volta che l’hai vista!”

“Si ma che c’entra?”

“Beh se sei un’omo glie devi da dì la verità. E se glie dici le mutande viola poi quella te pija pe’ dartonico.”

Quanto gli piaceva giocare con le parole.

Quanto gli piaceva farlo senza il timore che potessero ascoltarlo.

Quanto gli era piaciuto quando quella ragazza mise la borsa sulle gambe imbarazzata.

“Coglione! Ha sentito!”

Quanto gli era piaciuto andare oltre...

“E’ vero che so indaco e no viola signorì?”

...

E ora indaco era il colore dell’addio.

Il colore di un dono o di un dispetto.

“Basta!”

Aprì finalmente.

E furono immediatamente pianti intensi.

Quella scatola era piena di tutte le foto che parlavano di loro.

Di tutti gli istanti.

Di tutti gli incontri.

Di tutte le stronzate fatte.

Le prese e le buttò a terra spargendole.

Per guardarle tutte assieme.

Non c’erano buste chiuse.

Non c’erano messaggi.

La vita è quello che vivevi mentre scorreva?

O va vista con gli occhi che hai ora che un pezzo si è staccato?

“You and I we were captured
We took our souls and we flew away
We were right, we were giving
That's how we kept what we gave away”

Per aria Comes a time – Neil Young


Vita rubina. La preparazione delle scatole


“L'altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca, mi è passata a quattro metri la mia vita
Camminava col bicchiere e un vestito nero
mi ha guardato, ma non mi ha cagato.
La conosco bene, è in collera con me, mi rimprovera le cose che non ho potuto fare”



Era quella la decisione.

Avrebbe fatto di sé quello che avevano fatto di lui nei propri cuori.

Aveva una voglia infinita di abbracciarli.

Di prenderli a schiaffi.

Di parlare con loro.

Ma aveva paura.

Una lancinante paura di tornare a riavere da loro quello che lo aveva ridotto in quello stato.

Ma ora era stufo di provare qualsiasi tipo di sentimento.

Amore.

Odio.

Frustrazione.

Affetto.

Comprensione.

Senso di colpa.

Vittimismo.

In effetti non provava più alcun sentimento.

O meglio.

Provava l’eco di tantissimi sentimenti.

Mescolati assieme in maniera talmente sconclusionata da non riuscire a identificarne il singolo aspetto.

Era confuso.

Assolutamente incapace di ragionare.

Aveva preparato quelle 11 scatole colorate e le guardava.

E vedeva le facce delle persone a cui erano destinate come fossero una faccia sola.

Quella di un mostro.

Un mostro che lo aveva accompagnato fino a quel giorno.

E che ora l’aveva lasciato solo.

Solo a scrivere le sue ultime volontà.

Che poi a chi sarebbero mai interessate?

Se stava là, in quello stato,  a tossire sangue e fiele.

Che poi perché dare quell’ultima soddisfazione a quella vita misera?

Se stava là, in quello stato,  a tossire sangue e fiele.

Magari era solo ricerca di qualche salvifico spunto che aveva perso per strada.

Qualcosa che lo avrebbe riportato a sperare in qualcuno, in qualcosa.

Ma stava là, in quello stato,  a tossire sangue e fiele.

“Mi rimprovera parole che non ho potuto dire, che mi avrebbero cambiato in meglio insieme a lei”

Quella canzone in sottofondo non dava certo scampo alla punizione che aveva scelto per se stesso.

E su quelle "parole che non ho potuto dire" mandò giù l’ennesimo bicchiere di quel nettare alcoolico che non aveva più alcun sapore.

“Le dico ora.

Magari di là avrò uno sconto.

Magari mentre precipito verso la fine sentirò meno dolore.

Magari, forse.”

Parlava da solo.

A cercare consolazione.

Speranza.

Un altro colpo di tosse.

Ancora sangue.

Quel sangue che gli aveva salvato la vita quel giorno.

Che aveva messo in fuga il suo aggressore.

Quel sangue che sarebbe servito per dissociarsi dalla realtà più cruda.

Ma che non serviva più a nulla se non a stare là a fargli compagnia.

“Ho rivisto mio fratello e le sue mani buone, quelle mani adulte che solo io non avrò mai
Ho rivisto quelle città che non mi sono appartenute, i miei anni come ombrelloni chiusi in piena estate
I cavalli, le farfalle e le mie fate diventato un giorno cani a quattro teste
porte chiuse a chiave e finestre galleggiare in un mare di fotografie”

Non aveva vissuto cose solo brutte.

Ma le aveva vissute con il brutto dentro.

Non aveva mai smesso di fidarsi.

Ma le aveva vissute con il brutto dentro.

Non aveva mai smesso di sorridere a chiunque.

Ma le aveva vissute con il brutto dentro.

“Cosa potevo fare?

Cosa?

Per non dover sapere dal primo giorno che anche la cosa più bella sarebbe finita male.

Cosa?

Per non farmi prendere come uno che profetizza il dolore anche mentre fa l’amore.

Cosa?

Per non vederti andar via dando a me le colpe di un mostro che inghiotte?

Cosa?

Per non avere addosso la dote del bugiardo?

La dote del bugiardo.

Che vede scappar via le persone verso una doccia purificatrice.

A lavar via ogni singolo contatto con me”.

I discorsi nella sua mente si facevano sempre più strani.

Si guardava le mani.

Erano rubine.

Ma trasparenti.

Non riuscivano più a coprire la sua faccia.

Si stese.

Chiuse gli occhi.

Li riaprì.

Vedeva quelle scatole pronte.

Con un cruccio per le ultime tre.

“Come recapitarle?”

Si addormentò.

“E' la mia vita la scorciatoia per entrare in te e in me
Che difendo con le unghie e poi la perdo
Come un anello ai piedi non è ieri è oggi”

Il trillare del telefono fece per un istante parte di un sogno impossibile da ricordare.

“Sono Grazia, la segretaria del notaio. Volevo conferma dell’appuntamento di oggi pomeriggio. Il notaio era un po’ preoccupato per lo strano modo in cui l’ha salutato ieri. Sembrava fuori di sé.“

“Ci vediamo come concordato tra due ore.”

“Va bene. Ma sta bene? Vuole rimandare?”

“Mai stato meglio. A dopo”.

Si alzò.

Fece una doccia.

Raccolse i fogli di carta messi via per quell’appuntamento.

Toccò, carezzandole, una ad una tutte le scatole.

Aprì la porta.

La richiuse alle sue spalle.

E partì.

Non fiero.

Convinto.

Non fiero.

Barcollante.

Non fiero.

Arreso.

“Difendo con le unghie e poi la perdo”


Per aria Vita rubina – Moltheni

8. Natalia. La scatola Arcobaleno (prima parte)


Non erano mai riusciti ad incontrarsi.

Anche se avevano spesso parlato di una birra che li avrebbe visti a raccontarsi, finalmente, guardandosi negli occhi.

Ma forse chi aveva vissuto storie fatte di emozioni simili in maniera assolutamente parallela era davvero destinato a non incontrarsi mai se non guardandosi dai finestrini di due treni in corsa.

Natalia seppe per pura casualità della sua morte.

Era sin troppo abituata a sentirlo di rado e non c’era tra loro un rapporto in cui qualcuno si prendeva la briga di controllare la clessidra del tempo.

Era così.

Naturale e del tutto aleatorio.

Ma intenso.

Vero.

Svuotato dai mali del tempo.

Nessuna possessività insomma.

Natalia seppe perché un giorno lo lesse in una mail.

“Il giorno X il signor X è venuto a mancare. La invitiamo a presentarsi il giorno X all’ora X presso lo studio notarile X sito in Roma in via X in quanto il signor X ha disposto, tra gli altri, in suo favore. Per qualsiasi informazione può contattare la signora X al seguente numero di telefono X. Cordialmente, il notaio X”.

Una mail cruda.

Secca.

Senza alcuna emozione.

Diversa da com’era lui che infilava anche nelle cose più banali un motivo per stare bene o per stare male.

Più la seconda che la prima, ma tant’è.

Accese il computer.

Cercò il suo blog.

Lesse tutti i post fino all’ultimo che ricordava di aver letto.

Non trovò nulla di particolarmente allusivo.

Cercò su facebook.

Solo una marea di R.I.P. e di “che ti sia lieve”.

Nessun riferimento a come quando e perché.

Viveva a 650 km da Roma.

Sentiva fortemente che sarebbe dovuta andare.

Aveva bisogno di andare.

Voleva.

Doveva capire.

Sapere.

Conoscere.

E non per mera e pura curiosità.

A lui aveva affidato pezzetti della sua vita.

Gli aveva raccontato fatti, circostanze e sensazioni.

E se ora, dopo essere andato altrove, la stava chiamando non c’era alcun motivo che potesse farla desistere.

Si trattava solo di mollare ogni cosa.

Magari inventando una scusa più forte della stramba realtà alla quale nessuno avrebbe mai creduto senza fare millemila domande.

E quel senso di dolore di sottofondo non presupponeva l’esistenza di domande che non l’avrebbero in qualche modo innervosita.

Era cosa sua e sua soltanto e così sarebbe rimasta.

L’alta velocità le avrebbe consentito di fare tutto in giornata.

Il resto era storia da vivere.

E questo se da un lato le faceva paura dall’altro la eccitava.

Era riuscita a lasciare qualcosa di non mediocre nel cuore di una persona.

- - -

Entrare a Roma col treno non fa un bell’effetto.

Il passaggio del serpentone in mezzo ai quartieri periferici dà un senso di cupa tristezza.

I panni stesi sembrano prendere grigio ogni istante.

E poi il traffico.

La gente che sembra stanca e svogliata.

No.

“Non mi piace”

Natalia decise di chiudere gli occhi fino al momento in cui il treno si sarebbe fermato.

Alzò il volume del suo lettore mp3, spostò il sedere in avanti e si stravaccò.

Nessun pensiero.

Se non ogni tanto quel sogno che lui le aveva promesso di aiutarla a realizzare ma che, porca troia, era stato impossibile.

Finalmente il treno si arrestò in perfetto orario.

Avrebbe avuto il tempo per girare un paio d’ore, ma aveva voglia di starsene chiusa tra sé e sé.

Non uscì neanche dalla stazione Termini, passò davanti all’enorme libreria a pochi metri dall’uscita, si voltò, vide in alto dei tavolini di un bar sospeso sul tetto e decise di raggiungerne uno e fermarsi là, in attesa che fosse il tempo a portarla a quell’appuntamento.

Prese un te, aprì un libro e fece finta di leggere.

Era uno strano dormiveglia il suo.

Ricordi.

Assenze.

Immagini.

Colori.

Il pensiero di lui.

Il pensiero di una persona che sentiva vicinissima a tratti.

Il pensiero di una persona della quale non conosceva il modo di muovere la bocca, gli occhi, le mani.

Il pensiero che era diventata una pazza a stare là, in quel momento, sulla base di una mail, magari falsa.

Uno scherzo insomma.

E pensare che non si era neanche degnata di chiamare quel numero di telefono della signora X per capire meglio.

“Una pazza completa. Ecco cosa sono!”

- - -

Il giorno in cui stava preparando la sua scatola ripensò a quella cosa che trovò scritta di lei.

Se ne appuntò un pezzetto su un fogliaccio.

Lo sentiva così vicino a se quel pensiero che lo teneva in saccoccia per srotolarlo ogni volta che si sentiva solo.

Fu quello il motivo per il quale non ebbe alcun dubbio nel confezionare la sua scatola dei tanti colori che formano un arcobaleno.

Quelle parole facevano esattamente così:

L’arcobaleno non esiste ragazzi.
Vero?
Ditemi la verità.
E’ un’illusione ottica.
E’ lo specchio delle pozzanghere.
E’ la pioggia che si riflette sui binari dei tram.
E’ il punto in cui si bacia la goccia con il fango.
L’arcobaleno è come l’amore. Non si spiega se non in sé stesso.
Esiste solo nei cuori di chi lo vive,diciamo, come negli occhi di chi lo guarda.
Per cui non è ancora il mio momento
“Quando ci sveglieremo?
Un giorno la pioggia
laverà via il nostro dolore”


Era l’ora.

Sorrise quando il suo vecchio cellulare emise il suono della sua sveglia di ogni mattina.

Se non avesse avuto l’accortezza di puntare quell’allarme non si sarebbe mai resa conto che il tempo aveva fatto il suo dovere malgrado lei fosse riuscita a fermarlo.

In un posto al centro del mondo.

In un posto dove il mondo converge.

In un posto in cui il mondo dopo essersi incontrato per un attimo esplode in tutte le direzioni.

Ma su binari.

Come fosse destino segnato sempre e comunque.

Come fosse una maledizione.

E quella voce che avvisa i viaggiatori stava annunciando beffarda la partenza di un treno per Torino.

Così, tanto per ricordarle che stava vivendo una parentesi.

Si alzò di scatto.

Le girò un pochino la testa.

Poggiò il palmo della mano sul tavolino facendo sollevare il piattino della tazza da tè che però non si rovesciò.

Riprese fiato e lentamente si rizzò.

Si guardò un po’ intorno.

E si accorse con un moto di sollievo che era rimasta invisibile agli occhi della gente.

Passò un cameriere, lo salutò con un sorriso e prese le scale per scendere a terra.

Avrebbe dovuto camminare una ventina di minuti in una Roma che, a quell’ora, sembrava impazzita.

Salì verso Castro Pretorio, svoltò a sinistra e si incammino in direzione Parioli.

Non sentì alcuna necessità in mettere musica nelle orecchie.

Era tutto talmente ovattato che, per un momento, ebbe il timore che stesse diventando sorda.

Diede l’ultima occhiata alla mappa di fronte ad una libreria.

Mancavano davvero pochi metri a quel portone enorme e, soprattutto, mancavano pochi minuti a quell’appuntamento così strano.

Un moto di angoscia le prese la bocca dello stomaco.

Strane e violente ondate, come spasmi, salivano su e giù tra la gola e la pancia.

Prese fiato.

Eccolo quel portone.

Lo vedeva apparire e scomparire dal passaggio di persone, macchine e autobus.

Ma c’erano un paio di capannelli di gente che parlottava seria.

Preoccupata per quello che doveva succedere non certo per quello che era già successo.

Scoprì pochi minuti dopo che erano alcuni degli altri "chiamati".

Ripensò a quella mail “in quanto il signor X ha disposto, tra gli altri, in suo favore”.

Aspettò che il cancello si aprisse, che i primi entrassero, attraversò la strada mentre il semaforo diventava arancione.

Ma senza accelerare.

Solida agli occhi del mondo.

Fragile a se stessa.

- - -

Aveva addosso gli occhi di quasi tutti.

Nessuno sapeva chi fosse.

E nessuno aveva il coraggio di chiederle chi fosse.

Solo una non le diede la sensazione di essere scrutata sin dentro alle budella.

Sembrava non avere pupille.

Sembrava non ci fosse.

Sentì addosso il desiderio di abbracciarla.

Era fortissima la sensazione che il suo “premio” fosse proprio lei.

Le sarebbe bastato.

Le bastò a cancellare ogni curiosità.

Ogni ansia, ogni rancore, ogni preoccupazione.

Aveva trovato in quella ragazza così eterea la gioia di stare là, in quel posto triste, tra gente sconosciuta e curiosa.

Cercò il suo sguardo.

Non lo trovò mai.

Scoprì il suo nome quando il notaio fece l’appello.

Giulia.

Sorrise al pensiero che facesse rima con il suo.

Sorrise perché la rima la fece quell’uomo alto e magro leggendoli uno dopo l’altro.

Sorrise per tutto il tempo della lettura.

Mentre prometteva.

Mentre andava via.

Mentre una di quelle che stava là rovesciava la sua borsa a terra.

Mentre qualcuno piangeva, qualcuno faceva finta di piangere, qualcuno riaccendeva il telefono, qualcuno andava via senza salutare.

Natalia andò via salutando Giulia.

Giulia finalmente alzò gli occhi e le sorrise.

Natalia ricambiò il sorriso, ma abbassò immediatamente lo sguardo come se si fosse abbattuto su di lei un fulmine.

Un bel fulmine.

Mancava un’ora soltanto alla partenza del treno che l’avrebbe riportata via da Roma.

Alcune ore all’incontro con la sua scatola arcobaleno.

Il suo telefono trillò proprio mentre poggiò il piede di fronte al semaforo piazzato davanti alla libreria.

“Nat è arrivato un pacco tutto colorato per te”

Rispose immediatamente.

“Non toccarlo, non scuoterlo, non aprirlo per nessun motivo al mondo. Ci vediamo tra qualche ora. N.”

- - -

Scrisse molto sul treno.

Buttò giù pensieri, un paio di articoli che un giornale on-line le aveva commissionato e dove da alcuni mesi scriveva senza alcun compenso e una delle sue meravigliose frasi su facebook.

Di quelle frasi che potevano accogliere solo commenti inutili o il silenzio.

Perché lei era in grado di dire le cose usando pochissime parole ma rendendole in ogni caso complete.

Vive.

Inattaccabili.

Era ormai buio.

Ma era come se quel giorno ricominciasse proprio in quel momento.

E si ritrovò a infilare la chiave nella toppa della sua porta di casa senza ricordare nulla dal momento in cui il treno la mollò sul binario 1.

Capita.

Capita quando ogni tuo neurone è sospeso.

Sorrise quando entrò a casa.

Sorrise soprattutto perché la chiave dovette fare 4 giri prima di trovare lo scatto.

Era deserta la casa.

Ed era libera di stare in pace con quel dono piovuto da altrove.

La scatola era là,  poggiata sotto il tavolo della sala da pranzo.

Intonso.

Colorato.

Era proprio strano.

Quello scemo aveva preso una scatola qualsiasi e si era messo a ritagliare strisce di tutti i colori.

E poi le aveva incollate col vinavil.

Si sentiva forte ancora l’odore del vinavil.

Sorrise ancora.

Cerco di immaginarne la faccia mentre incollava e le mani mentre si staccava la pellicola formata sulle dita dalla colla fuoriuscita dal contatto tra la carta e il cartone.

“Dai Nat! Apriamo”.

C’era un sacco di roba dentro.

C’erano sette tazze per fare colazione di sette colori diversi.

Sette magliette di sette colori diversi.

Sette braccialetti di sette colori diversi.

Un paio di calzettoni di sette colori.

E sette pennarelli grandi di sette colori diversi.

Rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto.

E su ognuna di queste cose campeggiava una scritta:

“L’arcobaleno esiste”

Sorrise ancora.

Sorrise e pianse un po’.

Un po’ come quando esce il sole quando ancora non ha smesso di piovere.

Stava ancora scartabellando quelle cose quando trovò una lettera.

La prese.

La aprì delicatamente.

Trovo un foglio e un’altra busta chiusa.

Lesse il foglio.

“Ti chiedo scusa, Nat, ma ho rubato tutti i tuoi articoli sul web e li ho dati ad un mio amico e dopo un po’ mi ha, o meglio, ti ha mandato questa. Siccome è tua non l’ho aperta, ma spero tanto che sia quello che penso. Ti voglio tanto bene”.

Era una busta indirizzata proprio a lei.

C’era il suo nome.

Ma a un indirizzo diverso.

Di Roma.

Non certo il suo.

Scartò con meno delicatezza quella busta affrancata e timbrata dalle poste italiane e aprì quel pezzo di carta piegato in tre parti quasi strappandolo.

“Gentilissima Natalia,

         mi pregio comunicarle che ha raggiunto il numero di articoli necessario per acquisire la tessera di giornalista pubblicista.

         La informo inoltre che la nostra testata è alla ricerca di giornalisti per ampliare l’organico al fine di una maggiore penetrazione nel mercato informativo italiano.

         Per questo motivo la prego di contattarmi per un breve colloquio informativo per proporle la nostra offerta affinché si convinca finalmente a diventare dei nostri.

                                                                                              Il direttore”

Smise di sorridere.

Smise di piangere.

“Finalmente???”

Su questo dubbio richiuse la scatola, la nascose in un armadio, tolse le scarpe, accese lo stereo e si stravaccò sul divano.

“Non essere timido, impara a volare
E vedi il sole quando il giorno e finito.
Se solo riuscissi
a vederti sotto quella stella,
che si era fermata (qui) in un giorno di pioggia
in autunno, senza chiedere nulla.
Si, cerca di essere quello che sei”


Per aria Things Behind The Sun – Nick Drake

9. Tom. La scatola arancione


Proprio su quel colore così intenso perse la sua freddezza.

Quella droga che aveva preso corpo nel suo animo sembrava non fare più l’effetto che lo aveva reso freddo, distaccato, completamente assente da se stesso.

Quel colore così intenso e vivo, quasi luccicante, aveva avuto su di lui, anche se solo per poco, la forza di riportarlo a ragionare con la sua testa.

Quella testa capace di non dare nulla per scontato.

Completamente incoerente.

Dubbiosa.

Fitta di confusi teoremi e ripensamenti.

Strinse i pugni.

Urlò intensamente e con voce strozzata uno sprezzante “NO”.

Chiuse gli occhi alla ricerca di un non colore.

Ma continuò a vederlo forte, vivo, bellissimo.

Quello era il colore dell’India.

E quel tornare, almeno con la mente, sui suoi passi, a poche scatole dalla conclusione fu dolorosissimo.

Assai più doloroso della fine di ogni storia d’amore.

Sommate assieme.

Significava che l’ultima volta in cui aveva toccato la terra del sacro Gange la stava salutando per l’ultima volta.

E che tutti gli arrivederci erano soltanto una bugia.

Riaprì gli occhi, corse verso la cucina, prese quel blister maledetto tra le mani, spinse contro la velina dall’alluminio, una, due, tre, quattro, cinque volte.

Prese quelle cinque pasticche nel palmo della mano e giù.

Tutto d’un colpo.

Senza acqua.

Ingollò e torno verso il suo letto sfatto.

Si stese.

E nel giro di pochi attimi salutò il mondo.

Direzione sogno.

Direzione India.

- - -

Tom ricevette quella mail scritta da una persona a lui sconosciuta.

Non capì bene subito.

Il suo italiano aveva perso forza.

Lesse il suo nome.

Sorrise.

Lesse della sua morte.

Smise di sorridere.

Lesse la parola testamento.

Sorrise di nuovo.

Tornarono alla sua mente le ore in cui lo incontrò la prima volta.

Quasi dieci anni prima.

Quella mattina era stato scelto per andare a prendere un italiano all’aeroporto di Bhopal.

Avrebbe dovuto farsi quattro ore di macchina all’andata e quattro al ritorno.

Non era il massimo della vita.

E poi aveva cento e più ragazzini da curare nell’orfanotrofio che dirigeva.

E organizzare la festa del santo patrono di quel posto cristiano tra gli indù.

Ma così era stato stabilito.

I suoi studi in italiano erano stati quel giorno motivo per fare questa commissione.

Andare a prendere una persona che veniva in India per la prima volta in vita sua, da solo, a prendere visione di quello che sarebbe stata per lui una folgorazione.

Ma questo Tom non poteva saperlo.

Tom sapeva solo che quella persona avrebbe aiutato la missione di cui faceva parte a costruire una scuola.

E a gente così bisogna fare le feste.

Attese almeno due ore che il volo da Delhi atterrasse.

Ci era abituato alle attese.

Anche se il periodo trascorso in Italia gli aveva attaccato addosso sprazzi di irrequietezza e di ansietà.

Quel piccolo aereo, dopo aver fatto scalo a Indore, atterrò finalmente a Bhopal.

Scese una sola persona.

Lui e il suo trolley.

Lui e quella faccia stanchissima e spaventatissima.

Lui e le sue Stan Smith.

Lo vide arrivare facendo capolino dalla porta di vetro bianco e i suoi denti uscirono allo scoperto da quel viso nerissimo, di indiano del sud sbarcato al nord, facendo perfettamente pendant con la sua camicia bianchissima e stiratissima.

Lo abbracciò come si abbraccia un fratello che non vedi da anni.

Lo abbracciò come si abbraccia qualcuno che sai che sta entrando nella tua vita e ci rimarrà per sempre.

E lui si sentì abbracciato da una persona che fino a quel momento sentiva di essere in pericolo.

Finalmente al sicuro.

Salirono in macchina.

Direzione Sagar.

Altre quattro ore di viaggio per Tom.

Parlarono del viaggio e poi Tom cominciò a raccontare di lui, di quel posto, di quello che voleva fare, di come lo voleva fare.

Con entusiasmo vero.

Vivo.

Per riscoprirsi a parlare da solo, chissà da quanto tempo.

Quel tipo venuto da lontano si era addormentato come un bambino.

Vinto dalla stanchezza e dalla ritrovata serenità che, da sveglio, quel luogo gli avrebbe dato solo dopo un paio di giorni.

Quando decise di lasciare nella sua stanza al St. Francys Orphanage le sue gloriose Stan Smith per andarsene in giro scalzo, libero.

Ma questa è un’altra storia...

- - -

I ricordi di Tom combaciarono esattamente con quelli che durante quel sonno imposto da cinque pasticche gli apparvero in sogno.

Visti dall’altro lato.

Ma talmente affini nelle emozioni e nella forza da sorprendere chi avesse potuto assistere a quello strano film da fuori.

Anche lui, il burattinaio, si sarebbe stupito.

Con che diritto poi?

Il mattino seguente Tom chiamò il suo autista e scese da quella collina in capo al mondo per andare a prendere il suo nuovo amico.

Pochi chilometri senza alcun pezzo liscio e piano, tra piccoli villaggi di povera gente.

Pochi chilometri che un turista in cerca di bellezze esotiche avrebbe potuto fare a piedi ma che, da quelle parti, era meglio non lasciare da solo.

Da quelle parti un viso pallido con i jeans e le Stan Smith ai piedi sarebbe stato assalito.

Ma chi avrebbe convinto il suo panico che si sarebbe trattato di un assalto di curiosi mai abituati a vedere qualcosa di diverso dalle loro quattro facce, dalle loro mucche rinsecchite e dai militanti politici che passavano una volta ogni qualche anno per costringerli a dare il voto ai propri capi in cambio di promesse che non sarebbero mai state mantenute?

Quella strada al termine della discesa a valle sarebbe culminata nel bel mezzo di una cattedrale nel deserto, con strade asfaltate benissimo, caserme e case molto ben curate.

Lo stava aspettando.

Col suo trolley  e con gli occhi abbottati.

Aveva passata la notte a scacciare insetti sconosciuti e ad aprire e chiudere la zanzariera del letto per quegli strani ronzii che lo mandavano in paranoia malarica.

Tutta colpa di quel ragazzetto che la sera prima invece di dargli la buonanotte gli aveva detto “Mosquitos, very dangerous for you!”

Tom scese dalla macchina che entrò nel cortile venendo da sinistra.

Era sbarbato in maniera perfetta, profumato e vestito di un bianco perfettamente opposto al colore della sua pelle scurissima.

“Chalo!”

“Eh?”

“Andiamo andiamo!”

“Ah! Ok” Chalo”

Lo sistemò in macchina.

Davanti.

Al posto in cui era abituato a stare in Italia quando guidava.

Dove in India ci sta il passeggero per intenderci.

Lo fece attendere seduto là per un quarto d’ora.

Il tempo di salutare e prendere strani accordi con gli amici del posto.

“Andiamo a comprare acqua chiusa ok?”

Si sentiva in colpa.

Non aveva mai amato quella sensazione di diversità dalle persone che lo ospitavano.

Ma all’acqua chiusa non avrebbe potuto mai rinunciare.

Con la temperatura oltre i 40 gradi e con il miliardo di batteri a lui sconosciuti nell’acqua che gli indigeni bevevano senza avere ripercussioni apparenti sulla loro cacca.

Arrivarono nel regno di Tom dopo un paio d’ore.

Si ritrovò a girare col direttore di un gigantesco orfanotrofio nel cuore dell’India.

A fare con lui, senza capire una mazza, contrattazioni con chiunque per qualunque cosa.

Vide Tom quasi venire alle mani con molti commercianti per poi abbracciarli.

Aveva la testa completamente ovattata.

Aveva il panico.

Ma la cosa che più lo devastava era togliere scarpe e pedalini in ogni luogo in cui entrava e rimettere tutto appena usciva.

Aveva paura delle malattie, dei respiri della gente, degli sguardi, di qualsiasi cosa che si scontrasse con quell’adagio che nella sua mente si ripeteva in loop all’infinito.

“Ma chi cazzo me l’ha fatto fa?”

“Hai sete? Prendiamo Sprite?”

“Sprite? Qui in India?”

Rise Tom.

Quel termine così odiato in Italia sembrava lo avesse riportato al mondo per un istante.

“O preferisci chai?”

“Acqua Tom, acqua fredda e chiusa!”

Bevve avidamente.

Come quando si beve e per la troppa inclinazione della bottiglia l’acqua fuoriesce dalle estremità della bocca e ti bagna il collo, la maglietta, fino ad arrivare alle Stan Smith.

Quella frescura lo rimise al mondo per un attimo.

Giusto il tempo di vedere capannelli di persone che si erano assembrate per godersi lo spettacolo di un uomo bianco che sembrava un pulcino bagnato e spaurito.

Sorrise per riflesso incondizionato.

“One rupie please!”

Un bambino sporchissimo e secchissimo aveva porto il palmo della mano al cielo e lo guardava implorante.

Cercò nelle tasche.

Non aveva ancora speso una rupia di quelle prese in aeroporto.

Aveva solo pezzi di carta.

Che non valevano un cazzo nel loro valore paragonato a quello occidentale ma che...

Diede al piccoletto il primo che riuscì a srotolare dalla tasca.

Senza pensare.

Cosa vuoi che sia?

Non faceva neanche un euro.

Nel giro di pochi istanti fu circondato da una moltitudine di ragazzini.

Sembrava piazza San Marco quando qualche coglione decide di tirare un po’ di briciole a un piccione.

Tom era di spalle.

Si girò.

Scacciò via tutti.

Lo chiuse in macchina.

E diede ordine all’autista di ripartire.

Fecero assieme quella strada prima bellissima, poi terrificantissima in salita.

Stava per entrare per la prima volta a Shampura.

Stava per prendere tra le mani la cosa più bella che gli sarebbe mai capitata per i suoi anni a venire.

Non lo sapeva ancora.

Come non sapeva per quale cazzo di motivo quella macchina della polizia li stesse seguendo.

Ma non voleva saperlo.

Aveva avuto troppe emozioni.

Era già stanco.

Arrivarono.

La macchina si fermò e, a fianco a loro, si fermò la macchina della polizia.

Scesero tutti.

Il poliziotto salutò Tom in maniera affabile.

Tom non era nervoso.

Uscì un altro poliziotto quasi dal nulla.

E una poliziotta che aveva le braccia occupate.

In quel preciso istante i suoi occhi incrociarono gli occhi nerissimi di Neema.

In quel preciso istante, proprio mentre Shampura, lo accoglieva stava diventando la nuova casa di una bimba orfana o abbandonato o chissà cosa.

Il clamore e l’accoglienza che fecero era uno spettacolo.

Era per entrambi.

Proprio quel giorno dopo pochi minuti tolse le Stan Smith e non le rimise più.

Ogni paura fu scacciata.

Era un indiano.

Un indiano che aveva nelle mente i pensieri più belli del mondo.

Dopo pranzo andò a riposare un po’.

Si ridesto a casa sua.

Sudato e in preda agli incubi.

Con quella scatola arancione tra le braccia.

Da riempire con quello che aveva pensato poteva essere il dono per Tom.

E con il grave dilemma di come fare per portarlo in Italia, dal notaio e farlo ritornare in India ad aprirla.

E farla arrivare in India.

Prese un altro blister.

Lo snocciolò.

Ingollò.

E tornò a sognare.

A fare incubi.

A bestemmiare nel sonno.

“Chi può sapere
Che cosa accade nella sua mente
È venuta da un mondo strano
E lasciare la mente dietro
I suoi sospiri a lungo perduti
E i suoi occhi dai colori vivaci
Raccontare la sua storia al vento”




Tom quella mattina si alzò, come al solito, molto presto.

Teneva tantissimo alla pulizia e ad avere il viso liscissimo.

Doccia e barba.

Preghiere.

Chai e una banana zuccherata.

Ma quella notte aveva fatto un sogno stranissimo.

Quella notte aveva ricevuto una lettera.

La lettera di un notaio.

Veniva dall’Italia.

Sembrava reale.

Ma era surreale che quel suo amico italiano avesse deciso di farla finita.

Quel suo amico che aveva portato in India se stesso e che aveva lasciato se stesso in India.

Non poteva morire senza tornare.

E poi lo aveva promesso.

Ma in fondo era un sogno.

E i sogni di morte allungano la vita del morto nel sogno.

Cercò di sorridere chiamando a sé qualche ricordo buffo.

Tipo quello di quando andarono a vedere assieme un tempio indù e lui prese senza pensare la scala sulla destra per salire.

La gente lo guardava malissimo.

Qualcuno lo insultava.

E lui diceva “Namaste” a tutti.

Fin quando capì.

E lo capì quando sentì due dita stringergli un lobo per riportarlo in basso.

“Ma cazzo nun me lo potevi dì prima?”

Era troppo divertente e Tom si godette quello spettacolo da basso.

Tanto al punto zero sarebbe tornato.

Mise piede nel suo piccolo e polveroso ufficio.

Accese il computer.

Puntò facebook.

Cercò la sua pagina.

Faceva un caldo infernale e le pale sul soffitto erano ferme.

Troppe carte sparse sul tavolino per poterle azionare.

“Oh my god”

Quella pagina facebook era intrisa di candele, foto e R.I.P.

Era davvero penetrato nei suoi sogni.

Aveva davvero trovato il modo per recapitare quella lettera.

E poi lo aveva portato a Roma.

E gli aveva fatto incontrare gente sconosciuta in uno studio signorile del centro.

E aveva ascoltato, promesso, stretto le mani.

Ma non aveva viaggiato.

Non ricordava aerei, macchine, autobus, risciò in quel sogno.

Ma aveva sentito gli odori.

Le parole.

Il senso di vuoto infinito che una morte poteva provocare.

Ma come poteva essere?

Cercò di fare mente locale per ricordare più cose possibili.

Le parole di quell’uomo che impartiva indicazioni.

Il suo italiano non era più quello dei tempi in cui era venuto a studiare in Italia.

E c’erano parole dal significato sconosciuto, dimenticato.

Chiuse gli occhi.

“Io, Tom, prometto solennemente che quando tornerò a casa e troverò la mia scatola del colore che mi piace tanto, la aprirò, ne guarderò il contenuto, deciderò cosa farne e mai in assoluto ne rivelerò la provenienza.
Prometto poi che non parlerò di questo con le persone che oggi sono qui.
Prometto che quello che avrò in dono da questa giornata resterà fatto mio che non sarà condiviso con nessuno.”

Aveva pronunciato esattamente quelle parole.

Come un pappagallo.

Anche se non aveva capito bene il significato di fatto mio.

E lo aveva chiesto al tipo vicino a lui.

Quello un po’ arrogante.

“Che te devi fa li cazzi tua e nun lo devi dì a nessuno!”

Si doveva essere un segreto.

Ma se avesse rivelato di quel sogno gli avrebbero sicuramente tolto la custodia di quei bimbi e lo avrebbero rinchiuso in un manicomio dell’Uttar Pradesh.

Riaprì gli occhi.

Il computer si spense.

Aveva dimenticato di accendere la batteria di riserva.

Da quelle parti la corrente va e viene.

I primi ragazzini cominciarono a mettere piede sulla terra e a vociare.

“Namaste namaste”

Era arrivato il postino.

Era incazzato.

Quella mattina doveva recapitare una pesantissima scatola.

Tom si alzò di scatto.

Tarantolato.

Corse fuori.

Vide arrivare il postino sulla sua moto sgarrupata.

Era in equilibrio precario per via di quella scatola.

Una scatola arancione.

Gli corse incontro.

La prese senza aspettare.

Il postino perse il contatto di tutte le lettere, che caddero sul terreno arido.

Tom corse nel suo ufficio.

Chiuse bene a chiave.

Era sudatissimo.

Accese il ventilatore a pale.

E in un tripudio di fogli svolazzanti distrusse quell’involucro.

C’erano 4 piccole scatolette.

Su una c’era scritto non aprire.

E una lettera.

“Caro Tom,
sono certo che hai ricevuto questa scatola.
E ne sono certo altrimenti ora non staresti leggendo.
Si fa presto ad esser profeti, visto?
Io spero che tutti i bambini stiano bene.
Lo spero di cuore.
E spero che stiano bene soprattutto quelli che stanno scoprendo lentamente di essere soli.
Quelli che hanno subito violenze.
Quelli che hanno addosso il peso della colpa di esistere.
A volte, quando ne hai troppe sotto mano di queste storie, il rischio è quello di non fare la dovuta attenzione al singolo.
A volte il rischio è quello di rendere la violenza subita ancora più grande.
Io ci sono stato là.
Quattro volte.
Sono stato con loro.
Alcuni li ho visti arrivare.
Ho visto una di loro sposarsi.
Ma non sono mai riuscito a farmi fregare dai loro sorrisi.
Era troppo forte l’attrazione per i loro occhi.
E dentro a quegli occhi ho sempre trovato la mancanza di qualcosa.
Che io non potevo dargli.
Che tu non puoi dargli.
E che, prima o poi capiranno, non avranno mai.
Molte volte ti ho chiesto la storia di ognuno di loro.
Molte volte mi sono incazzato con te perché non la conoscevi.
A volte penso che sia stato un grande errore venire là.
E tornarci ancora
E ancora.
Io prima di conoscervi vivevo come si vive ogni giorno in un paese occidentale.
Coi propri problemi, chi non li ha?
Con le proprie gioie, le proprie noie, le proprie inquietudini.
Dopo ogni cosa ha preso dimensioni enormi.
Laceranti.
Ok Tom.
Hai trovato quattro scatolette.
Una è per te. C’è scritto Tom sotto.
E’ l’unica che puoi aprire subito.
Una per le ragazze. C’è scritto girls sotto.
Una per i ragazzi. C’è scritto boys sotto.
L’ultima sono io.
Ti ricordi?
Te lo avevo promesso in fondo.
Ti avevo promesso che sarei tornato.
E ti avevo promesso che avremmo sistemato questo posto.
E tu mi avevi promesso che mi avresti portato a Varanasi prima o poi.
Ti tocca Tom.
Portami a Varanasi e poi apri quella scatola e lasciami là.
Ti voglio bene”
G.

Aveva in mano tre scatole piene di soldi e una piena di lacrime.

Avrebbe rimesso a posto quel luogo.

Rimosso l’amianto.

Rifatto i tetti.

Ma prima doveva mantenere una promessa.

Andare a Varanasi.

E pensare che era solo un sogno...

I bambini reclamavano la sua presenza.

Erano già pronti per andare a scuola.

Baba vagava imprecando.

E il monsone sembrava pronto a farsi largo impetuoso e benefico.

Ogni cosa sembrava davvero essere tornata alla straordinaria normalità di quei luoghi.

Quella normalità che quel suo strano amico venuto dall’ovest amava più di se stesso.

Era come se in quel posto ci fosse nato e cresciuto.

Era come se la sua vita non avesse mai avuto nulla da invidiare alla vita di quei bambini.

Chissà cosa era successo a lui?

Per aria The toughts of Mary Jane – Nick Drake

10. Simona. La scatola turchese 


Quella sera non sapevo proprio come fare.

Rivolsi un grido nell’aria.

E lo feci sperando che proprio lei lo accogliesse.

Cominciò a parlarmi di un colore che avrebbe lentamente pervaso il mio corpo fino a.

Era certa che mi avrebbe fatto bene.

Ma sapeva benissimo che non era quel colore che dopo avermi avvolto mi avrebbe rinfrescato l’anima.

E non ebbe alcun tentennamento quando quel colore lo rifiutai perché mi dava ricordi dolorosi.

Lo rese semplicemente più pallido e più luminoso.

Io mi lasciai convincere.

Nessun altro al mondo avrebbe potuto.

Perché nessun altro in quel momento poteva capire esattamente cosa si prova quando.

Lei si.

Lei conosceva la sensazione e il palliativo.

Un palliativo talmente dolce da renderti docile ad assumerlo.

Un palliativo replicabile anche quando alle tue grida ogni essere e cosa restano sordi.

- - -

Simona non era il tipo che andava a cercare le persone.

E non era neanche il tipo che si faceva trovare.

Lei c’era.

Sempre e comunque se le andava di esserci.

Se il suo esserci era sentito dentro.

Mai per interesse.

Mai per mera ipocrisia.

Simona non era il tipo facile da comprendere.

Forse anche perché incompresa a se stessa.

E troppo selvatica per condurla nei discorsi che non la prendevano intensamente.

Ma se c’era era con tutta se stessa.

E bastava un istante per sentirsi invasi dalla sua essenza.

Simona era un puntino nel mondo.

Simona era il mondo intero.

E quella sera, proprio quella sera, la stessa sera Simona seppe.

E fu un attimo pensare a quel colore che aveva inventato seduta stante per dare un po’ di pace a un’anima che sentiva affine, malata di una malattia affine, persa in maniera affine, ma talmente diversa dalla sua che per guardarla un attimo avrebbe dovuto girare su se stessa.

Simona quella sera fu invasa da una notizia di morte.

Di una morte provocata.

Di una morta provocata per mano propria.

Simona quella sera non pensò ad altro che al suo colore che partiva dai piedi per arrivare alla vita e al colore di quell’amico appena scomparso, che partiva dal capo per mescolarsi al suo.

Nessuna altra reazione.

Nessun pianto.

Nessun dolore.

- - -

Aveva la faccia di una che non sa stare in un posto per imposizione.

Era costretta.

Incazzata.

Lo riteneva il peggior vigliacco mai incontrato.

Ma non poteva dirglielo.

Non poteva neanche avvolgerlo in una cappa di silenzio.

Per come era fatta avrebbe tranquillamente fatto a meno di andare a vedere cosa cazzo doveva dirle quel notaio.

Ma sentiva che era un anello in una catena che in qualche modo la coinvolgeva e che non poteva lasciare all'oblìo del niente.

Sentiva una mano alla gola che stringeva e che le dava più noia che dolore.

Non disse una parola.

Fu l’unica che fece leggere al notaio quella promessa così stupida da farle venir voglia di uccidere tutti, limitandosi a fare ok con le un movimento dell'occhio sinistro.

Si alzò.

E andò via scavallando le gambe dove erano finiti  gli occhi di un testa di cazzo che fulminò senza neanche guardarlo.

Era bellissima Simona.

E quando era incazzata lo era ancora di più.

Con quel fascino di inaccessibilità tanto caro agli impotenti.

Ed in effetti quel tipo mi sa che un po’ impotente era.

- - -

Era a Roma

Poteva starci un po’ se avesse voluto.

Ma non ne aveva voglia.

Tornò alla sua isola immediatamente.

E ci tornò con la noncuranza tipica di chi non si aspetta mai nulla e malgrado quella scatola la stesse aspettando a casa.

Quando la guardò fece la faccia schifata.

E aspettò un paio di giorni prima di aprirla.

Un paio di giorni che passo nel silenzio e da sola.

Non certo per lutto.

Non sapremo mai perché in effetti.

Non sapremo mai nulla se non sarà lei a dirlo.

E non potremo neanche immaginarlo per scriverlo in un romanzo dove chi scrive tutto può.

Lei è mistero.

E forse, se proprio vogliamo avventurarci in una spiegazione, le dava noia di starsene di fronte ad una scatola turchese che era mistero essa stessa.

“Sai che sei bella?”

“Si sono un capolavoro!”

Finalmente sorrise.

E decise che era quello il momento per fare i conti con quel coglione.

“Avanti stronzo! Che regalo mi hai fatto?”

La scatola era aperta finalmente.

Simona scoppiò in una risata incontenibile.

Quel testa di cazzo le aveva regalato una pistola.

E un biglietto che...

“Ti aspetto splendore...”

- - -

Era stata la scatola più difficile da riempire.

Poi fu illuminato.

Quando la chiuse ebbe la certezza di averla salvata.


“Annaspando ma in qualche modo ancora vivo
Questo è l’ultimo fiero atto di tutto quel che sono
Annaspando, morendo ma in qualche modo ancora vivo
Questo è l’atto finale di tutto ciò che sono
Please keep me in mind”

Per aria Well I wonder – The Smiths


 Il notaio Gennini. L'ultima scatola, la scatola nera


“Mi sembra di conoscerla da anni”

“Beh, in effetti si”

“Ma noi non ci siamo mai conosciuti, ne sono certo”

“E’ vero!”

Guardava quegli occhi spiritati.

Aveva paura.

Ma, in fondo, era il suo lavoro.

Tante volte erano capitate persone molto giovani rispetto all’età media di morte nel suo studio notarile per depositare le proprie disposizioni testamentarie.

Spesso erano dei pazzi scatenati in preda a strane ansie e a paure all’apparenza ingiustificate.

Ma lui era diverso.

Non parlava di morte.

Lo scrutava, infilava in maniera investigativa gli occhi nei suoi.

Faceva strane domande.

“Lei cosa ne pensa delle affinità tra persone tra loro sconosciute, signor notaio?”

“Penso che siamo talmente tanti in questo mondo che il creatore abbia dovuto fare qualche doppione”

“Mi spiego meglio. Cosa ne pensa quando le attribuiscono affinità con persone che oggettivamente sono lontane e diversissime da lei?”

“Non so cosa dire. Forse è solo un modo per non perdere tempo per capire l’altro. E allora si usa il lavoro già fatto in passato”

Ma cosa voleva?

Dove voleva arrivare?

E soprattutto a chi pensava mentre parlava con lui.

La sensazione che avesse trasposto un’altra persona alla sua figura era fortissima.

La sensazione che volesse mettere tra le sue mani un mistero era terrorizzante.

Ma sapeva mantenere l’aplomb tipico di chi un giorno si era trovato tra le mani un gratta e vinci da riscuotere di una cifra pazzesca.

“La vedo turbato”

Appunto.

“Ma veniamo a noi. Vedo che non ha portato nulla con se”

“Dovevo capire se fosse lei la persona giusta”

“E...?”

Quanto voleva perdere quel lavoro.

Era la cosa che desiderava di più in quel momento.

“Lei lo è!”

Appunto.

“Ha già preparato qualcosa?”

“Lo sto facendo. Mi ci vuole un po’ di tempo ancora. Lei deve solo seguire le mie indicazioni alla lettera. Non farò problemi di pagamenti. In fondo si muore una volta sola, no?”

“Depositare un atto testamentario non richiede indicazioni particolari”

“Io parlo delle indicazioni da seguire dopo che io sarò andato altrove”

“Beh io ho almeno quindici anni più di lei, credo che dovremo passarle a qualche collega un po’ più giovane, non trova?”

“Prendiamo un appuntamento tra un mese circa?”

“Per questo può rivolgersi, quando esce, alla segretaria”

Non vedeva l’ora di vederlo fuori da quella porta.

Non vedeva l’ora che passasse in fretta quel mese per rivederlo e capire meglio cosa avesse in testa.

“Lei ha paura di me?”

“Ma no... Ma cosa dice?”

“Sensazioni...”

“Assolutamente no, ma capisce anche lei che...”

“Non pronunzi la parola strano. Mi dà l’orticaria!”

Aveva sbarrato gli occhi.

Era come se non avesse più lui davanti, ma un altro.

“Mi spiego meglio. Cosa ne pensa quando le attribuiscono affinità con persone che oggettivamente sono lontane e diversissime da lei?”

Adesso aveva capito un po’ meglio il senso di quella domanda.

Si sentiva come posseduto da qualcuno che aveva influito in maniera pesante nella vita di quel povero cristo.

“Le chiedo scusa, signor notaio, ho avuto un momento di... chissà cosa?

“Non si preoccupi”

“Spero che questo non pregiudichi il nostro lavoro”

“Non si preoccupi”

Voglia di mandarlo a quel paese/Voglia di non perderlo.

“Allora vado. Segretaria. Appuntamento. A presto!”

Lo salutò con un gesto della mano.

Un cataclisma aveva attraversato il suo corpo.

Lo seguì con lo sguardo mentre si avvicinava alla porta della segreteria del suo studio.

E lo vide andar via mentre salutava Grazia.

“Dica al signor notaio che ha una segreteria bellissima!”

Sorrise.

Probabilmente era la prima volta in vita sua che Grazia riceveva un complimento.

Era stata messa là da sua moglie che la scelse soprattutto perché era una racchia.

“Ok è pazzo!”

 “Non avvicinarti di più o dovrò andarmene
Certi posti mi attraggono come la gravità”

Tornò esattamente un mese dopo.

Alla stessa ora.

Varcò l’enorme portone.

Diede un’occhiata alla cassette della posta.

Sorrise guardando quella fila di scatole chiuse a chiave che era stata il suo appuntamento fisso di un tempo, come si sorride a un bambino col muso.

Fece quelle scale con gli occhi lucidi.

Arrivò davanti alla porta di quello che sarebbe stato il deposito virtuale delle sue emozioni.

Tirò su col naso una boccata di ossigeno capace di spegnere per un istante il vuoto alla bocca della stomaco.

Suonò il campanello.

La signorina Grazia aprì.

Era tutta in tiro.

Un sorriso enorme lo accolse.

La guardò e...

“Il notaio ha un cliente. C’è da attendere un po’. Le preparo un caffè?”

Dinoccolò il capo come fanno gli indiani.

Quello strano movimento della testa che sembra un no fece spegnere il sorriso di Grazia.

“Certo! Grazie!”

Poggiò la cartellina con tutte le carte, diede un colpetto sulla schiena di Grazia e...

“Corto e senza zucchero per favore!”

“Ma lei è magrissimo!”

“Si ma a me il caffè dolce non piace proprio.”

Prese quel caffè.

Non era buono.

Sapeva di bruciato.

E il suo stomaco era un crampo completo.

Da troppi giorni non mangiava.

Da troppo tempo caffè e sigarette erano il suo unico nutrimento.

“Non è un granché vero?”

Aveva dimenticato che si trovasse di fronte a una persona che lo guardava come fosse un divo del cinema.

“No, no Grazia, è buonissimo. Si sente che l’ha fatto con amore.”

“Davvero?”

“Ma c’è ancora da aspettare tanto?”

Non vedeva l’ora di mollare tutto e di firmare con autentica notarile.

“Speriamo...”

Grazia era ormai su un altro pianeta.

Non capiva che stava invaghendosi delle gentilezze di un pazzo.

Non capiva che era l’ultima volta che l’avrebbe visto.

Non capiva che...

“Grazia fai entrare!”

“Si signor notaio!”

Non capiva che quel momento era finito.

Entrò in quella stanza enorme.

Una biblioteca intorno a un tavolo con venti sedie.

Un blocco di fogli uso bollo.

Due penne.

Un uomo seduto che faceva finta di niente.

“Buonasera signor notaio”

“Si accomodi”

- - -

Aveva più o meno sedici anni.

Era poco più che uno di quei casinari che i buoni samaritani cercano per sentirsi migliori.

Non studiava.

Non tornava a casa se non era sicuro che tutti dormissero.

Non amava le domande.

Sentiva di avere un vuoto incolmabile nel cuore.

Era la preda perfetta per un prete, un truffatore, uno psicologo alle prime armi.

Fu così che su un autobus incontrò una persona che avrebbe segnato la sua vita.

Lo avrebbe fatto sentire al sicuro.

Lo avrebbe spronato a trovare la sua strada.

Lo avrebbe portato verso la propria realizzazione di uomo.

Insomma lo avrebbe condizionato al punto di plasmarlo a suo piacimento.

Portandolo alle stelle quando era docile.

Gettandolo in un baratro quando si ribellava.

Quella persona aveva il nero dentro.

Quella persona somigliava terribilmente a quel notaio che aveva incontrato anni prima in quello stesso palazzo quando fu gettato giù per le scale da un energumeno.

Quella persona aveva lo stesso sguardo, le stesse movenze, lo stesso dopobarba di quel notaio che aveva scelto come fosse l’unico notaio al mondo.

- - -

“Ho portato tutto signor Notaio”

“Bene. Vediamo.”

“No guardi, è tutto sigillato. Questa roba può essere aperta solo quando io non sarò più su questa terra”

“Beh tra cent’anni almeno”

“Sarà quando sarà”

“Allora basta qualche firmettina, poi metto tutto in cassaforte”

“Perfetto. Solo una cosa”

“Mi dica”

“Il suo onorario è chiuso in queste cose, non ho nulla da darle ora”

“Tranquillo le spese della pratica sono irrisorie, però deve fare una cosa”

Sogghignò.

“Mi dica”

“Deve portare la mia segretaria a cena fuori una sera di queste”

Ecco.

Era come quella persona.

Un manipolatore.

Un costruttore di sogni irrealizzabili.

Ma sorridendo lo assecondò.

“Ok quando esco le dò un appuntamento”

Scoppiò a ridere.

Sembrava gli stesse montando una botta di asma.

Quella stessa risata.

Quello stesso confine tra lo spruzzare una vampata di Ventolin o smettere di ridere.

Smise di ridere perché lo vide mettersi in piedi.

Mollò la presa da quella salvezza in spray che teneva in tasca.

“La saluto”

“In bocca al lupo”

Uscì dalla stanza.

Grazia si alzò come colta dal morso di una tarantola.

Ma non fece in tempo.

Vide solo la porta chiudersi.

Sentì solo lo spostamento d’aria.

Un fulmine.

Senza tuono.

Il notaio, uscito dalla sua stanza per godersi la scena, deluso la guardò, allargò le braccia e se ne tornò tra le sue scartoffie.

- - -

Scese le scale senza guardare nulla.

Passò davanti alle cassette della posta come se non ci fossero.

Varcò il portone come un fantasma.

Si immerse nel traffico di Roma a piedi.

Camminò per ore, fino a notte.

Fino a sfiancarsi.

Si sedette a terra vicino al binario 3 della stazione Termini.

Passò lì la notte ripercorrendo gli istanti distruttivi, uno per uno, che quella persona così simile al notaio Gennini gli aveva imposto.

In silenzio.

Intercalando di tanto in tanto “A fin di bene”.

Sonnecchiando.

Sognando.

E con quel vuoto alla bocca dello stomaco.

Mortacci sua!

“Lascia che mi occupi io di trovare un mio modo di essere
Considerami un satellite, in orbita per sempre
Conoscevo tutte le regole, ma le regole non conoscevano me
Garantito”



Quando anche l’ultimo beneficiario di quel testamento lasciò il suo studio il notaio Gennini cominciò a sentire addosso una strana palpitazione.

Era forse giunto il momento in cui avrebbe capito quale forza misteriosa avesse spinto quel pazzo scatenato verso di lui.

E, chissà?, forse anche le motivazioni che lo avevano portato a togliersi la vita.

Il dubbio lancinante era se avesse avuto gli strumenti per salvarlo.

Ammesso che di salvezza si trattasse.

Era ormai sin troppo chiaro che lo avesse preso a copia esattissima della persona che aveva compromesso ogni suo modo di pensare, di agire, di sperare.

Ma perché?

E chi era questo misteriosissimo tizio.

Sperava ardentemente che la risposta fosse dentro quella scatola che ormai sicuramente lo stava aspettando a casa.

Sperava che qualunque cosa fosse non lo avrebbe turbato per l’eternità.

Ma soprattutto sperava che avrebbe trovato il modo per scaricare sul vero “colpevole” ogni responsabilità morale di quanto era successo.

Chiuse ogni pratica avesse davanti.

Fece partire la segreteria telefonica del suo cellulare.

“Ciao Franco, sono Mary, volevo ricordarti l’appuntamento di stasera con l’avvocato Neri. Ci vediamo alle 21.00 al solito ristorante.”

“Notaio, sono molto preoccupata. La banca non mi ha ancora dato risposte per il mutuo. I tempi stringono. Non è che farebbe una telefonata lei per sincerarsi che non facciano scherzi? Grazie di cuore Luciana Marchetti.”

“Papà. Ricordati di quella cosa. Non fare come al solito.”

“Ah papà. Hanno portato un pacco nero come la pece. Non sarà mica una bomba?”

Una bomba.

Forse sua figlia aveva trovato la parola giusta.

In effetti si sentiva come uno che aveva ricevuto tra le mani una bomba già innescata che avrebbe dovuto passare più velocemente possibile in altre mani prima di rimanerci secco.

Ma altri messaggi davano voce alla segreteria telefonica.

Quasi tutti di lavoro.

Tranne uno.

L’ultimo.

“Gentilissimo notaio Gennini. Ho saputo poco fa da un mio amico che lei ha presenziato alla lettura di un testamento. Ho assoluta necessità di parlarle. So che la persona che mi ha parlato non avrebbe dovuto dire nulla. Ma l’ha fatto e questo è per me un segno importante. La prego di richiamarmi al più presto al numero 065xxxxxxx1.”

Sorrise isterico.

E dentro di sé e con un filo di voce “Povero ragazzo, che amici schifosi che aveva”.

Decise che era il momento di tornare a casa a fare i conti con la realtà e con quella scatola nera che avrebbe in qualche modo influenzato i suoi giorni a venire.

“Grazia!! Io devo andare!!”

“Ma notaio. Ha delle persone che la stanno aspettando in sala d’attesa. Per favore le riceva.”

“Inventa qualcosa. Non posso proprio ora.”

“Ma notaio...”

La guardò con astio.

Lei capì che non c’era proprio nulla da fare.

Prese la ventiquattr’ore.

Con un dito poggio lo spolverino sulle spalle.

Aprì la porta del suo studio e scese lentamente le scale.

Guardò la cassetta delle lettere.

C’era una strana busta blu nella penultima in alto.

Gli ricordò il giorno in cui era andato a vedere quell’appartamento che sarebbe diventato il suo studio.

E quel ragazzo che infilava una busta blu proprio in quella cassetta.

“Cazzo! Era lui!”

Ecco dove l’aveva già visto.

Nel suo passato dimenticato.

Quel passato col quale non hai preso contatto mai perché passava per caso nella tua vita.

Ma che forse tanto per caso non era.

Si sforzò.

Cercò di portare alla mente quei giorni.

Erano i giorni in cui era morta la ragazza del sesto piano.

I giorni in cui una strano personaggio vestito di nero andava a.

“Che cazzo veniva a fare quello?”

Non era semplice.

Non poteva ricordare.

Era troppo preso da quell’affare.

Troppo preso a costruire il suo futuro.

E poi che colpa avrebbe mai potuto avere lui se un ragazzetto triste metteva lettere blu in una cassetta delle poste, se un uomo vestito di nero faceva avanti e indietro sulle scale e se una ragazza moriva per colpa di un cancro?

Ma ormai mancava poco.

Dentro quella scatola nera come la pece avrebbe trovato la risposta.

Ma prima doveva comprare il regalo di compleanno per sua moglie.

Più per far contenta sua figlia che per effettivo piacere personale.

Cosa gli avrebbe riservato la vita?

“Maledizione!”


Epilogo

Un numero di telefono che avrebbe dovuto chiamare.

Non per cortesia.

Né tantomeno per curiosità.

Era necessità.

Una scatola nera come la pece davanti ai suoi occhi che avrebbe dovuto aprire.

Era bloccato.

Paralizzato.

Lui non sapeva assolutamente cosa fare prima.

Era come se una strana voce proveniente dal nulla gli stesse sussurrando che il contenuto di quella scatola non fosse diretto a lui.

Ma che era stato prescelto per uno scherzo del destino a fare da tramite.

Si sentiva come la mela del paradiso terrestre.

Nell’esatto centro tra il bene e il male.

Punto di raccordo.

Si sentiva dispensatore di una vendetta.

Si sentiva sporco.

E aveva moti di angoscia che gli impedivano anche di respirare.

E l’unico pensiero costante era quello che avrebbe preferito morire.

Un numero di telefono.

Una scatola nera.

E un pacchetto che conteneva un regalo fatto in fretta per il compleanno di sua moglie che era in cucina a prepararsi la festa.

Squillò il telefono come il gong a un pugile che ne stava prendendo troppe per non finire esausto al tappeto.

Rispose immediatamente.

“Papà. Ti sei ricordato?”

“Certo tesoro...”

“Ma cosa hai? Hai una voce terrificante.”

“Sono un po’ stanco. Credo di avere qualche linea di febbre. Ma tu? Dove sei tu?”

“Non posso dirtelo ora. Ma torno un po’ più tardi. Cerca di perdere un po’ di tempo con mamma. Ho preparato un aperitivo. E’ in frigo. E ci sono i pistacchi nella dispensa. A mamma piacciono molto. Appena posso arrivo.”

“Mi spieghi? Dove sei?”

“Papà. Ti prego ora no. Hai aperto la scatola?”

“No non ancora.”

“Hai chiamato quel numero?”

“Cosa???”

“...”

“Cosa ne sai tu di quel numero?”

“...”

“Ehy” Cazzo dimmi cosa sta succedendo!”

“Non posso. Papà ti prego. Ora non posso!”

“Non farò nulla fin quando non mi spiegherai!”

“Ti prego...”

“Torna subito a casa!”

“Papà ricordi quella ragazza del sesto piano che morì quando io ero piccola?”

“Certo che la ricordo... E... E... Cazzo io non ci sto capendo più nulla!”

“L’hai vista vero?”

“...”

“E quel tipo strano sempre vestito di nero? Lo ricordi?”

“Si... Lo conosci?”

“...”

“Lo conosci?”

“...”

“E’ il tipo che mi ha scritto per farsi telefonare vero?”

“Si papà...”

“Lo conosci?”

“Sto per vederlo”

“Cosa vuole?”

“Lo conosco da anni. E’ lui che mi ha fatto scegliere di studiare lettere invece che legge. E’ lui che mi ha convinto a non sposare Giacomo. E’ lui che...”

“Oh cazzo. Dimmi dove sei. Subito!”

“Chiamalo ora. Prima che io lo veda. Ti prego. Ho paura”

“Pronto... Pronto! Cazzo! Pronto!”

Aveva riappeso.

Era assolutamente perso.

Ma prese quel foglietto dalla tasca della giacca e cominciò a comporre quel numero.

Sudava.

Aveva le mani che tremavano.

Gli occhi di sua figlia.

Gli occhi di Giulia.

Gli occhi di un miliardo di persone nella mente.

Sbagliò.

Tornò indietro col cursore.

Ricompose.

Invio.

Alcuni squilli interminabili.

“Si, pronto?”

“Sono il notaio Gennini!”

“Quella scatola è per me. Sua figlia è fuori dalla porta del mio ufficio. Mi farò accompagnare a casa sua e verrò a prenderla”

“Ma lei chi è?”

“Sono il padre spirituale di sua figlia. Lo ero di Giulia e di quel cretino che è venuto a fare testamento da lei”

“Lei ha distrutto la vita e i sogni di mia figlia. Lo sa?”

“Piuttosto dica che l’ho salvata...”

“Lei è un farabutto. La aspetto con la pistola sulla scrivania!”

Attaccò.

Strozzò un urlo in gola.

E con tutta la rabbia che aveva in corpo colpì la scatola con un cazzottone.

Dal buco che si aprì ai suoi sensi si sprigionò un odore nauseabondo.

L’ultima cosa che sentì fu il suono del citofono.

Aveva distrutto l'ampolla con su scritto "per don Graziano – aprire senza la presenza di testimoni".

Non ebbe il tempo di capire cosa stava succedendo.

Quel gas lo uccise prima che la porta della sua stanza si dichiuse.

La moglie, la figlia e quel farabutto lo trovarono riverso sul pavimento.

Tossirono un po’.

Aprirono una finestra.

Don Graziano impartì l’estrema unzione.

L’aveva scampata.

Sorrideva dentro.

Si avviliva fuori.

Abbracciò quelle due donne.

“Era impazzito. Povero ragazzo”

Avrebbe continuato a cambiare il destino delle persone che sarebbero venute a contatto col suo carisma maledetto.

Lo avrebbe fatto “a fin di bene”.

Sempre.

FINE

2 commenti:

  1. è tremendo
    non c'è speranza per nessuno...
    addio giuseppe

    RispondiElimina
    Risposte
    1. non voglio deludere più nulla e nessuno...
      non spero per non deludere neanche la speranza...

      Elimina

il tuo commento è molto più importante di quello che hai appena letto