lunedì 22 giugno 2015

Non ci era mai riuscito


Non aveva mai capito bene la differenza tra il fare cose buone e il fare cose cattive.

Il suo era un agire al momento.

A sensazione.

No.

Non era un impulsivo.

Anzi.

Era spesso anche troppo attendista.

Ma faceva le cose senza pensare alle conseguenze.

Le faceva per puro bisogno.

E agiva solo e soltanto quando la necessità di soddisfare quel bisogno diventava impossibile da contenere.

Il suo problema era il dopo.

Capire se soddisfare i suoi bisogni fosse male per gli altri intorno.

O meglio.

Capire se il male che veniva dopo fosse stato causato esclusivamente dal suo muovere.

O se sarebbe venuto lo stesso.

O se fosse stato messo al mondo per essere maledizione per chiunque.

Non solo per se stesso.

Cosa, questa, alla quale aveva ormai ceduto, mettendo a tacere ogni senso di ribellione all’ingiustizia che il destino aveva spennellato per lui.

Tante volte aveva pensato di smettere di fare qualunque cosa.

Di non pensare al passo dopo.

Di fermarsi, insomma.

Non ci era mai riuscito.

E allora tirava sempre più in alto l’asticella della sopportazione del dolore.

Avrebbe impiegato più tempo per soddisfare il suo bisogno di fare.

Avrebbe fatto meno cose in quel tempo che gli restava da vivere.

Tante volte aveva pensato che l’unico modo per smettere era quella di non esserci più.

Ma intanto mentre la parte distruttiva della sua anima si sfiancava di pippe mentali, quella costruttiva metteva su imprese memorabili.

Mentre il suo di dentro era disprezzato da chi si avvicinava troppo a lui, il suo di fuori conquistava stima, rispetto e affetto.

La forbice tra l’essere e il non esistere si allargava a dismisura.

L’elastico che teneva insieme il tutto era tirato al massimo.

Cosa sarebbe successo dopo?

Chi poteva saperlo?

Chi poteva aiutarlo a capire se era incubo o sogno?

Ipocrisia o realtà.

Bianco o nero?

Vita o morte?

Chi poteva, visto che lui stesso aveva ceduto, fargli capire che nel mezzo ci sono scale infinite di grigi.

Che non vedeva.

Che non vedeva più.

Che forse non aveva mai visto.

Nel frattempo andava.

Rincorrendo o aspettando il costante fluire del tempo.

Sfiancato sempre.

E guardando negli occhi chiunque, sperando di non veder ricambiato lo sguardo.

Sperando si salvassero da lui.

“Che cazzo guardi?”

“No, niente, scusami. Ti vedevo sereno e mi chiedevo come ci si sente senza quel dolore tremendo e atroce sulla bocca della stomaco”

Lo guardò come si guarda un pazzo.

Non rispose.

Si voltò e andò via.

Era salvo.

Almeno lui era salvo.

Sorrise.

E toccandosi il punto preciso che lo avrebbe tolto dal mondo decise di prendersi un giorno di libertà.

Altrove.

Nei pensieri di chi non c’era più.

A guardare il mondo da lontano.

“Che bello che è senza di me...”
  
“But I'm a creep, I'm a weirdo
What the hell am I doing here?
I don't belong here
I don't belong here”


Per aria Creep - Radiohead

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