giovedì 9 aprile 2015

Simona. La scatola turchese

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)
  15. Tom. La scatola arancione (seconda parte)
  16. Tom. La scatola arancione (terza e ultima parte)

Simona. La scatola turchese 






Quella sera non sapevo proprio come fare.

Rivolsi un grido nell’aria.

E lo feci sperando che proprio lei lo accogliesse.

Cominciò a parlarmi di un colore che avrebbe lentamente pervaso il mio corpo fino a.

Era certa che mi avrebbe fatto bene.

Ma sapeva benissimo che non era quel colore che dopo avermi avvolto mi avrebbe rinfrescato l’anima.

E non ebbe alcun tentennamento quando quel colore lo rifiutai perché mi dava ricordi dolorosi.

Lo rese semplicemente più pallido e più luminoso.

Io mi lasciai convincere.

Nessun altro al mondo avrebbe potuto.

Perché nessun altro in quel momento poteva capire esattamente cosa si prova quando.

Lei si.

Lei conosceva la sensazione e il palliativo.

Un palliativo talmente dolce da renderti docile ad assumerlo.

Un palliativo replicabile anche quando alle tue grida ogni essere e cosa restano sordi.

- - -

Simona non era il tipo che andava a cercare le persone.

E non era neanche il tipo che si faceva trovare.

Lei c’era.

Sempre e comunque se le andava di esserci.

Se il suo esserci era sentito dentro.

Mai per interesse.

Mai per mera ipocrisia.

Simona non era il tipo facile da comprendere.

Forse anche perché incompresa a se stessa.

E troppo selvatica per condurla nei discorsi che non la prendevano intensamente.

Ma se c’era era con tutta se stessa.

E bastava un istante per sentirsi invasi dalla sua essenza.

Simona era un puntino nel mondo.

Simona era il mondo intero.

E quella sera, proprio quella sera, la stessa sera Simona seppe.

E fu un attimo pensare a quel colore che aveva inventato seduta stante per dare un po’ di pace a un’anima che sentiva affine, malata di una malattia affine, persa in maniera affine, ma talmente diversa dalla sua che per guardarla un attimo avrebbe dovuto girare su se stessa.

Simona quella sera fu invasa da una notizia di morte.

Di una morte provocata.

Di una morta provocata per mano propria.

Simona quella sera non pensò ad altro che al suo colore che partiva dai piedi per arrivare alla vita e al colore di quell’amico appena scomparso, che partiva dal capo per mescolarsi al suo.

Nessuna altra reazione.

Nessun pianto.

Nessun dolore.

- - -

Aveva la faccia di una che non sa stare in un posto per imposizione.

Era costretta.

Incazzata.

Lo riteneva il peggior vigliacco mai incontrato.

Ma non poteva dirglielo.

Non poteva neanche avvolgerlo in una cappa di silenzio.

Per come era fatta avrebbe tranquillamente fatto a meno di andare a vedere cosa cazzo doveva dirle quel notaio.

Ma sentiva che era un anello in una catena che in qualche modo la coinvolgeva e che non poteva lasciare all'oblìo del niente.

Sentiva una mano alla gola che stringeva e che le dava più noia che dolore.

Non disse una parola.

Fu l’unica che fece leggere al notaio quella promessa così stupida da farle venir voglia di uccidere tutti, limitandosi a fare ok con le un movimento dell'occhio sinistro.

Si alzò.

E andò via scavallando le gambe dove erano finiti  gli occhi di un testa di cazzo che fulminò senza neanche guardarlo.

Era bellissima Simona.

E quando era incazzata lo era ancora di più.

Con quel fascino di inaccessibilità tanto caro agli impotenti.

Ed in effetti quel tipo mi sa che un po’ impotente era.

- - -

Era a Roma

Poteva starci un po’ se avesse voluto.

Ma non ne aveva voglia.

Tornò alla sua isola immediatamente.

E ci tornò con la noncuranza tipica di chi non si aspetta mai nulla e malgrado quella scatola la stesse aspettando a casa.

Quando la guardò fece la faccia schifata.

E aspettò un paio di giorni prima di aprirla.

Un paio di giorni che passo nel silenzio e da sola.

Non certo per lutto.

Non sapremo mai perché in effetti.

Non sapremo mai nulla se non sarà lei a dirlo.

E non potremo neanche immaginarlo per scriverlo in un romanzo dove chi scrive tutto può.

Lei è mistero.

E forse, se proprio vogliamo avventurarci in una spiegazione, le dava noia di starsene di fronte ad una scatola turchese che era mistero essa stessa.

“Sai che sei bella?”

“Si sono un capolavoro!”

Finalmente sorrise.

E decise che era quello il momento per fare i conti con quel coglione.

“Avanti stronzo! Che regalo mi hai fatto?”

La scatola era aperta finalmente.

Simona scoppiò in una risata incontenibile.

Quel testa di cazzo le aveva regalato una pistola.

E un biglietto che...

“Ti aspetto splendore...”

- - -

Era stata la scatola più difficile da riempire.

Poi fu illuminato.

Quando la chiuse ebbe la certezza di averla salvata.


“Annaspando ma in qualche modo ancora vivo
Questo è l’ultimo fiero atto di tutto quel che sono
Annaspando, morendo ma in qualche modo ancora vivo
Questo è l’atto finale di tutto ciò che sono

Please keep me in mind”

Per aria Well I wonder – The Smiths

2 commenti:

  1. E se vuoi che "una Simona" non faccia una cosa, basterà invitarla a farla :) Il turchese è un colore che adoro, è libero.
    Ciao Giuseppe

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  2. Quanto mi ritrovo in questa Simona! E quanto anche io amo il turchese...

    RispondiElimina

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