lunedì 2 marzo 2015

Tom. La scatola arancione (seconda parte)

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti


  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco
  11. Vita rubina. La preparazione delle scatole
  12. Natalia. La scatola arcobaleno (prima parte)
  13. Natalia. La scatola arcobaleno (seconda parte)
  14. Tom. La scatola arancione (prima parte)

Tom. La scatola arancione (seconda parte)




Il mattino seguente Tom chiamò il suo autista e scese da quella collina in capo al mondo per andare a prendere il suo nuovo amico.

Pochi chilometri senza alcun pezzo liscio e piano, tra piccoli villaggi di povera gente.

Pochi chilometri che un turista in cerca di bellezze esotiche avrebbe potuto fare a piedi ma che, da quelle parti, era meglio non lasciare da solo.

Da quelle parti un viso pallido con i jeans e le Stan Smith ai piedi sarebbe stato assalito.

Ma chi avrebbe convinto il suo panico che si sarebbe trattato di un assalto di curiosi mai abituati a vedere qualcosa di diverso dalle loro quattro facce, dalle loro mucche rinsecchite e dai militanti politici che passavano una volta ogni qualche anno per costringerli a dare il voto ai propri capi in cambio di promesse che non sarebbero mai state mantenute?

Quella strada al termine della discesa a valle sarebbe culminata nel bel mezzo di una cattedrale nel deserto, con strade asfaltate benissimo, caserme e case molto ben curate.

Lo stava aspettando.

Col suo trolley  e con gli occhi abbottati.

Aveva passata la notte a scacciare insetti sconosciuti e ad aprire e chiudere la zanzariera del letto per quegli strani ronzii che lo mandavano in paranoia malarica.

Tutta colpa di quel ragazzetto che la sera prima invece di dargli la buonanotte gli aveva detto “Mosquitos, very dangerous for you!”

Tom scese dalla macchina che entrò nel cortile venendo da sinistra.

Era sbarbato in maniera perfetta, profumato e vestito di un bianco perfettamente opposto al colore della sua pelle scurissima.

“Chalo!”

“Eh?”

“Andiamo andiamo!”

“Ah! Ok” Chalo”

Lo sistemò in macchina.

Davanti.

Al posto in cui era abituato a stare in Italia quando guidava.

Dove in India ci sta il passeggero per intenderci.

Lo fece attendere seduto là per un quarto d’ora.

Il tempo di salutare e prendere strani accordi con gli amici del posto.

“Andiamo a comprare acqua chiusa ok?”

Si sentiva in colpa.

Non aveva mai amato quella sensazione di diversità dalle persone che lo ospitavano.

Ma all’acqua chiusa non avrebbe potuto mai rinunciare.

Con la temperatura oltre i 40 gradi e con il miliardo di batteri a lui sconosciuti nell’acqua che gli indigeni bevevano senza avere ripercussioni apparenti sulla loro cacca.

Arrivarono nel regno di Tom dopo un paio d’ore.

Si ritrovò a girare col direttore di un gigantesco orfanotrofio nel cuore dell’India.

A fare con lui, senza capire una mazza, contrattazioni con chiunque per qualunque cosa.

Vide Tom quasi venire alle mani con molti commercianti per poi abbracciarli.

Aveva la testa completamente ovattata.

Aveva il panico.

Ma la cosa che più lo devastava era togliere scarpe e pedalini in ogni luogo in cui entrava e rimettere tutto appena usciva.

Aveva paura delle malattie, dei respiri della gente, degli sguardi, di qualsiasi cosa che si scontrasse con quell’adagio che nella sua mente si ripeteva in loop all’infinito.

“Ma chi cazzo me l’ha fatto fa?”

“Hai sete? Prendiamo Sprite?”

“Sprite? Qui in India?”

Rise Tom.

Quel termine così odiato in Italia sembrava lo avesse riportato al mondo per un istante.

“O preferisci chai?”

“Acqua Tom, acqua fredda e chiusa!”

Bevve avidamente.

Come quando si beve e per la troppa inclinazione della bottiglia l’acqua fuoriesce dalle estremità della bocca e ti bagna il collo, la maglietta, fino ad arrivare alle Stan Smith.

Quella frescura lo rimise al mondo per un attimo.

Giusto il tempo di vedere capannelli di persone che si erano assembrate per godersi lo spettacolo di un uomo bianco che sembrava un pulcino bagnato e spaurito.

Sorrise per riflesso incondizionato.

“One rupie please!”

Un bambino sporchissimo e secchissimo aveva porto il palmo della mano al cielo e lo guardava implorante.

Cercò nelle tasche.

Non aveva ancora speso una rupia di quelle prese in aeroporto.

Aveva solo pezzi di carta.

Che non valevano un cazzo nel loro valore paragonato a quello occidentale ma che...

Diede al piccoletto il primo che riuscì a srotolare dalla tasca.

Senza pensare.

Cosa vuoi che sia?

Non faceva neanche un euro.

Nel giro di pochi istanti fu circondato da una moltitudine di ragazzini.

Sembrava piazza San Marco quando qualche coglione decide di tirare un po’ di briciole a un piccione.

Tom era di spalle.

Si girò.

Scacciò via tutti.

Lo chiuse in macchina.

E diede ordine all’autista di ripartire.

Fecero assieme quella strada prima bellissima, poi terrificantissima in salita.

Stava per entrare per la prima volta a Shampura.

Stava per prendere tra le mani la cosa più bella che gli sarebbe mai capitata per i suoi anni a venire.

Non lo sapeva ancora.

Come non sapeva per quale cazzo di motivo quella macchina della polizia li stesse seguendo.

Ma non voleva saperlo.

Aveva avuto troppe emozioni.

Era già stanco.

Arrivarono.

La macchina si fermò e, a fianco a loro, si fermò la macchina della polizia.

Scesero tutti.

Il poliziotto salutò Tom in maniera affabile.

Tom non era nervoso.

Uscì un altro poliziotto quasi dal nulla.

E una poliziotta che aveva le braccia occupate.

In quel preciso istante i suoi occhi incrociarono gli occhi nerissimi di Neema.

In quel preciso istante, proprio mentre Shampura, lo accoglieva stava diventando la nuova casa di una bimba orfana o abbandonato o chissà cosa.

Il clamore e l’accoglienza che fecero era uno spettacolo.

Era per entrambi.

Proprio quel giorno dopo pochi minuti tolse le Stan Smith e non le rimise più.

Ogni paura fu scacciata.

Era un indiano.

Un indiano che aveva nelle mente i pensieri più belli del mondo.

Dopo pranzo andò a riposare un po’.

Si ridesto a casa sua.

Sudato e in preda agli incubi.

Con quella scatola arancione tra le braccia.

Da riempire con quello che aveva pensato poteva essere il dono per Tom.

E con il grave dilemma di come fare per portarlo in Italia, dal notaio e farlo ritornare in India ad aprirla.

E farla arrivare in India.

Prese un altro blister.

Lo snocciolò.

Ingollò.

E tornò a sognare.

A fare incubi.

A bestemmiare nel sonno.

“Chi può sapere
Che cosa accade nella sua mente
È venuta da un mondo strano
E lasciare la mente dietro
I suoi sospiri a lungo perduti
E i suoi occhi dai colori vivaci
Raccontare la sua storia al vento”


Per aria The toughts of Mary Jane – Nick Drake

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