lunedì 2 febbraio 2015

Vita rubina. La preparazione delle scatole.

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti



  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.
  10. Riccardo. La scatola indaco

Vita rubina. La preparazione delle scatole






“L'altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca, mi è passata a quattro metri la mia vita
Camminava col bicchiere e un vestito nero
mi ha guardato, ma non mi ha cagato.
La conosco bene, è in collera con me, mi rimprovera le cose che non ho potuto fare”



Era quella la decisione.

Avrebbe fatto di sé quello che avevano fatto di lui nei propri cuori.

Aveva una voglia infinita di abbracciarli.

Di prenderli a schiaffi.

Di parlare con loro.

Ma aveva paura.

Una lancinante paura di tornare a riavere da loro quello che lo aveva ridotto in quello stato.

Ma ora era stufo di provare qualsiasi tipo di sentimento.

Amore.

Odio.

Frustrazione.

Affetto.

Comprensione.

Senso di colpa.

Vittimismo.

In effetti non provava più alcun sentimento.

O meglio.

Provava l’eco di tantissimi sentimenti.

Mescolati assieme in maniera talmente sconclusionata da non riuscire a identificarne il singolo aspetto.

Era confuso.

Assolutamente incapace di ragionare.

Aveva preparato quelle 11 scatole colorate e le guardava.

E vedeva le facce delle persone a cui erano destinate come fossero una faccia sola.

Quella di un mostro.

Un mostro che lo aveva accompagnato fino a quel giorno.

E che ora l’aveva lasciato solo.

Solo a scrivere le sue ultime volontà.

Che poi a chi sarebbero mai interessate?

Se stava là, in quello stato,  a tossire sangue e fiele.

Che poi perché dare quell’ultima soddisfazione a quella vita misera?

Se stava là, in quello stato,  a tossire sangue e fiele.

Magari era solo ricerca di qualche salvifico spunto che aveva perso per strada.

Qualcosa che lo avrebbe riportato a sperare in qualcuno, in qualcosa.

Ma stava là, in quello stato,  a tossire sangue e fiele.

“Mi rimprovera parole che non ho potuto dire, che mi avrebbero cambiato in meglio insieme a lei”

Quella canzone in sottofondo non dava certo scampo alla punizione che aveva scelto per se stesso.

E su quelle "parole che non ho potuto dire" mandò giù l’ennesimo bicchiere di quel nettare alcoolico che non aveva più alcun sapore.

“Le dico ora.

Magari di là avrò uno sconto.

Magari mentre precipito verso la fine sentirò meno dolore.

Magari, forse.”

Parlava da solo.

A cercare consolazione.

Speranza.

Un altro colpo di tosse.

Ancora sangue.

Quel sangue che gli aveva salvato la vita quel giorno.

Che aveva messo in fuga il suo aggressore.

Quel sangue che sarebbe servito per dissociarsi dalla realtà più cruda.

Ma che non serviva più a nulla se non a stare là a fargli compagnia.

“Ho rivisto mio fratello e le sue mani buone, quelle mani adulte che solo io non avrò mai
Ho rivisto quelle città che non mi sono appartenute, i miei anni come ombrelloni chiusi in piena estate
I cavalli, le farfalle e le mie fate diventato un giorno cani a quattro teste
porte chiuse a chiave e finestre galleggiare in un mare di fotografie”

Non aveva vissuto cose solo brutte.

Ma le aveva vissute con il brutto dentro.

Non aveva mai smesso di fidarsi.

Ma le aveva vissute con il brutto dentro.

Non aveva mai smesso di sorridere a chiunque.

Ma le aveva vissute con il brutto dentro.

“Cosa potevo fare?

Cosa?

Per non dover sapere dal primo giorno che anche la cosa più bella sarebbe finita male.

Cosa?

Per non farmi prendere come uno che profetizza il dolore anche mentre fa l’amore.

Cosa?

Per non vederti andar via dando a me le colpe di un mostro che inghiotte?

Cosa?

Per non avere addosso la dote del bugiardo?

La dote del bugiardo.

Che vede scappar via le persone verso una doccia purificatrice.

A lavar via ogni singolo contatto con me”.

I discorsi nella sua mente si facevano sempre più strani.

Si guardava le mani.

Erano rubine.

Ma trasparenti.

Non riuscivano più a coprire la sua faccia.

Si stese.

Chiuse gli occhi.

Li riaprì.

Vedeva quelle scatole pronte.

Con un cruccio per le ultime tre.

“Come recapitarle?”

Si addormentò.

“E' la mia vita la scorciatoia per entrare in te e in me
Che difendo con le unghie e poi la perdo
Come un anello ai piedi non è ieri è oggi”

Il trillare del telefono fece per un istante parte di un sogno impossibile da ricordare.

“Sono Anna, la segretaria del notaio. Volevo conferma dell’appuntamento di oggi pomeriggio. Il notaio era un po’ preoccupato per lo strano modo in cui l’ha salutato ieri. Sembrava fuori di sé.“

“Ci vediamo come concordato tra due ore.”

“Va bene. Ma sta bene? Vuole rimandare?”

“Mai stato meglio. A dopo”.

Si alzò.

Fece una doccia.

Raccolse i fogli di carta messi via per quell’appuntamento.

Toccò, carezzandole, una ad una tutte le scatole.

Aprì la porta.

La richiuse alle sue spalle.

E partì.

Non fiero.

Convinto.

Non fiero.

Barcollante.

Non fiero.

Arreso.

“Difendo con le unghie e poi la perdo”


Per aria Vita rubina - Moltheni


4 commenti:

  1. Da questo punto di vista non me l'aspettavo. Ora la storia è "dietro" l'obiettivo e fa più male.

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    1. comincia a far male male anche a scriverla...

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  2. Non ti permetteremo, per questo, di interromperla :)

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  3. ...Scrivi Tanddori...scrivi.....chè le scatole è vero servo per essere riempite, per contenere, preservare....ma con le scatole si può pure costruire. E allora, continua a costruire. Così ce lo puoi raccontare. Daje no.... ;)

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