lunedì 23 febbraio 2015

Intorno a "Io e Franchino"




“Ci siamo persi nei dettagli, io e te, Franchino,
ognuno nei suoi sbagli, e con dei figli da difendere
ognuno in un imbroglio contro il suo destino
questione di dettagli per noi se vuoi Franchino”


Era il non ricordo del mese di novembre del 2005.


“Quando sei seduto sopra al tempo sembra che sia poco più che fermo.
Senti di averlo tra le mani.
Di poterne disporre.
Ma lui incurante va.
E se ripensi a ritroso fai fatica a collocare quel preciso momento che torna di soppiatto alla mente sotto forma di ricordo.”

“Ti prego continua…”

Ribattei estasiato da quelle parole pronunciate con voce ferma tra una sorsata di birra scura ed una tirata di sigaretta.

Quelle parole potevo averle pronunciate io.

E non solo perché le condividevo.

Quelle parole erano parte di me.

Ma mai sarei riuscito a farle uscire a quel modo.

“Beh. C’è ben poco da continuare.
Ricordi il giorno in cui ci incontrammo la prima volta?”

“Certo che lo ricordo!”

Come avrei potuto dimenticare un incontro che si era andato ad inserire nel bel mezzo di un trasloco? Un ragazzino di otto anni non mette via un trauma del genere. E vicino ad ogni trauma, come calamitate, si accatastano le cose vissute, le musiche ascoltate, gli odori.

“E ricordi che giorno fosse?”

“Cazzo no! Come potrei ricordarlo…?

Perché tu lo ricordi?”

Riusciva sempre a farmi sentire una spanna sotto di lui… Ma in quel momento avevo bisogno delle sue parole. E non solo. Avevo bisogno delle sue parole e delle sue pause.

“Almeno ricordi che periodo dell’anno fosse?
Faceva freddo? Faceva caldo?
Piovev…”

“Ecco si!
Sono sicuro!
Non pioveva!
Ricordo che eravamo vicino al muretto in mezzo all’entrata tra i due garage.
All’aperto.  

Se fosse stato un giorno di pioggia mia madre si sarebbe affacciata e mi avrebbe fatto salire.”

Tirai giù d’un fiato, sorridendo colpevolmente.

Sapevo benissimo che la mia risposta non era soddisfacente.

In fondo io non ricordavo con esattezza il giorno, l’ora, la stagione dell’anno e naturalmente non ricordavo come eravamo vestiti e neanche la sua faccia da bambino.

Ed era impossibile qualsiasi sforzo per migliorare il ricordo.

Non aveva altra scelta che contare su di lui.

“Si.
Effettivamente non pioveva.
Per quanto fosse un mese pazzerello.
Era pomeriggio.
Pomeriggio presto.

Il momento perfetto per un ragazzino per uscire di casa indisturbati mentre la mamma sparecchia e il papà si abbiocca sul divano.”

“Quindi era domenica!” Sentivo di dover aggiungere qualcosa di mio ma…

“Stiamo mettendo assieme i ricordi. Non stiamo facendo i detective.”

“Hai ragione…” Adesso ero completamente nudo. Avrebbe tranquillamente potuto alzarsi ed andare via senza chiudere la porta e lasciarmi in mezzo alla corrente a gelare.

Ma, per fortuna, non lo fece.

“Era domenica.

Si.

C’era un bel sole tiepido.

Tu avevi una orrenda giacca a vento.

Io un maglione di quelli più grossi che caldi.

E ricordo esattamente che era il 27 marzo 1977…”

Sparò a bruciapelo quella data.

Mi sentii per un momento mancare…

Ripresi fiato.

E cominciai a ridere.

Forzatamente.

“Ahahahahaha ma che cazzo dici?”

“Era il 27 marzo 1977 ed erano le 14.20!”

Mi stava facendo paura.

Ma cercai tenere il punto.

“Ah si?

Le 14 e 20 e quanti secondi?”

Restò imperturbabile.

Sapeva il fatto suo.

Ero io quello destinato a restare sconfitto.

“L’orologio che mi regalarono i miei il giorno del mio compleanno non contemplava i secondi.

Ricordi?”

“Ma me posso ricordà l’orologio tuo del 1977?”

Ormai rispondevo come se fossi telecomandato.

Trangugiò una manciata di noccioline americane.

Mandò giù la scolatura del boccale.

Accese l’ennesima sigaretta.

E buttando via il fumo di sguincio verso il soffitto riprese.

“Il giorno in cui portai a casa il mio primo dettato mia mamma mi regalò un grosso quaderno con la copertina rigida.
Ogni pagina aveva una data.
E sopra c’era scritto – il mio primo diario segreto –
La cosa strana era che non cominciava dal 15 settembre come i diari per la scuola.
Cominciava dal primo gennaio.
Mia mamma mi disse che quello era il momento giusto per cominciare a scrivere, ogni sera, i momenti più importanti della giornata che stava per finire.
E mi disse anche che sarebbe stata una cosa bellissima rileggerlo, dopo tanto tempo.”

Ormai ero in completa balìa.

Muovevo la testa come fossi stata la sua immagine riflessa in uno specchio.

Non riuscivo più neanche a fiatare.

Non volevo interromperlo.

Non volevo si interrompesse.

I miei occhi lo esortavano.

In preda alla disperazione.

“E se vuoi posso dirti cosa abbiamo fatto il pomeriggio seguente.
E un mese dopo.
E un anno dopo.
Posso dirti anche quello che abbiamo fatto un mese fa.
Quasi trent’anni dopo…”

E scoppiò in una risata roboante prima di…

“Daje.
Annamose a dormì che so stanco!”

Quella sera ero troppo confuso.

Quella sera ero mezzo ubriaco e un bel po’ stanco.

Insomma neanche quella sera ebbi l’accortezza di segnare le coordinate di quello che avevo vissuto.

Prima di addormentarmi pensai a lui che scriveva sul suo ennesimo diario segreto le soddisfazioni che si era tolto nei miei confronti.

Quello che rimane ora, dopo 10 anni, è il ricordo.

Perturbato da un grido che lacerò ogni cosa nel mezzo tra allora e adesso.

Un grido al quale decisi di non porre alcun rimedio.

Lasciandolo in aria in attesa che si smorzasse lento col fluire del tempo.

Assieme a questa canzone, che, benedetto Riccardo, hai mollato al mondo a far ricamo di nostalgie.

E allora vaffanculo anche a te Riccà!

Un vaffanculo colmo d’affetto, per carità, ma cazzarola!

“non rimane più niente che mi fa più paura di me
se anche tu ti nascondi e non ti ricordi perché”


Per aria Io e Franchino – Riccardo Sinigallia


1 commento:

  1. “Quando sei seduto sopra al tempo sembra che sia poco più che fermo.
    Senti di averlo tra le mani.
    Di poterne disporre.
    Ma lui incurante va.
    E se ripensi a ritroso fai fatica a collocare quel preciso momento che torna di soppiatto alla mente sotto forma di ricordo.”

    mi piacciono molto queste parole

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