giovedì 22 gennaio 2015

Riccardo. La scatola indaco.

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti


  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.
  6. Lisa. La scatola rossa.
  7. Stefano. La scatola viola
  8. Paola. La scatola mancante
  9. Federico. La scatola bianca.

Riccardo. La scatola indaco.




La forza sparisce in un attimo.

Non sempre nell'istante in cui il danno si perfeziona.

Continui a camminare incosciente.

Non sai.

Non è successo nulla se non sai.

Quando qualcosa si compie lontano da te sei semplicemente sotto tiro.

Nel momento in cui potresti fare qualcosa non lo sai.

Non lo percepisci.

O lo percepisci ma non credi che possa davvero succedere.

Scrolli le spalle ridendo in faccia a quel brivido.

Ma il male sta agendo.

Il male colpisce e fa il suo dovere.

Il male colpisce chi è solo.

E’ vigliacco il male.

E non puoi più andarlo a cercare quando il dado è tratto.

Lo vieni a sapere.

E puoi solo starci e cominciare da là il tuo cammino per accettarlo.

Lento.

Impervio.

Incostante.

Pregno di sensi di colpa e di se solo avessi.

Senza vista sul traguardo.

Quale traguardo poi?

Il tempo che passa?

O la pazzia?

Quella stessa pazzia che guardavi negli occhi e alla quale non credevi più?

Non hai mai creduto.

 - - -

Quella mattina Riccardo aveva deciso che poteva tranquillamente dedicare al riposo la sua giornata.

Era riuscito a chiudere un bel po’ di lavoro nei giorni precedenti.

Era soddisfatto.

Sereno.

Anche se da qualche giorno si sentiva come seguito da un’ombra.

Qualcosa che qualcuno chiama presentimento.

Qualcosa che lo portava a fare appello ai suoi pensieri.

Alle persone della sua vita.

Ma, in fondo, la mente umana non si rilassa mai.

Ed era facile sorridere e riprendere la concentrazione.

Quella mattina si preparò una bella colazione.

A mente serena la fame e la voglia di qualcosa di buono sono più attive.

Mise su un bel ciddì.

Accese il computer.

Sorseggiava il suo cappuccino nel preciso istante in cui il server scaricava le mail.

Una.

Due.

Tre.

Sette.

Dodici.

“Che cazzo è oggi?”

Aprì la prima.

Deglutì.

La seconda.

Sbiancò.

La terza.

“Cazzo no! No!”

La quarta la lesse ad alta voce.

“L’hanno trovato morto. Non si capisce perché. Non si capisce nulla. Non so altro. Non so nulla. Mi sento malissimo. Non so neanche cosa chiederti di fare. Non so neanche se te ne fotte qualcosa”

Non era neanche firmata.

E non c’era neanche scritto chi fosse il morto.

Anche se nella prima quel nome era già echeggiato e aveva spezzato il biscotto inzuppato nel cappuccino facendone tracimare la parte ammosciata nella tazza.

Chiuse il computer.

E lasciò tutto sul tavolo.

Preso da una vertigine si sedette a terra, sul pavimento gelato del tinello.

“Non sto bene Riccà. Sento come se me stesse a cascà ‘r monno sopra. Come se me mancasse ‘r fiato. La voja de combatte. Come se nun c’avessi più un cazzo da raccontà a nessuno”

Parole che aveva accolto, sentito, dimenticato.

Parole che tornarono ora.

Parole alle quali non diede seguito.

Se non “Capita. Sei solo stanco. Succede anche a me”.

Da quelle parole era passato un sacco di tempo.

Le scadenze sul lavoro non erano ancora scadenze.

E il sole era ancora abbastanza caldo.

Mentre ora le scadenze erano state concluse e il sole non riusciva ad evitare di uscire alabardato di sciarpa e cappelletto.

- - -

Ora era di fronte a quella scatola.

Era passato del tempo dalla mattina in cui la notizia arrivò a squarciare uno dei suoi rari momenti di serenità.

Aveva fatto quello strano patto dal notaio.

Aveva rivisto persone care e persone sconosciute.

Aveva addirittura rivisto un fantasma.

Riccardo ora aveva una paura tremenda.

Paura che all’interno di quella scatola ci fosse la rabbia di chi aveva urlato e non era stato ascoltato.

Era una scatola indaco.

“Nun è viola Cì. E’ indaco”

Sorrise al risalir di quel discorso sconclusionato sul colore delle mutande di quella di fronte a loro sulla metropolitana.

“Ma poi te stai a pensà ar colore?”

“E’ certo. Pensa se un giorno te la rimorchi e te chiede cosa ti ha colpito de lei la prima volta che l’hai vista!”

“Si ma che c’entra?”

“Beh se sei un’omo glie devi da dì la verità. E se glie dici le mutande viola poi quella te pija pe’ dartonico.”

Quanto gli piaceva giocare con le parole.

Quanto gli piaceva farlo senza il timore che potessero ascoltarlo.

Quanto gli era piaciuto quando quella ragazza mise la borsa sulle gambe imbarazzata.

“Coglione! Ha sentito!”

Quanto gli era piaciuto andare oltre...

“E’ vero che so indaco e no viola signorì?”

...

E ora indaco era il colore dell’addio.

Il colore di un dono o di un dispetto.

“Basta!”

Aprì finalmente.

E furono immediatamente pianti intensi.

Quella scatola era piena di tutte le foto che parlavano di loro.

Di tutti gli istanti.

Di tutti gli incontri.

Di tutte le stronzate fatte.

Le prese e le buttò a terra spargendole.

Per guardarle tutte assieme.

Non c’erano buste chiuse.

Non c’erano messaggi.

La vita è quello che vivevi mentre scorreva?

O va vista con gli occhi che hai ora che un pezzo si è staccato?

“You and I we were captured
We took our souls and we flew away
We were right, we were giving
That's how we kept what we gave away”

Per aria Comes a time – Neil Young

1 commento:

  1. Indaco è il giusto compromesso tra il viola e l'azzurro, è la "via di mezzo" appropriata, insomma... mi piace. E se poi è un colore che contiene ricordi e pezzi di vita vissuta è ancora meglio. Io i miei ricordi non li tengo nelle scatole, alcuni li ho persi materialmente, altri mi girano intorno giorno dopo giorno. E' il mio modo di viverli ancora. Se li imprigionassi diventerebbero sterili.

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