martedì 25 novembre 2014

Esisti luce?




Dove sei luce?

Ti ho mai davvero vista luce?

Eri tu?

O era la proiezione del racconto di chi ti ha vista davvero?

Come sei fatta veramente?

Sei davvero guida?

Speranza almeno?

Mi basterebbe sapere che.

Non so cosa mi basterebbe sapere.

Vorrei respirarti.

Capire che non è così ogni cosa.

Questo è insopportabile.

Invivibile.

Spettrale.

Hai una mano luce?

Puoi afferrarmi e tenermi un po’ con te.

Addormentarmi.

Accecarmi?

Riesci a rendermi dimentico di tutto?

Cosa sai fare luce?

Solo nasconderti ai miei occhi?

Solo prendermi in giro per dare i frutti alla rabbia che coltivo?

Sai essere buona per un momento.

O sei male per chi è male.

Rassegnazione ai tuoi occhi rassegnati.

Esisti luce?

Si?

Per aria Things behind the sun - Nick Drake





venerdì 21 novembre 2014

Giorgio. La scatola Grigia.



Non avrebbe mai pensato che dopo tanto tempo sarebbe tornato.

Ci aveva sperato, certo, tantissimo.

Ma il tempo ha la capacità di smorzare l’intensità delle emozioni.

Ed in fondo la speranza è un’emozione.

Aveva saputo della morte del suo vecchio amico da quella raccomandata con ricevuta di ritorno del notaio.

Non aveva avuto reazioni particolari.

Aveva preso un vecchio cd, l’aveva messo su, ed era andato a scartabellare vecchie foto di gioventù.

Nessuna lacrima.

Nessun moto di rabbia.

In fondo erano morti l’uno per l’altro tanto tempo prima.

Ricordi si.

Quelli cominciavano ad affiorare lentamente.

In fondo quando si costruisce una civiltà e quando questa viene distrutta e sotterrata da altre, prima o poi qualche pazzo di archeologo o qualche costruttore di palazzi la tirerà fuori e la metterà alla mercé del mondo nuovo in cui si trova.

Ma era strano quel mondo.

Guardava le sue mani che tenevano quella lettera e ripensava a quel giorno in cui...

“Tu eri l’unico che sapeva. Tu hai giocato sul mio dramma. Tu sei una merda”.

Aveva sempre ritenuto quelle parole esagerate.

Ma dopo un po’ di tentativi di riavvicinamento respinti con durezza aveva rinunciato.

Ed ora si trovava davanti a quella scatola.

Grigia.

Perché grigia?

“Io non sono una persona grigia. Perché mi ha visto grigio quel pezzo di merda!”

Aveva assistito alla lettura di quel testamento pensando alle frase di Osho che aveva postato su facebook la sera prima “Coloro che conoscono la morte dall’interno, hanno perso tutte le paure della morte”.

Adorava intripparsi su cose senza risposta razionale.

Poteva dire e pensare quello che voleva.

E poteva tranquillamente confutare ogni pensiero che perveniva lateralmente a prendersi gioco di lui.

Voleva una promessa quel suo vecchio amico.

“Prometto che quello che avrò in dono da questa giornata resterà fatto mio che non sarà condiviso con nessuno”.

Quella era per lui una promessa impossibile da mantenere e lo sapeva benissimo.

Ma naturalmente vinse la curiosità di andare a vedere.

Non si accorse dello occhiatine di alcuni altri partecipanti a quella lettura che promettevano con una tranquillità che in quel momento a lui mancava.

Non si accorse che in quel momento aveva fatto un patto contro natura.

La sua.

Scese le scale incrociando lo sguardo di Giulia.

Si stupì del fatto di non sapere chi fosse.

Si stupì della sua dolcezza.

Si stupì di vedere una persona che sembrava non esistesse.

Avrebbe voluto parlarle.

Chiedere.

Sapere.

Ma non poteva.

Aveva promesso.

O meglio.

Aveva di fronte una persona che aveva promesso.

E questo era un blocco di qualità ben superiore al suo.

Ed ora si trovava davanti a quella scatola.

Grigia.

Perché grigia?

“Io non sono una persona grigia. Perché mi ha visto grigio quel pezzo di merda!”

Era uscito da quel vecchio palazzo e aveva trovato la sua macchina completamente battezzata dagli storni che andavano a nanna sopra gli alberi di quel parcheggio improvvisato.

Sorrise pensando che qualcuno quel giorno si stesse prendendo gioco di lui.

Prese il cellulare.

Cercò in rubrica quel numero che non entrava più in coppia col suo da tantissimo tempo.

Diede il comando di invio.

“Il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento”

Salì in macchina.

Non accese lo stereo.

Spruzzò acqua sul vetro e diede vita al tergicristallo.

Ci volle più di un’ora per raggiungere quella casa oltre il grande raccordo anulare dalla parte opposta di Roma.

Pensò a tutto o, meglio, e a niente.

Era stanco.

Preoccupato.

Aveva una voglia pazzesca di non trovarsi di fronte a qualcosa di.

Di non sapeva neanche lui cosa.

Prese l’ascensore.

Non lo faceva mai.

Avete presente quando senti di esserti guadagnato la cena per il semplice fatto di aver rinunciato almeno tre volte ad un ascensore durante la giornata?

Aprì la porta.

Accese la luce.

Ed ora si trovava davanti a quella scatola.

Grigia.

Perché grigia?

“Io non sono una persona grigia. Perché mi ha visto grigio quel pezzo di merda!”

Con un cazzotto la bucò nel centro esatto.

Infilo le mani unite in quel buco, afferrò i lembi e le fece divergere con forza verso l’esterno.

Si aprì come una cozza.

Ne guardò il contenuto.

Un’altra scatola.

Identica.

Più piccola.

Più grigia,

La prese.

La scosse.

Era leggerissima.

Quella scatola conteneva altre scatole.

Che si sarebbero dischiuse fino a raggiungere l’ultima, della grandezza di una scatola di cerini.

La teneva in mano.

La prese tra la parte interna del pollice e quella del mignolo.

La scosse vicino all’orecchio.

C’era qualcosa dentro che sbatteva contro le pareti di cartoncino.

La aprì mentre la canzone che andava a far da sottofondo a quel momento della sua vita volgeva al termine.

Un pezzo di pietra.

Avvolto in una carta.

“Vedi? Nella vita succede che costruisci grandi cose. Le dipingi di bellezza. Rendi il tuo essere indispensabile agli altri. Ne acquisti la fiducia. Prendi tra le tue mani ogni cosa di loro. E poi, senza pensare la butti via. In un amen. E poi succede che neanche ti accorgi di quello che hai fatto. Pensi siano impazzite quando ti prendono a calci nel culo. Ne parli male. Chiedi scusa, magari. Ma sono scuse ipocrite di stampo cattolico. E poi rimane questo. Un piccolo sasso. Questo piccolo sasso lo tenevo tra le mani il giorno in cui proferivi quelle parole con sufficienza ed è stata dolce compagnia e sfogatoio. Ha un bel valore per me. Vale assai più di quanto vali tu.”

Non si mosse per qualche ora se non per scuotere la testa.

Poi sorrise tra se e se.

E confermò a se stesso che aveva avuto a che fare con un pazzo.

Ripensò per un attimo agli occhi blu di Giulia.

Chissà chi era?

Chissà che c’era nella sua scatola.

Prese un sigaro.

Lo tagliò e si mise a pensare.

Chissà a che cosa poi?


Per aria Damage – David Sylvian & Robert Fripp

giovedì 20 novembre 2014

Reagiremo al male



Reagiremo al male.

Cambiando la rotta ai nostri pensieri.

Uscendo da tempeste di passato.

Ad occhi chiusi.

E ne terremo il ricordo.

Perché non resti latente rimozione pronta a colpire.

Reagiremo al male.

Lo faremo parte.

Non zavorra.

Né motivo di rabbia da trasferire ad innocenti.

Reagiremo al male.

Cercando disperatamente di non essere noi stessi male.

Parleremo di lui.

Nel silenzio.

Lo staneremo.

A spezzare l’orribile catena.

Per aria Mute Angels - Hammock


lunedì 17 novembre 2014

Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.

(Continua da qui Giulia. La scatola azzurra. Parte 1)





Due giri di chiave.

E lo scatto miracoloso che apre una porta.

Luce che si accende.

Borsa che cade a terra.

Occhi che cercano.

Ricerca di azzurro ovunque.

Per tutto il viaggio aveva fatto i conti con flash dal suo passato.

Il tempo trascorso con lui.

Il tempo che non era stato possibile trascorrere con lui.

E quella fine tragica più di vent’anni fa.

E come era possibile trovarsi in quella casa?

Chi era lei ora?

Come aveva fatto lui a trovarla?

Perché l’aveva cercata solo quando non poteva vederla più?

E ora?

Quella scatola davanti.

Del miglior azzurro che avesse mai incontrato in vita ed in morte.

Stretta tra le braccia.

Giulia era morta ventidue anni prima di quel giorno.

Si dice che quando hai un forte bisogno di qualcuno puoi farlo tornare nei tuoi pensieri.

Che puoi scriverci su.

Che puoi raccontargli le cose.

Che puoi metterti al suo pari e fargli sentire sulla pelle gli stessi interrogativi che ti sei posto tu per anni.
       
No. Questo non è un gioco.

Questo non è un esperimento.

Questo è dolore condensato.

Preso.

E messo a bollire.

Era tempo di aprire.

Un sorriso.

Aveva morso il suo labbro inferiore.

“Posso morderti io quel labbro per una volta?”

Certo non era semplice aprire.

Anche lo scotch era azzurro, luccicante,

Sembrava un sacrilegio doverlo rompere.

Prese una chiave e spinse con forza nel centro della scatola.

Una lunga linea prese a correre lungo l’apertura sottostante.

         Sospensioni.

         Respiri.

         Angoscia che sale su dalla bocca dello stomaco.

         Nulla finisce.

         Qualsiasi cosa torna e reca in sé il suo sapore.

         No.

         Il tempo non è onnipotente.

         Il tempo può essere fermato.

         Il tempo perde quando c’è intenso.

Una lettera.

Due.

Tre.

Centinaia di lettere.

Una felpa.

Un Cd.

“Cara Giulia,

qui ci sono tutte le lettere che ti ho scritto e che qualcuno, per te, ha scelto che era meglio che tu non leggessi.
Non so se sia stata una decisione giusta o sbagliata.
Non so se fosse giusto o sbagliato che io non potessi starti vicino quando lentamente stavi andando via.
Non lo sapremo mai.
E oggi, davvero, a me non interessa più.
A me interessa semplicemente che tu sappia dei miei giorni in quei giorni.
A me interessa semplicemente dirti che il pensiero di te è ancora qui.
Forte e vivo.
La morte non vince sempre.
La morte vince solo quando ti lasci sopraffare da un’assenza fino al punto in cui ti trovi a smettere di vivere anche tu.
Io spesso smetto di vivere.
Ma è perché sono stupido.
Oggi.
Io oggi, ora, ho la presunzione che tu saprai.
Ah.
La felpa.
Si si è la tua.
So che ora ti incazzi.
Però, ecco, quella la indossavi l’ultima volta che ti ho visto.
So che doveva andare con tutte le altre cose per i poverelli.
Lo so.
Ma quando ho saputo che veniva Vale a casa tua a fare gli scatoloni le ho chiesto di cercarla e rubarla per me.
Ecco.
Io vorrei che la mettessi.
Ora.
Per capire se sei ingrassata da allora oppure no.
Ahahaha.
Scherzo eh!
Ah.
Metti il Cd.
Poi alzati in piedi, e chiudi gli occhi.
No.
Non ti do ordini.
Sono solo desideri.
Per una volta dai.
Pronta?”

Fece esattamente le cose che aveva letto.

Nell’ordine esatto.

La felpa le stava benissimo.

Aveva un buon profumo, anche se non capiva di cosa.

Si alzò spingendo e venendo fuori dalla sua classica seduta a terra a gambe incrociate.

Prese il CD che non aveva alcuna copertina o scritta.

Lo inserì nel lettore.

La musica partì nell’esatto istante in cui un abbraccio la strinse.

La musica era quella.

L’abbraccio anche.

                  La morte non è per sempre
                  Il tempo ha perso

                  Chi siamo noi?
                  Siamo infinito

                  Te lo ricordi?
                  Yes sir!


“Stiamo navigando, stiamo navigando,
torneremo di nuovo a casa attraverso il mare.
Stiamo navigando acque burrascose
Per essere vicino a te, per essere liberi.”


Per aria Sailing – Rod Stewart









giovedì 13 novembre 2014

Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.

Uscì da quell’ufficio senza alzare gli occhi.

Non rispose ad alcun cenno di saluto.

Non aveva pensieri.

Sembrava davvero essere schiava di quella promessa appena compiuta.

Un’ora almeno di viaggio in una Roma impazzita di un umido pomeriggio feriale di novembre.

Scese le scale per i tre piani che la separavano dal terreno.

Quegli ascensori chiusi in una gabbia di metallo dei palazzi antichi di mamma Roma li aveva sempre detestati. Non per paura, ma per quello strano pudore che, se dovesse succedere qualcosa, è meglio che nessuno da fuori veda le reazioni.

“Tu sei matta come una scimmia, so 6 piani cazzo, stamo ‘mbriachi come du’ ...”

Le sembrava di sentirlo ancora quando quella sera decise comunque di accompagnarla fino alla porta di casa e, prima di paragonare la loro ubriacatura a non si sa cosa, si accasciò sulle scale tra il quarto e il quinto piano della sua casa ai Parioli.

 Chissà perché aveva scelto quel notaio?

Proprio nello stesso palazzo dove viveva sua mamma.

Due piani sotto.

“Ma nun potevi abità al quarto piano? Nun avrei certo fatto la figura de quello che stira perché nun aregge du’ birette”.

Si, forse voleva solo darle un ricordo in più.

Di quei ricordi che metti via perché tanto non servono a nulla.

O almeno sembra.

Il ricordo di uno scemo che “Due birre?? A due a due vorrai dire!”

“Beh, vabbè, che cambia?”

Prima di uscire da quel palazzo che aveva segnato infanzia, adolescenza e qualcosa altro dopo cercò con uno sguardo di traverso la cassetta della posta, puntò la penultima in alto e nella sua mente le emozioni di quando trovava quelle buste azzurre.

Gioia.

Emozione.

Incazzatura.

Tenerezza.

Indifferenza.

Per tanto tempo gli era stato impedito di vederla, di chiamarla, di avere qualsiasi contatto con lei.

E lui infilava lettere con la busta azzurra in quella buca troppo corta per contenerle tutte.

Chissà quante ne erano state portate via?

Chissà quante delle sue parole non aveva letto.

Aveva solo rallentato il passo e ormai aveva varcato quel portone che pensava di non dover più vedere nella sua vita.

Avrebbe dovuto camminare un po’ per raggiungere Castro Pretorio dove un vagone affollato della Metro di Roma la avrebbe portata al capolinea più a Sud, dove un autobus di disperati l’avrebbe portata a.

(Certe storie è meglio non raccontarle con precisione. Dare al lettore quel luogo potrebbe risultare assolutamente incomprensibile. E portarlo a smettere di leggere o ad appassionarsi troppo.
C’è un viaggio da fare e una scatola da aprire.
La prima)

Giulia era ormai di fronte alla porta dischiusa dell’ultimo vagone di quella metropolitana intrisa di scritte e di colori.

“Ma secondo te i murales che fanno sopra a le metro se ponno chiamà metrales?”

Aveva la sensazione di sentirlo accanto a tentare di infilare la sua mano sotto il suo braccio.

Un sorriso.

Una lacrima nel greto del suo viso.

Cuffie alle orecchie.

Play.

“E' certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile dovresti credermi
sentirti qui con me perché tu non ci sei
mi piacerebbe sai sentirti piangere
anche una lacrima per pochi attimi”

(continua)


Per aria Nuotando nell’aria – Marlene Kuntz


mercoledì 12 novembre 2014

Testamento

 Arrivarono alla spicciolata.

Si sedettero intorno a quel grande tavolo.

E attesero in silenzio.

Un breve cenno, uno schiarimento di voce e il notaro cominciò a leggere.




Cari eredi,

(certo che è strano scrivere qualcosa senza poter poi assistere alle reazioni di chi la legge, ma tant’è)

so che qualcuno di voi starà piangendo e reca in sé un vuoto e, magari, un senso di non detto, non fatto o non goduto nei miei confronti

(certo che se ognuno volesse fare ogni cosa con tutte i potenziali defunti non avrebbe più il tempo per stare con se stesso a metabolizzare le cose che accadono o che sono accadute)

so che qualcuno oggi aveva di meglio da fare ma se sta qui, in fondo, è perché c’è qualcosa che gli spetta

(certo che sarebbe divertente vedere le vostre facce quando il notaro con un ghigno dirà quello che è pronto per voi)

e so che qualcuno è in questa stanza senza neanche sapere chi io sia e che, prima di venire, ha provato a chiamare perché pensava ad un errore o ad uno scherzo

(certo che la vita è strana, ti sbatti per qualcosa senza riuscire e poi ti accorgi che c’è qualcuno del quale non conosci nulla che ti guardava e che ora ha deciso di lasciarti qualcosa)

Bene.

Vi chiedo di sedervi.

Di annullare per un istante i pensieri.

Di mettere via ogni discordia nei miei confronti.

Di annullare i sensi di colpa.

Di riempire il vuoto con la musica che è in sottofondo.

Di pensare che io non sia mai esistito.

E se proprio non ci riuscite di pensare che io non abbia mai avuto alcuna emozione o afflato nei vostri confronti.

Bene.

Sappiate che in questo momento dovete fare esclusivamente una promessa solenne.

E che non uscirete da questa stanza fin quando questa non sarà compiuta.

Sappiate che nulla vi sarà tolto.

Sappiate che ogni cosa che avrete al termine di questa giornata è qualcosa in più alla quale potrete rinunciare.

Ma solo dopo aver promesso e aver guardato.

Nulla da dare.

Nulla che vi comprometta.

Solo una promessa.

(il signor notaro è pregato in questo istante a chiedere l’ok su quanto sinora detto e, qualora raggiunta l’unanimità procedere a far recitare le parole sotto indicate e a dare mandato a chi sa lui di cominciare il proprio lavoro immediatamente. Qualora anche una sola delle 10 persone presenti in questa stanza non acconsentirà la riunione sarà tolta e chi sa lui procederà come da accordi)

“Io (nome e cognome) prometto solennemente che quando tornerò a casa e troverò la mia scatola del colore (ho scelto quelli che secondo me sono i vostri colori preferiti) che mi piace tanto, la aprirò, ne guarderò il contenuto, deciderò cosa farne e mai in assoluto ne rivelerò la provenienza.
Prometto poi che non parlerò di questo con le persone che oggi sono qui.
Prometto che quello che avrò in dono da questa giornata resterà fatto mio che non sarà condiviso con nessuno.”

(al termine del giro il signor notaro è pregato di sciogliere la seduta e di non chiedere danari agli astanti in quanto le sue competenze sono nella scatola di colore nero che troverà nella sua abitazione quando rincaserà).

Bene.

Ogni altra mia parola in questo momento è superflua.

Vi aspetto a casa vostra.

                                                                                                        Tandoori


Quella sera per 11 persone tornare a casa ebbe un sapore diverso.

Ognuno di loro trovò una scatola del proprio colore preferito.

Ognuno di loro attese per interminabili secondi prima di procedere all’apertura.

Il cuore pulsava.

E quella canzone che doveva servire a riempire il vuoto ancora nelle orecchie.


“Time takes care of the wound
So I can believe
You had so much to give
You thought I couldn’t see”


(continua)



Per aria Morning Theft – Jeff Buckley