giovedì 28 agosto 2014

Chi muore per un po'

Aria asciugami lacrime e conoscenza
Nella trasparenza vedo la mia origine
Madre accettami così come sono
Nel guadagno muore l'uomo con la verità

Si muore, sai?

Tante.

Tantissime volte.

Non una per tutte.

Si muore e si va via.

Per un po’.

Che non ha durata stabilita.

Sai...

Chi muore per un po’ non lo sa quando tornerà.

E non sa in quale punto riapparirà quando tornerà.

Certe volte si ferma un po’ di più di quanto sia necessario nel suo morire per un po’.

Ha paura di ritrovare la sua causa di morte così com’era.

Ha paura di essere morto per niente.

Certe volte si ferma un po’ di più di quanto sia necessario nel suo morire per un po’.

Ha bisogno di prendere la forza necessaria per non essere ucciso di nuovo dalla causa di morte.

Ha bisogno di elevarsi per non ritrovarsi ad essere morto per niente.

Sai...

Chi muore per un po’ quando sta di là si fa una miriade di pippe mentali.

E quando è completamente vuoto comincia il suo percorso di redenzione.

E di riavvicinamento.

E si toglie pian piano tutto il nero di dosso.

Sai...

Chi muore per un po’ è nero come la pece.

E nel suo annerire ha infilato tutto il suo dolore.

Però chi muore per un po’ quando tornerà sarà tutto bianco.

Sarò tutto bianco.

Che nessuno lo riconoscerà.

Sai...

Quando uno muore per un po’, quando tornerà, nessuno si ricorderà di lui.

E avrà voglia di non essere morto mai per un po’...


Mare affonda piano i ciechi desideri
Pare oggi,ma era ieri la felicità
Gru del mio giardino scava nel terreno
Getta fondamenta vere dentro all'anima



Per Aria Oh Morte - Moltheni

martedì 26 agosto 2014

La Terra è il pianeta più solitario di tutti

Lottare

e prendere atto

Arrendersi

e prendere atto

E nel mezzo le sfumature della lotta

La Terra è il pianeta più solitario di tutti

Bisogna arrivarci piano

E poi starci

Ammettere

Urlare magari

Tirare fuori la rabbia

Scagliarla addosso a chiunque

Riprenderla quando torna

Attaccare

Difendersi

Esasperarsi

Magari riposare un attimo

Gioire

Perché no?

Vivi con una debolezza che nessun altro conosce?

Per paura che si trasformi tutto in malinconia?

E allora a che serve tutto questo affanno?

La morte sta là.

A che serve sto continuo salvarsi la vita ogni giorno per campare un giorno di più?

E a che serve uccidere?

Per avere più aria?

Per dimostrare che puoi sostituirti a Dio?

Che manco esiste poi...

A che serve?

Si dico a te coglione

Sei nel posto sbagliato e hai la faccia sbagliata

A che cazzo serve tutta sta fatica a montare sulle teste altrui?

Sempre qua stai

E sempre devi soffrire

Affrettarsi a dare sofferenza a gente come te, che tu ritieni sia diversa da te, ma sempre come te è, ti lascia comunque qui

A chiederti che cazzo campo a fa?

Ma non è meglio che stai là buono buono?

Senza dormire preoccupato dal chi la fa la aspetti?

Ma non è meglio che resti anonimo?

Hai visto mai trovi il modo per abbandonarla sta terra maledetta per andare verso?

Ma tu lo sai che c’era un tipo che viveva in un abbaino?

Ma tu lo sai che cazzo è un abbaino?

Come?

Lo cerchi e mi dici la prossima volta?

Ma te lo ricordi tu l’ultima volta che mi hai detto la prossima volta?

Me so fatto vecchio a aspettatte.

Come?

Di cosa mi accusi?

Io?

Io?

Io?

Aspettavi me?

Aspettavo te.

Ma non c’è niente che qualcuno possa fare.



Per aria Earth is the Loneliest Planet - Morrissey

giovedì 21 agosto 2014

Ancora e ancora e ancora e ancora

Non potevo restare chiuso in pochi metri quadrati.

Ma non avevo forze per muovere.

Non nelle gambe.

Non nello spirito.

Poi capita che arrivano stimoli che riescono a spostare cose ferme per loro essenza.

Sarebbe stato bello veder arrivare una carezza dietro al collo.

Di quelle che non saranno mai inaspettate perché di sperare non si smette mai, neanche quando è disperazione viva e gelata.

No gli stimoli erano diversi.

Freddo e zanzare.

E quella strana sensazione che solo stare sottoterra ti dà.

Soffocamento.

No.

Non potevo assolutamente restare chiuso in pochi metri quadrati.

Dovevo assolutamente muovere.

Dare forza alle gambe.

Annullare il blocco dello spirito.

Risalire da quella rampa rotante che mi aveva portato e lasciato abbandonato 10 metri sotto terra.

Cercare assolutamente di respirare.

Mettendo via lo stimolo di tenere libero il collo per una carezza che non sarebbe arrivata.

Che non arriverà mai.

Camminare.

Fino a sfiancarsi.

Senza fermarsi mai.

Se non per evitare di finire sotto una macchina o per guardare il culo a una bella ragazza.

Vigliaccamente, dopo che è passata.

Perché non avresti neanche la forza di assecondare un suo “ma che cazzo vuoi da me?”

E’ brutto confrontarsi con un “cosa vuoi da me?” vero?

Ma in quel cammino notturno sapevo che mi ci sarei imbattuto presto e non perché avevo lasciato i miei occhi poggiati su un bel culo.

Guardare una città di notte è strano.

Soprattutto se non l’hai mai vista di giorno.

Soprattutto se non l’hai mai vista.

Soprattutto se non hai una meta.

Soprattutto se nessuno ti verrà mai a cercare.

Guardare una città di notte ti fa capire cosa succede quando una città non serve a nessuno.

E ti fa sentire meno solo in questa sensazione.

Guardare i semafori funzionanti, con quel suono che ti fa capire ad occhi chiusi se puoi attraversare o no.

Non c’erano macchine.

Non c’erano persone.

Sarei potuto passare quando quel rosso davanti ai tuoi occhi sembrava infinito.

Come se il tempo si fosse bloccato in quell’istante.

Ma non potevo.

Non riuscivo.

Non me la sentivo proprio di incurarmi di una richiesta di star buono là ad attendere.

Anche quando ho capito che quel rosso sarebbe stato eterno.

E si sarebbe trasformato solo ed esclusivamente per mano di un elettricista.

O quando avrei girato le spalle e cambiato strada.

Poi succede che il cielo prende luce.

E che i lampioni si spengano.

Succede che quel lampo di follia che ti ha portato a camminare per ore si spenga.

E arrivano i dolori.

E arriva la notte vera.

Quella che hai dentro.

Arriva la necessità di cercare parole che ti aiutino.

Le cerchi lontano.

Le trovi.

Ma è peggio.

Perché riesci a trovare interlocutori che sanno e che sentono e che.

Quando pensi che nessuno possa capire quello che hai dentro.

Quando pensi che sei solo un inutile stolto egoista.

Quando pensi che.

Ci sono interlocutori che al tuo chiamare diventano più incazzati e rabbiosi di te.

Per te.

Come se in quel momento fossero te.

“Prendi un caffè”

Pensieri.

Quella città non aveva ancora finito.

Anzi.

Quella città si stava preparando per il suo exploit.

Distruttivo.

Quella città mi avrebbe colpito dritto sulla bocca dello stomaco e mi avrebbe lasciato sul ciglio di un precipizio con un unico dubbio.

Una bomba a orologeria placcata di speranza.

Si può annullare un dolore passando attraverso il fuoco di un dolore più grande?

Correndo verso il nulla?

Ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora  

Per aria A Forest – The Cure

martedì 19 agosto 2014

La luce collassa nella terra



Non tremerò nel freddo,
Non lascerò che le tenebre prendano il sopravvento
Non coprirò il mio viso nell’oscurità

Ma ora non riesco

Tremo

Sento qualcosa che se la morte è così

Ho paura di morire

E’ buio

Sono avvolto

Stritolato da braccia chiodate color ruggine

Sanguino

Di sangue rappreso

Stantio

Puzzolente

“La luce collassa nella terra
Non guarirò col tempo”


Come si può rinascere

Come si può tornare

Come si può sorridere

Come si può alzare la testa

Come?

Se non si muore davvero

Se non si è mai andati

Se non si hanno labbra e denti

Se non c’è cielo sopra

Come?

“Non starò meglio nella fredda luce del giorno,
ma non ti avrei fermato se avessi voluto restare
La luce collassa nella terra”

 Melodia elettrica

Pianto elettrico

Urla elettriche

Pianeta desolato senza vita

Senza futuro

Mare fermo

Senza onde

Uomini vagano senza direzione

Si infrangono contro muri di fuoco pece

Uomini implodono

In cumuli di loro simili in decomposizione

La luce collassa nella terra”

Il vuoto sarebbe qualcosa di meglio

Il vuoto sarebbe salvezza

Così no

Così è crudele.


Per Aria Collapse the Light Into Earth – Porcupine Tree

lunedì 11 agosto 2014

Di tregua in tregua

Nel cuore della notte un botto sordo.

E poi un altro.

E un altro ancora.

Sembrava potesse essere la notte giusta per riposare un po’.

Ma la smentita è chiara.

Nessuno spavento.

L’abitudine a sentire quel suono non sarà mai routine, ma.

Inquietudine.

Si.

Passare dalla posizione supina a quella seduta è un attimo.

Gli addominali, dopo un mese di continuo allenamento, sono rinforzati e vigili.

Basta tirare su una gamba, rimasta fuori dal letto in inconscia posizione di fuga, affiancarla all’altra e spingere indietro coi piedi piegandole entrambe a far tavolino colle ginocchia, pronte ad accogliere la fronte, in posizione di disperazione.

Qualche attimo a sperare che finisca presto.

Che non sia come la notte prima, come le notti prima, come le notti di qualche anno fa.

Movimento in casa.

Si alzano tutti.

Si vestono.

Mangiano.

Controllano le piccole borse con l’essenziale messe vicino alla porta di casa, come fanno da noi le partorienti per avere tutto a portata di mano ad acque rotte.

La piccola al piano di sopra urla.

Ogni singolo rumore la spaventa.

Lei non si abituerà mai.

Nessuno si abituerà mai.

Voglia infinita di lasciarsi andare.

Di tornare a chiudere gli occhi e affidarsi al destino.

E’ buio.

Non c’è corrente.

Non c’è quasi mai più corrente.

Il telefono è carico ma poco.

Se si accendesse vibrando proprio ora sarebbe la fine.

Di ogni cosa.

Del ricordo.

Delle cose.

Dei libri.

Delle foto.

Dei giochi messi a far da soprammobile dopo anni di onorata carriera.

Se si accendesse vibrando proprio ora sicuramente si tratterebbe di quel messaggio subdolo che invita ad andare via in fretta perché la tua casa sta per saltare in aria.

Messaggio che qualcuno onora come meritorio di Nobel.

Messaggio che il solo pensiero che esista è abominio.

La porta della stanza si apre.

Qualcuno controlla.

Non parla.

Sorride, cupo in volto.

Ha un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua.

Lo posa sul comodino.

Potrebbe essere l’ultimo pasto prima della fuga nella miseria dello sfollato.

Potrebbe essere l’ultimo pasto.

In assoluto.

Ancora una bomba arriva dall’alto

Cade vicinissimo.

I vetri vibrano.

La bimba urla.

Poi silenzio.

Odore acre.

Conati.

Voglia di morire in fretta.

Per quanto tempo ancora?

Perché?

Milioni di miliardi di perché lasciati andare.

Attesa.

La prossima dove cadrà?

Avviseranno?

Cosa fa il mondo fuori di qua?

E quelle persone che tingono i propri volti con la bandiera che tutti gli altri odiano?

Sono nulla?

Perché lo fanno?

Non hanno di meglio da fare?

Riusciranno a.

Un altro botto.

Diverso dagli altri.

Loffio.

Odore di gas.

E’ finita?

Tornano le lacrime.

Sembrava non ce ne fossero più.

Quei mostri sono capaci di succhiare anche quelle.

Quei mostri non hanno pudore.

Prendono fino a che c’è da prendere.

Prendono anche i morti seppelliti.

Prendono le anime.

Passando per vittime.

Come lupi affamati.

Incuranti delle urla.

Godendo del dolore che provocano.

Come se fosse vitale per il loro esistere.

Bestie.

Bestie senza cuore né anima.

Riusciranno un giorno tutte queste lacrime ad affogarli?

Cosa succede quando l’odio non basta più?

Ci si trasforma in mostri come loro?

Ancora un colpo.

Due.

Tre.

Infiniti.

Colpi nelle tempie.

Che restano.

Che resteranno.

A far di morte la sopravvivenza.

A rendere un incubo la sopravvivenza.

Manca l’aria.

Si fa giorno.

Gaza è nel fumo.

La bimba dorme esausta.

Una mosca solletica il collo come a dire “hai un altro giorno”.

Forse 72 ore.

Di tregua in tregua.

“There is another world
There is a better world
Well, there must be
Well, there must be”

Per aria Asleep – The Smiths