martedì 29 aprile 2014

17 aprile 2014 - part two



Continua da qui


Non c'è né male e né bene
neanche un dio trascendentale
il diavolo povero cornuto
un'invenzione congegnata
per controllare

Non posso restare qui.

Non posso perdere il mio tempo nel tempo fermo.

La gente va.

Chissà dove.

Chissà perché?

Dove vanno con quei cappelloni neri e quei riccioletti unti?

A cosa servono quelle strisce di stoffa che corrono lungo le gambe.

Ma perché corrono sempre?

Hanno paura?

Ma perché se hanno paura girano con quelle facce di merda?

Dove vanno quelli con quel sorriso stampato?

A cosa servono quelle mani sporche se non fanno nulla, se non possono fare nulla.

Ma perché sono così compassati e sornioni?

Come fanno a non aver paura?

Ma perché se non ostentano paura sono così comprensivi?

Passo la mano sugli occhi.

Poggio le mani sulle ginocchia.

Faccio perno.

E come un elefante appesantito mi rialzo.

Una ragazza con uno splendido velo sulla testa e con occhi nerissimi mi guarda.

Incrocio il suo sguardo.

Sorrido quasi per dovere.

Abbassa lo sguardo timida.

Lo rialza.

Le sorrido ancora, stavolta per pura necessità.

Lei tiene.

Ma sono io a cedere.

Non merita di aspirare tristezza dai miei occhi.

Non merito di rubarle neanche un infinitesimo della bellezza che effonde.

Ricomincio a camminare.

Lentissimo.

Accendo una sigaretta.

Guardo per terra e cammino.

Ogni tanto controllo dall’altra parte della strada se Damascus Gate si degni di apparire.

Ho sete.

Fumo.

Cammino.

Controllo il telefono.

Non ho connessione.

Cerco di capire se qualche anima buona ha lasciato accesso al suo wi-fi.

Bisogno di sapere se.

Nulla.

Io oggi non ho bisogno di nulla.

Voglia di tornare indietro.

Voglia di fermarmi.

Voglia di cercare di capire se.

Cosa?

Chi cazzo sono io per dover sapere?

Cammino.

Mi forzo.

Alzo gli occhi.

Volto lo sguardo.

Damascus Gate.

Quante volte ho valicato quella porta?

Quante speranze entrando?

Quanta rabbia uscendo?

Quante attese nella sua pancia?

E ora?

Entro?

Così? Senza motivo?

Senza dover chiedere nulla?

La guardo.

Fisso.

Se ne sta bella bella dall’altra parte della strada.

Le mancano solo i denti aguzzi da squalo.

Devo entrare.

Devo.

Mi faccio forza.

Compro un quaderno.

Non ho mai scritto in questi giorni.

Buffo.

Attraverso la strada.

So che qualcuno si preoccupa quando attraverso la strada e per questo motivo guardo e sto attento.

(Non succederà più, te lo assicuro).

Scale e scaloni.

Bisogna scendere sotto il livello della strada per entrare a Damascus Gate.

Scaloni alti.

O, andando a cercarli, scaloni intramezzati da scalini.

Più passi. Meno ripidità.

Faccio gli scaloni e sorrido.

Ricordi anche sulla minima cazzata.

Mi fermo sull’ultimo.

Il dolore alla coscia mi ricorda che sono un coglione.

Mi siedo ancora.

Non è tempo.

La Old City mi fa paura adesso.

E' a pochi metri da me.

Con quel suo ingresso buio e coperto pregno di voci e di odori.

Uno scrigno pazzo che mi attrae ma che.

Accendo una sigaretta.

Prendo il quaderno.

Cerco una penna.

Faccio fatica a capire da che parte scrivere.

Un quaderno fatto per scrivere al contrario.

Piango.

Rido.

Fumo.

Ma non scrivo.

Non ho nulla da scrivere,

Lo farò dopo.

Ancora 10 minuti Gerusalemme vecchia.

Ancora 10 minuti e sarò roba tua.

Promesso.

“Come si fa quando senti i mostri che ti inghiottono?”

“Tesoro...”

Entro.

Cerco un posto per sedermi.

Ho sete.

Qualcuno è con me.

Con le parole.

Con il pensiero.

Fa ristoro.

Anche la Taybeh lo fa.

Va giù e stordisce.



Stanchi di questi bugiardi
dell'omelia domenicale
di rituali macabri
e della paura a profusione
della morte
perché noi ci reincarniamo
ancestrale mistero
il paradiso è quello dei giusti sulla terra
e di uomini e donne
con le ali

Per aria Il Dio dentro – Nuove Tribù Zulu

A Marele





mercoledì 23 aprile 2014

17 aprile 2014 - part one



Cammino con passo lento.

Sono solo.

Ne ho davvero bisogno.

O almeno questa è la sensazione a primo impulso.

Rimetto i miei passi negli stessi punti in cui andavano con velocità multipla rispetto ad ora.

E’ tutto così diverso.

Non c’è più nulla da fare.

Nulla in cui sperare.

Sono completamente imbambolato e quel tremore che mi ha fatto pronunciare parole dure pochi istanti prima piano piano svanisce, trasformandosi in ovattata flemma.

Ho un dolore fortissimo alla coscia, lacerata in un raro momento di serenità, ma so che camminerò.

Per dieci ore almeno.

Mi guardo indietro.

Nulla.

Nessuno.

Devo andare.

Convincermi che è giusto che io rimanga solo coi miei pensieri in quella città impazzita.

Convincermi che questo 17 aprile vagherò come un disperato.

Dimenticare che questo sarebbe dovuto essere il giorno più speciale di tutti.

Cerco di appizzare le orecchie.

Pagherei per sentirmi dire di tornare indietro.

Ma non sarà così.

Via.

Vado via.

Lentissimamente.

Ho voglia di piangere.

Sorrido.

Una piccola torretta nasconde ancora quell’uomo con la fettuccia nera intorno al braccio al quale pochi giorni prima avevo chiesto indicazioni per Damascus Gate.

Mi guarda. Lo guardo in cagnesco. Controlla ogni mio singolo passo. Ma io non ho più bisogno di lui. Conosco ogni centimetro di quello strapiombo che serve per evitare un paio di lunghi tornanti. Inciampo. Impreco. E lui mi guarda. Immobile nel corpo ma vigile ed elastico sul collo. Faccio con la mano il gesto che unisce le dita verso un punto come a dire “ma che cazzo vuoi da me?”. Abbassa per pochi istanti lo sguardo. Rimetto gli occhi a terra e piano piano continuo a scendere. Incurante di quello sguardo che mi seguirà fin quando diventerò un punto lontanissimo.

Non vado diritto per la strada che conosco.

Non ne ho voglia.

Non ho voglia di ricordi adesso.

Svolto a sinistra.

Piano piano le persone che incontro si moltiplicano.

Gli odori del traffico si trasformano in odore di spezie.

Le persone perdono quei colori bui e quel passo prescioloso e acquistano lucentezza.

Incontro occhi sorridenti.

Vivi.

Vogliosi di mostrare la propria energia repressa.

Ma io sono triste.

Ho dentro un mondo fatto di mostri e di violenze.

Di no e di muri.

Di occhi e fucili puntati.

Bestemmio.

Maledico chi mi ha costruito questo carattere odioso.

Cammino.

Con una lentezza esasperante.

In un barlume di coscienza mi accorgo che quella strada va troppo a sinistra.

Voglio Damascus Gate. Voglio rientrare di là. Fermarmi per ore in un punto a guardare. Voglio farmi del male serio.

Decido di non tornare indietro.

Dovevo andare dritto per avere la certezza della meta.

Ma in fondo troppe certezze stanno svanendo.

Cosa me ne faccio di una così scialba?

Vedo un tram in lontananza.

Sono sicuramente di fronte a quel muro che tiene dentro la Old City.

Ripenso a quando ci entrammo la prima volta.

Sorrido.

Era un punto lontano da tutto.

Nascosto agli occhi dei turisti.

Diroccato.

Sporco.

Meraviglioso.

Mi intristisco.

Sorrido ancora.

Penso che quella sera ho salvato la vita ad una persona tenendola con due dita e facendo una strana danza su quei lastroni.

Chiudo gli occhi per un istante.

Annullo ogni pensiero.

Accendo una sigaretta incurante dei conati che vengono su.

La strada finisce mostrando quel muro senza porte e quei binari costruiti per separare più che per avvicinare un posto all’altro.

Non attraverso la strada.

Giro a destra.

Il susseguirsi di negozietti e di bancarelle non mi turba né mi distrae.

Sono troppo lontano da tutto.

Fumo.

Inciampo spesso.

Lo zaino comincia a creare sudore sulla schiena.

Fa proprio caldo.

Il mio sguardo cade dentro agli occhi di un bambino. Mi sorride. Accosta pollice ed indice alla  bocca per farmi capire i suoi bisogni. Mi fermo. Mi abbasso sulle gambe per arrivare alla sua altezza incurante del dolore di quel movimento. Metto la mano in attesa di un cinque che arriva potente e robusto. Faccio finta di essermi fatto male. Ride a crepapelle. La gente passa e guarda curiosa. Mica come quegli altri. Fino a pochi istanti prima non sarebbe entrato uno spillo nel mio stomaco. Ma che fai? Non fai compagnia a un bambino che ha vinto per premio una colazione gratis da un viso pallido? Sceglie lui. Dal più trasandato dei banchetti. Prende due cornettazzi, quelli che costano meno, me ne passa uno e poi scompare. Ma come? Cazzo fai? Mi lasci solo come un coglione?

Pago.

No. Non pago. Quell’uomo non vuole i miei soldi. Ride. Forse la mia faccia lo ha soddisfatto.

Rimetto quei 20 shekel nel portafoglio.

Con un gesto istintivo tiro fuori il portafoglio e controllo che quella cartuscella conquistata a Ben Gourion sia ancora là.

Ho un desiderio pazzesco di strapparla.

Il baratro.

Ancora.

La gente torna ad essere lontanissima da me.

Ma sono io.

Lo so.

Guardo l’ora.

Sono le 10.30.

Ho la scarpa destra slacciata.

Me ne fotto.

Mi siedo sullo scalino di un negozio.

Sonnecchio.

Cosa ne sarà di me?


Per aria After the Gold Rush - Neil Young

martedì 22 aprile 2014

Gotta love that’ll never die

In fondo io credo di essere una persona fortunata.

Sono qui.

Ancora qui.

Io posso parlare.

Scrivere.

Raccontare quello che i miei occhi hanno visto.

Quello che il mio di dentro ha provato.

Ogni singola emozione.

Posso decidere di tenere dentro.

Scegliere.

Io posso addirittura accogliere.

Allargare le braccia.

Posso far entrare e richiuderle.

Sentire il caldo di chi decide di affidarsi.

Io posso addirittura essere respinto.

Mi posso incazzare.

E posso girare intorno ad un ostacolo andando a vedere da fuori un sogno.

Eh si.

Io sono proprio fortunato.

Posso cambiare idea.

Posso ritornare sui miei passi.

Posso essere inconcludente e darla a bere.

Posso farmi il culo e sembrare inconcludente.

Posso essere vittima di assalti insensati di violenza.

Posso trovare il modo di guarire.

Posso denunciare.

Posso perdonare.

Io posso addirittura capire male o spiegarmi male.

Ma ho la possibilità di chiarire.

Io sono davvero fortunato.

Posso nascondere dietro l’orgoglio i miei limiti.

Posso crollare, piangere, chiedere scusa.

Posso andare e tornare in un posto.

Posso passare giornate intere in attesa di una telefonata che magari non arriverà mai.

Posso mandar giù birre e tenere la pipì per non perdermi un discorso che mi interessa.

E posso svuotare la mia vescica dietro una macchina.

Posso guardare gli occhi di una persona che soffre e non fare nulla.

O cercare di incrociarli facendo smorfie.

Io posso decidere se dormire o non dormire.

Io sono fortunato veramente.

Anche quando sembra che tutto si sfilacci.

Anche quando un sogno viene arrotolato dentro un baule perché crea insicurezze.

Anche quando la mia presenza dà fastidio.

Anche quando non so cosa fare e sembra che ogni parola e ogni pensiero sia incoerente con quello prima.

Anche se a volte sto proprio male e mi sento messo via da chiunque.

Anche quanto intorno è solo silenzio.

Anche quando quel maledetto muro viene ricreato paro paro sui sedili di un’altalena.

Sorrido.

E metto via la malinconia perché ho il fuoco nelle mie mani.


I hope you understand
Gotta love that’ll never die
Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing

Per aria Lucky Man – The Verve

venerdì 4 aprile 2014

Io vado - Devo solo riprendere fiato - dedicato


Avrei voluto

Ho anche detto che lo avrei fatto

Ne avevo la certezza assoluta

Ne sentivo assoluto bisogno

Ma non l’ho fatto

No

Ancora no

E non so se lo farò

Sarà difficile che lo farò

Il tempo stringe

Il tempo non mi darà tempo

Il tempo trasformerà una parola data in una parola delusa

No

Non mi sento in colpa

La mia vita è intrisa di sensi di colpa

Creati col pennello altrui

E disegnati addosso al mio incedere

Stavolta no

Stavolta è diverso

Quando si hanno delle intenzioni che hanno bisogno di spolverate di sofferenza l’impulso iniziale deve lasciare spazio alla razionalità

Mi fa paura la razionalità (tu lo sai)

Ma quando vai a rischiare di toccare i nervi altrui non puoi non devi farci i conti

Capiranno

Lo so

Mi amano e capiranno

Uso parole che ai più sembreranno astruse

Ma capiranno

Avrei voluto scrivervi

Raccontarvi quello che provo

Quello che non è possibile conoscere ora

Quel salto nel vuoto dove ogni tentativo di programmazione e protezione sembra impossibile

Quello di come ci si sente quando forse potrebbe essere l’ultima volta che vi parlo

Avrei voluto scrivervi

Dirvi quanto vi amo

Malgrado la mia incapacità di mostrare l’affetto che provo

Malgrado il senso di imbarazzo nei quali spesso vi ho smesso

Malgrado io sia solo un intingolo di miserie alle quali spesso avete dato da mangiare

Avrei voluto abbracciarvi

Ora

Prima di andare verso qualcosa che mi dà emozioni enormi

Le più intense

Le più belle

Le più inquiete

Avrei voluto lasciarmi coccolare

Per dimenticare la paura per un attimo solo

Quante volte si va via e sulla strada del ritorno si pensa a cosa si è dimenticato di fare

Quanti programmi meravigliosi sono saltati perché nel momento della loro realizzazione si è pensato a fare altro

Quanti affanni mi hanno impedito di godere di voi

Quante volte non mi sono preso il tempo per fare le cose che avrei voluto fare

Perdendole

E ora corro

Veloce

Più veloce che posso

Togliendo la punteggiatura per mostrare nuda ai vostri occhi la mia apnea

A mettere toppe su un tubo che fa acqua da tutte le parti

Con solo due mani a disposizione

Non ci sarà alcuna possibilità di rendere vivi i miei avrei voluto

Gli attimi persi

Ma conto sui ricordi

Quanto abbiamo condiviso

Quello che ci ha portati a farmi sentire la necessità di dirvi che io in questo preciso istante avrei voluto scrivervi

Chiamandovi per nome

E rendendo le mie parole solo vostre

Nostre

Invece di infilarle in una pagina alla mercé di chiunque

Io sono questo

Avete sofferto per me

E mi avete accettato per quello che sono

No

Voi no

Voi non avete mai avuto la parte di me del buon viso e cattivo gioco

Voi avete avuto la grande sfiga di aver ricevuto la parte più vicina ai nervi

Quella che mi spinge a raggirare un avrei voluto in un surrogato di una semplice dichiarazione

Eccomi

Sono qua

Ti amo con tutto il cuore

Io vado

Devo solo prendere fiato

Per aria Just Breathe – Pearl Jam

dedicato