venerdì 12 dicembre 2014

Lisa. La scatola rossa.

Per coloro che volessero leggere la storia dall'inizio di seguito le puntate precedenti

  1. Testamento
  2. Giulia. La scatola azzurra. Parte 1.
  3. Giulia. La scatola azzurra. Parte 2.
  4. Giorgio. La scatola Grigia.
  5. Fabio. La scatola gialla.


Lisa. La scatola rossa.



Piangeva da più di un mese.

Piangeva di una disperazione che non aveva bisogno di lacrime.

Piangeva mentre dormiva, mentre mangiava, mentre correva da una parte all’altra della città per cercare, senza trovarlo, un posto in cui fermarsi, mentre parlava con le persone, mentre era sotto la doccia.

Piangeva persino mentre rideva.

Ma nessuno intorno a lei si accorgeva di questo suo piangere.

Era come se il suo di dentro fosse stato completamente chiuso al mondo.

La notizia terribile non era arrivata nel momento immediatamente successivo a quello in cui lo aveva lasciato.

Non si sentivano spesso e quei pochi amici comuni non avevano pensato a lei.

La notizia era arrivata con quella raccomandata.

Ritirata come si ritira una multa.

Con la stessa preoccupata rabbiosa avversione.

Ma multa non era.

Era la chiamata di quel notaio sconosciuto per l’apertura del testamento di.

Rimase come sospesa a mezz’aria alla lettura di quel nome.

La ricerca che stava facendo nei suoi ricordi su quale fosse il semaforo eluso era rimasta impallata sull’incrocio tra via La Marmora e Corso di Porta Romana.

Poi l’apnea.

Poi il suo viso davanti.

Era passato un mese.

Un mese intero a piangere senza sosta.

Dentro.

E ora era fuori da quello strano consesso di persone a lei sconosciute.

Fu l’ultima ad uscire da quella stanza.

Naturalmente anche là aveva fatto una delle sue solite figure barbine rovesciando completamente la sua borsa a terra e mostrando agli astanti i suoi innumerevoli imbarazzi fatti di libri, dolcetti e matite di ogni tipo e colore.

Ma nessuno rise.

Ognuno teneva il tono misto tra dolore e curiosità.

Chi più di dolore, chi più di curiosità, chi la classica via di mezzo di quello che sta là per paura di fare la figura dello stronzo a non starci.

Ma lei sorrise.

Perché era abituata a sorridere sempre e comunque.

Anche se dentro piangeva.

Anche se dentro aveva paura.

Anche se dentro era in un imbarazzo fortissimo.

Era tempo di uscire.

Di andare a quell’appuntamento col pacco di color...

Sorrise ancora.

Perché era sicura che quello sarebbe stato il colore del suo pacco.

Ma lei era il tipo da non dare mai nulla per certo, soprattutto le cose che le spettavano davvero.

Soprattutto quelle che le spettavano per volontà quasi divina.

Figuriamoci quel colore.

Avrebbe raggiunto la stazione Termini a piedi.

Un paio di chilometri per respirare lo smog di Roma.

Si ritrovò esattamente nel punto in cui molti anni prima, a un metro uno vicino all’altra e in mezzo a tanta gente, lui le mandò un sms con su scritto “ti prego portami via di qua”.

Sorrise ancora.

“Quanto avrei voluto...” disse senza voce e muovendo le labbra.

Lo sentiva vicino.

Entrò in quel bar torrefazione, esattamente di fronte all’entrata della stazione, con la certezza di trovarlo al bancone a bere il suo caffè ristretto e senza zucchero.

Aveva una voglia infinita di abbracciarlo e di dirgli “si, andiamo via! Non ci sto bene neanche io con questi qua!”

Prese il suo caffè.

Lo prese più per aspettare ancora un attimo che per effettivo desiderio.

Anzi.

Quella fu una scelta terrificante.

Il suo stomaco cominciò a scricchiolare e a far male.

Ma era nervoso, dolore, ansia.

E... “Cazzo! Spero proprio che nessuno a casa si sogni di aprire quel pacco!”

Entrò in stazione.

Mancava davvero poco alla partenza.

Salì quando la gente già correva per paura di perdere il treno.

Pochi istanti prima, insomma.

Cercò il suo posto.

Mise in ordine le sue cose.

Le cuffiette alle orecchie.

Il libro che lui le aveva regalato nell’ultima occasione in cui si erano incontrati sulle gambe.

Lo prese per un istante.

Lo aprì.

Lesse a caso.

“Nasciamo tutti possedendo già i tesori più grandi che avremo nella vita. Uno di questi è la tua mente, un altro è il tuo cuore. E gli strumenti indispensabili di queste ricchezze sono il tempo e la salute”

Fece partire il lettore mp3.

E poi poggiò la testa chiudendo un poco gli occhi proprio mentre quel treno mosse i suoi primi passi.

Arrivò a Milano in un istante.

Non aveva mosso un nervo per tutto il viaggio.

Malgrado la musica.

Malgrado il solito bambino rompicoglioni qualche sedile più in là.

Neanche il controllore aveva avuto il coraggio di svegliarla.

Prese le sue cose in fretta.

Corse verso l’uscita.

Discese.

Corse ancora come in preda ad un raptus.

Si diresse verso la stazione dei taxi.

Non aveva alcuna voglia di tornare a casa con i mezzi pubblici.

Era a poco tempo di taxi da quella scatola a troppo di autobus.

Indicò la strada al conducente con una forza che non le era propria.

Poi si rilassò.

Mancava davvero poco.

Pochissimo.

Guardava fuori.

Con la testa appoggiata al finestrino come quella sera lontanissima in cui lo salutò con la mano andando via da quel posto in mezzo alla campagna lasciandolo fermo a guardarla allontanarsi.

La sera in cui la sua testa vestiva quella fascetta rossa.

Ecco.

Ci siamo.

Casa.

Pagò.

Lasciò il resto senza neanche dire tenga il resto.

Aprì la portiera.

Corse al vano bagagli a ritirare il suo trolley.

E si precipitò alla porta di casa.

“Cazzo cazzo!”

Aveva come dimenticato che in quella casa a quell’ora c’era la sua famiglia.

Guardavano la televisione e la stavano aspettando, forse.

Si ricompose.

Lasciò per un attimo il suo corpo in posizione di stasi a far scendere i battiti.

Riprese fiato.

Sorrise ancora.

Infilò la sua maschera.

E suonò il campanello.

Aprì suo marito.

La baciò sulla fronte.

“Ti ho lasciato qualcosa da mangiare...”

Si guardò intorno alla ricerca della sua preziosa scatola.

Non c’era nulla nel salone.

“Grazie. Ehe... Ci sono novità?”

“No. Nulla di importante.”

“Mi ha cercato qualcuno? Telefonate?”

“No davvero una giornata tranquillissima”

“Ok. Senti ma....”

“Ah è venuto un corriere prima. Ha portato una scatola per te. Rossa.”

“Davvero?”

“Si si rossa. E’ in camera.”

“Grazie. Vado a fare una doccia e poi mangio qualcosa. A dopo!”

C’era.

La scatola era davvero rossa e c’era.

Smise di ridere.

Ma solo perché in quel preciso istante il suo di dentro smise di piangere e non c’era alcun bisogno di coprirlo.

Entrò in camera.

Chiuse a chiave la porta alle sue spalle.

Era là.

Vicino al letto.

Ed era dello stesso rosso di quella fettuccia.

“Sei scontatino sai?”

Sorrise.

E lentamente cominciò l’opera di apertura.

Un foglio chiuso a 4.

Una pen drive.

“Ciao Lisa,

intanto scontatino sarai tu!

Spero non ti sia dispiaciuto questo viaggio.

Mi rincresce un po’ averti costretta a questo, ma sono sempre stato un po’ stronzo.

E tu lo sai.

Intanto spero che tu la smetta di piangere.

Credo sia inutile.

E ti assicuro che la cosa mi scoccerebbe.

Specie se da morti saremo davvero in grado di star vicino alle persone alle quali vogliamo bene.

Ma nel dubbio facciamo che è così.

E facciamo che, nel caso tu stia ancora piangendo per me, ora è il momento ok per smetterla.

Allora.

Avrai visto la pennetta.

C’è il mio libro là dentro.

L’ho finito nel preciso istante in cui mi è venuto in mente di fare testamento.

Io credo sia bellissimo.

Hai letto qualche pezzo nel corso degli ultimi anni e sembravi entusiasta.

Ma non ho alcuna intenzione di pubblicarlo ora, mentre scrivo.

Sarai tu a farlo dopo che l’avrai letto e aggiustato un po’.

E’ tuo.

C’è anche una canzone dentro.

Vorrei la ascoltassi.

Vorrei che lo facessi ora.

Ti giuro che se funziona che noi siamo là a vegliare su di voi io sarò con te.

Adesso.

Un abbraccio grande.

Daje.

P.S. Scontatino a me? tsk!”

Obbedì.

La canzone partì.

Piansero insieme.

“People were laughing, smiling with the sun
They knew that summer had begun”


Per aria Blossom – Nick Drake

10 commenti:

  1. Non poteva che essere rosso il coloro del cuore...
    Al "Daje" mi sono commossa, me lo diceva sempre il mio nonno romano :)

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  2. ha deciso di andarsene o è successo perché doveva succedere?

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  3. i quadri che schizzi sembrano pezzi di vita che ho vissuto/che vivrò/che avrei potuto vivere, se solo. Ora credo che un giorno potrebbe esserci una scatola anche per me perché spero che non sarà così che lo saprò ma sarà così che piangerò.

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    1. io non so chi tu sia
      non so che scatola aprirai
      se la aprirai
      se ne hai bisogno
      la vita, come la morte, merita il suo tempo.
      si piange ma è un'assurdità legarla a qualcosa che non c'è più
      a qualcuno che non c'è più
      non so
      mi confronto con te
      senza capire bene.
      ma...
      ... colore preferito? :-)

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  4. verde, ovviamente :)

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  5. ora blu notte, naturalmente :))

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