lunedì 1 dicembre 2014

Fabio. La scatola gialla.


Era arrivato a quell’appuntamento per curiosità.

Nulla di più.

Lo avevo perso di vista da talmente tanto tempo da dover fare mente locale per un po’ per capire chi fosse.

Ed in fondo l’apertura di un testamento era pur sempre motivo buono per acchiappare qualcosa di insperato.

Ogni tanto, in realtà, nei giorni precedenti, si era chiesto il perché proprio lui, cercando di portare alla memoria qualche flash, qualche trascorso, qualche momento significativo.

Avevano condiviso il banco di una scuola per un paio di anni.

Si erano aiutati nei compiti in classe, o meglio, aveva copiato sempre nei compiti in classe e senza mai cambiare una virgola.

Erano usciti assieme a cercar di rimorchiare senza mai riuscire. Anche se mi sa tanto che non era mai stata la compagnia giusta per rimorchiare.

E poi si erano persi, come si perdono quelli che non hanno nulla da condividere.

Neanche su facebook si erano ritrovati più.

O, meglio, non si erano neanche mai cercati.

Eppure ora era in quella stanza con altre 10 persone che cercavano ognuna gli occhi dell’altro, che cercavano di capire cosa li aspettasse.

Ognuna con il proprio sentire il proprio dolore.

A parte qualche sordo che faceva la faccia triste più per circostanza che per reale partecipazione.

La lettura delle disposizioni.

La promessa.

E poi via.

Verso casa.

A fare scarta la carta.

In fondo il giorno in cui quel suo vecchio compagno di classe abbandonava il mondo dei vivi si celebrava il suo compleanno.

Probabilmente era un regalo.

“Speriamo ci siano soldi a sto punto”.

Quel pensiero uscì da solo, libero come sono liberi gli stronzi.

Ma un senso di colpa venne fuori all’istante.

E fu così che cominciò ad inanellare pensieri positivi a mo di sega mentale.

Più per superstizione che per altro.

“Chissà se ha mandato quella scatola alla mia nuova casa”.

Appena scevro da costruzioni della mente tornò sui pensieri che contavano per lui.

Abitava, ai tempi della scuola, al confine tra il Giuliano Dalmata e la Cecchignola in una di quelle case che il demanio militare assegnava a quelli dell’esercito.

Era nato, cresciuto e pasciuto col desiderio di far parte del Battaglione San Marco, ma non ci era riuscito.

Non era perfetto fisicamente e più di tanto non ci arrivava.

Sapeva solo menar le mani nel momento in cui la dialettica diventava qualcosa di inarrivabile.

“E’ l’unico che non ho menato! Forse mi vuole ringraziare per questo...”

Avevano uno strano rapporto.

Lui non aveva mai utilizzato la propria parlantina per metterlo in difficoltà.

In cambio aveva ricevuto nessun pugno.

Lui lo aveva a cuore.

In cambio aveva ricevuto nessun calcio.

Lui aveva cercato di...

“Cazzo! Ecco cos’era!”

Quel terribile flash arrivò quando era ormai a pochi metri dalla sua “nuova” casa.

Una catapecchia al Prenestino.

Gli avevano staccato la luce e il gas per morosità.

Ed era sotto sfratto per lo stesso motivo.

Non si lavava da giorni ed era forse questo il motivo per cui il notaio non lo volle affianco a sé un’oretta prima.

Salutò Jamal che rispose “amico non ho sigarette mi dispiace”.

E cominciò a salire le scale.

Era grasso.

Lo era sempre stato.

E ogni volta era una fatica immensa fare quei 132 gradini.

Ma stavolta la velocità era doppia ed uno strano senso di vitalità scorreva tra le vene come fa quel liquido del cazzo che ti iniettano mentre fai una tac.

Lui aveva cercato di...

E quel giorno gli diede un cazzottone sulla spalla che lo fece piroettare rovinosamente contro un muro.

Aprì la porta semplicemente con una spallata.

“Che puzza di merda cazzo!”

Accese la luce. Che non si accese.

Accendino.

Luce.

Pacco.

Giallo.

“Che cazzo vuoi Jamal?”

“Venire uno oggi. Consegnare pacco. Io fatto guardia. Meritare qualcosa.”

“Vaffanculo Jamal!”

“Lui dato lettera. Dire che tu leggere prima di aprire scatola. Io dare solo se tu dare qualcosa da bere me”

“Bastardo!”

Corse in cucina.

Aprì il frigo buio.

Vino.

Lo aveva rubato al supermercato per cercare di trovare il modo per prendere sonno.

“Ecco maledetto pezzo di merda. Dammi la lettera”

“Grazie. Ecco lettera. Ecco candela per leggere. Ciao amico!”


Caro Fabio,

ebbene si, io sono morto.

In realtà pensavo di esserlo già quel giorno in cui mi hai mollato quel cazzotto addosso, ma all’epoca riuscii a farcela.

So dove sei ora.

Ho fatto un giro per casa tua qualche tempo fa.

Un certo Jamal mi ha fatto entrare in cambio di una bottiglia di vino.

Ti assicuro che ci sono rimasto malissimo e ti assicuro che se non avessi avuto paura di ricevere un altro dei tuoi cazzottoni avrei tentato di fare qualcosa per te, magari riproporti quell’idea pazza che ti proposi quando avevamo 16 anni.

Io sono sicuro che se mi avessi dato ascolto adesso sarebbe andata meglio.

E sono sicuro anche che fino a poco fa non ci avevi neanche più pensato.

Sei sempre stato un orso incapace di ragionare ma quel talento che avevi, che hai, dentro era il motivo per il quale io ho sempre evitato di mandarti a cagare, almeno finché ho potuto senza aver problemi per la mia incolumità.

E tu un pochino, l’avevi capito, orso di merda, almeno con l’inconscio.

E poi?

Poi ti sei sentito spiazzato.

Spiazzato da un coglione che ti stava volendo bene.

Sai che c’è?

Io ci riprovo.

Tanto al massimo potrai venire a pisciare sulla mia tomba adesso.

Convinciti.

Magari esci da quella topaia e cominci a vivere un pochino.

Daje apri quella scatola gialla!


Lo avrebbe ammazzato ancora in quel preciso istante se se lo fosse trovato davanti.

Ma il cazzottone lo diede alla scatola.

Poi la prese, uscì sul pianerottolo a cercare un po’ di luce in più.

Era proprio lui.

Quello spartito che quello spaccone di merda riempì con la melodia che il giorno in cui morì suo padre fischiettava piangendo disperato.

Lo aveva intitolato Put the yellow inside.

Gli tornarono perfettamente in mente le parole di quel giorno.

“Devi portarlo a qualcuno che sa suonare. Io poi ti scrivo il testo. Ho già in mente qualcosa. Sarà un successo incredibile, Fabio. Tu hai fatto una melodia che prende. Che colpisce in pieno nello stomaco e nelle tempie. Hai talento cazzo! In questi anni ne hai fischiettate tantissime. Tu dai speranza Fabio! Basta rabbia. Basta! Metti un po’ di giallo nella tua vita. Fatti a strisce tieni il tuo nero e mettici il giallo. Come se fossi un’ape...”

Quel cazzotto mise fine a quelle parole e con loro a quell’amicizia un po’ stravagante.

Urlò con tutta la forza che aveva in corpo.

Jamal, seduto su uno scalino al piano di sotto si svegliò, senti come lo strappo di un foglio e si assopì di nuovo pensando che quel vino era proprio una merda.

Qualcuno che ancora pagava la luce là dentro in quel preciso istante mise su un pezzo di una scema che si dondola su un lampadario dopo essersi scolata 1,2,3 drink come se non ci fosse domani.

Quel pezzo era in testa alle classifiche di vendita in quel mondo disperante ma era secondo in un mondo parallelo, più bello forse, proprio dietro Put the yellow inside.

Per aria Chandelier - Sia

1 commento:

  1. Giallo è un altro colore che non mi appartiene, non lo sceglierei mai per un vestito o una tinta di una stanza... Ma è trovo che sia un buon colore per il cambiamento, eccessivo come bisogna esser quando ci si deve dare una svegliata. E magari Fabio riesce a fare la muta :)

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