mercoledì 10 settembre 2014

La fine del cammino

Dovrei smettere di scrivere pensando a quello che vedo e che sento dentro.

Dovrei cominciare ad inventare storie.

Starmene avulso dalla realtà.

Lontanissimo da me e dai posti in cui infilo i piedi e le mani.

Lontanissimo dalle persone.

Lontanissimo dalle condivisioni, dalle divergenze.

Lontanissimo da qualsiasi cosa possa far pensare a me.

Dovrei celare chi sono, cosa faccio, perché lo faccio, cosa sento, a che ora mi alzo, cosa mangio, in quanti minuti faccio un km, se sto bene, se sto male.

Una macchina.

Una macchina senza chiavi.

Da guardare distrattamente.

Parcheggiata bene in un posto dove c’è parcheggio per tutti.

Che non dà fastidio.

Bianca.

Anonima.

Dovrei davvero smettere di sentire addosso gli occhi del mondo.

Di sperare che davvero ci siano occhi che abbiano bisogno di posarmisi addosso.

Dovrei davvero, finalmente, cominciare ad inventare storie.

Semplici.

Banali.

Che nessuno legge.

Che nessuno leggerà mai.




C’era una volta un vecchio signore che si mise in testa di collezionare sassi. Idea banale se non fosse stato che la sua collezione avrebbe dovuto viaggiare con lui. Nel suo piccolo zaino.
Fu così che un giorno decise di mettere addosso dei vestiti comodi e un paio di scarpe da ginnastica.
Lasciò ogni cosa.
La sua casa che era ormai in mano alle banche, gli amici, che tanto non aveva più e i ricordi.
Partì.
A piedi.
Lui, il suo vestito comodo, le sue scarpe da ginnastica e il suo zaino vuoto.
Aveva ben chiaro nella sua mente come fare quella raccolta di sassi.
Avrebbe preso il primo sasso raggiunto dai suoi occhi ad ogni sosta ristoratrice.
Durante il cammino non doveva assolutamente fermarsi.
Neanche se avesse visto la cosa più bella del mondo.
Neanche se avesse incontrato la donna più bella.
Neanche se la donna più bella si fosse innamorata di lui.
Lui doveva fermarsi solo quando era esausto e raccogliere il primo sasso prima di crollare.
Avrebbe dovuto tenerlo stretto in una mano fino a ristoro completato.
E prima di ripartire custodirlo nel suo zaino.
Camminò per giorni.
Prese sassi di ogni tipo.
Di ogni misura.
Di ogni peso.
Attraversò posti incantati e lugubri senza mai goderne o soffrirne.
Ma ogni giorno la stanchezza arrivava prima.
Il peso diventava insostenibile.
E la raccolta di sassi sempre più ravvicinata.
Non aveva pensieri quell’uomo.
Era ormai diventato un automa.
Non aveva espressioni.
E durante quel lungo viaggio nessuno si accorse di lui.
Era come se fosse unico abitante del mondo.
Un mondo fatto di sassi e strada da percorrere.
Obbiettivo e cammino mischiati assieme.
Era come se avesse perso i sensi nel momento in cui poggiò il primo piede alla partenza.
Era come se non esistessero altri che lui, la strada e i sassi.
Fino al giorno in cui cadde a terra esausto in un punto in cui non c’erano sassi da raccogliere.
Un deserto di sabbia.
Scoppiò a piangere.
E riprese i sensi.
Si strappò via lo zaino pesantissimo di dosso.
Lo aprì.
Cominciò a tirar fuori ad una ad una tutte le pietre che aveva raccolto durante il suo cammino.
Le mise vicine sul terreno.
E poi una sull’altra.
Era un puzzle che prendeva forma.
Un incastro perfettissimo
Quanti sogni aveva cullato nella sua vita senza riuscire a realizzarne uno?
E ora quando era davvero troppo tardi stava lasciando al mondo là fuori un manufatto che avrebbe garantito la realizzazione dei desideri più belli a chi passando vicino avesse avuto la sensibilità di vederlo.
Aveva completato la sua opera nell’ultimo giorno della sua vita di umano.
Quel vecchio signore si trasformò in albero.
Da quel giorno avrebbe visto gente di ogni tipo, razza, sesso e religione passare di fronte alla sua opera.
Gente indifferente e cieca.
Gente che andava di fretta.
Gente che piangeva.
Gente che imprecava i santi.
Gente che violentava altra gente.
Ladri, puttane e politicanti da quattro soldi.
Preti, pie donne e ipocriti di ogni tipo.
Dittatori e schiavi.
Bianchi, neri e cinesi.
Belli, brutti e sciapi.
Bimbi, giovinetti, adulti vaccinati e non, vecchi e gente che non si sa quanti anni ha per via del lifting.
Da quel giorno avrebbe visto indifferenti di ogni specie.
E avrebbe visto gente che colorava di stupore il proprio viso.
Stupore vero, vivo, che resta per sempre.
Quella gente che avrebbe voluto avere vicino durante la sua vita, che gli era passata accanto e che non aveva mai compreso.
Quella gente che sarebbe tornata ogni giorno a poggiare la proprio schiena sul suo tronco a godere l’incanto.
Qualcuno visse felice.
Altri meno.

And you know my love
this is the end of the road
this is the end of the dream
this is the end of the life


Per aria This is the end of the road - Happyendless

5 commenti:

  1. Un po' gli assomigli a quel vecchio signore, ma anche no.
    E non so qual è la parte più bella, se la somiglianza o il 'ma anche no'.

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  2. dovresti fare quello che senti giusto, indipendentemente.
    Scrivendo d'istinto racconti di te la parte che vive, scrivendo storie racconti di te la parte che vuoi far vivere, ma anche dentro questa ci sei tu.
    mai possiamo prendere le distanze da noi stessi, possiamo solo scegliere i risalti, a cosa dar luce e cosa mantenere ombra e segreto.
    Sto imparando che il dolore aiuta in questa scelta, aiuta a "desiderare" la luce del bene. E quando la desideri fortemente, a poco a poco, senza accorgerti, inizi a concederle spazio, a sentire quanto è presente e compagna.
    Per me è così, per te forse no, ma te lo auguro di cuore
    Pat

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