lunedì 11 agosto 2014

Di tregua in tregua

Nel cuore della notte un botto sordo.

E poi un altro.

E un altro ancora.

Sembrava potesse essere la notte giusta per riposare un po’.

Ma la smentita è chiara.

Nessuno spavento.

L’abitudine a sentire quel suono non sarà mai routine, ma.

Inquietudine.

Si.

Passare dalla posizione supina a quella seduta è un attimo.

Gli addominali, dopo un mese di continuo allenamento, sono rinforzati e vigili.

Basta tirare su una gamba, rimasta fuori dal letto in inconscia posizione di fuga, affiancarla all’altra e spingere indietro coi piedi piegandole entrambe a far tavolino colle ginocchia, pronte ad accogliere la fronte, in posizione di disperazione.

Qualche attimo a sperare che finisca presto.

Che non sia come la notte prima, come le notti prima, come le notti di qualche anno fa.

Movimento in casa.

Si alzano tutti.

Si vestono.

Mangiano.

Controllano le piccole borse con l’essenziale messe vicino alla porta di casa, come fanno da noi le partorienti per avere tutto a portata di mano ad acque rotte.

La piccola al piano di sopra urla.

Ogni singolo rumore la spaventa.

Lei non si abituerà mai.

Nessuno si abituerà mai.

Voglia infinita di lasciarsi andare.

Di tornare a chiudere gli occhi e affidarsi al destino.

E’ buio.

Non c’è corrente.

Non c’è quasi mai più corrente.

Il telefono è carico ma poco.

Se si accendesse vibrando proprio ora sarebbe la fine.

Di ogni cosa.

Del ricordo.

Delle cose.

Dei libri.

Delle foto.

Dei giochi messi a far da soprammobile dopo anni di onorata carriera.

Se si accendesse vibrando proprio ora sicuramente si tratterebbe di quel messaggio subdolo che invita ad andare via in fretta perché la tua casa sta per saltare in aria.

Messaggio che qualcuno onora come meritorio di Nobel.

Messaggio che il solo pensiero che esista è abominio.

La porta della stanza si apre.

Qualcuno controlla.

Non parla.

Sorride, cupo in volto.

Ha un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua.

Lo posa sul comodino.

Potrebbe essere l’ultimo pasto prima della fuga nella miseria dello sfollato.

Potrebbe essere l’ultimo pasto.

In assoluto.

Ancora una bomba arriva dall’alto

Cade vicinissimo.

I vetri vibrano.

La bimba urla.

Poi silenzio.

Odore acre.

Conati.

Voglia di morire in fretta.

Per quanto tempo ancora?

Perché?

Milioni di miliardi di perché lasciati andare.

Attesa.

La prossima dove cadrà?

Avviseranno?

Cosa fa il mondo fuori di qua?

E quelle persone che tingono i propri volti con la bandiera che tutti gli altri odiano?

Sono nulla?

Perché lo fanno?

Non hanno di meglio da fare?

Riusciranno a.

Un altro botto.

Diverso dagli altri.

Loffio.

Odore di gas.

E’ finita?

Tornano le lacrime.

Sembrava non ce ne fossero più.

Quei mostri sono capaci di succhiare anche quelle.

Quei mostri non hanno pudore.

Prendono fino a che c’è da prendere.

Prendono anche i morti seppelliti.

Prendono le anime.

Passando per vittime.

Come lupi affamati.

Incuranti delle urla.

Godendo del dolore che provocano.

Come se fosse vitale per il loro esistere.

Bestie.

Bestie senza cuore né anima.

Riusciranno un giorno tutte queste lacrime ad affogarli?

Cosa succede quando l’odio non basta più?

Ci si trasforma in mostri come loro?

Ancora un colpo.

Due.

Tre.

Infiniti.

Colpi nelle tempie.

Che restano.

Che resteranno.

A far di morte la sopravvivenza.

A rendere un incubo la sopravvivenza.

Manca l’aria.

Si fa giorno.

Gaza è nel fumo.

La bimba dorme esausta.

Una mosca solletica il collo come a dire “hai un altro giorno”.

Forse 72 ore.

Di tregua in tregua.

“There is another world
There is a better world
Well, there must be
Well, there must be”

Per aria Asleep – The Smiths

2 commenti:

  1. e' proprio come racconti...immaginare una vita fatta così, nessuno può riuscirci, forse i nostri nonni che hanno vissuto la guerra, che è si crudele,
    sempre, sadica, sempre, ma, perdonami il paradosso, aveva un suo onore,
    queste guerre non ne hanno alcuno.( tranquillo, ricordo l'olocausto, ma quello era fatto in sordina, il mondo non sapeva, il vicino contadino del campo non immaginava) questi sono spudoratamente inumani.

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  2. Guardo la tv e rimango atterrita.
    Penso alla tua missione e mi sento impotente.

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