giovedì 21 agosto 2014

Ancora e ancora e ancora e ancora

Non potevo restare chiuso in pochi metri quadrati.

Ma non avevo forze per muovere.

Non nelle gambe.

Non nello spirito.

Poi capita che arrivano stimoli che riescono a spostare cose ferme per loro essenza.

Sarebbe stato bello veder arrivare una carezza dietro al collo.

Di quelle che non saranno mai inaspettate perché di sperare non si smette mai, neanche quando è disperazione viva e gelata.

No gli stimoli erano diversi.

Freddo e zanzare.

E quella strana sensazione che solo stare sottoterra ti dà.

Soffocamento.

No.

Non potevo assolutamente restare chiuso in pochi metri quadrati.

Dovevo assolutamente muovere.

Dare forza alle gambe.

Annullare il blocco dello spirito.

Risalire da quella rampa rotante che mi aveva portato e lasciato abbandonato 10 metri sotto terra.

Cercare assolutamente di respirare.

Mettendo via lo stimolo di tenere libero il collo per una carezza che non sarebbe arrivata.

Che non arriverà mai.

Camminare.

Fino a sfiancarsi.

Senza fermarsi mai.

Se non per evitare di finire sotto una macchina o per guardare il culo a una bella ragazza.

Vigliaccamente, dopo che è passata.

Perché non avresti neanche la forza di assecondare un suo “ma che cazzo vuoi da me?”

E’ brutto confrontarsi con un “cosa vuoi da me?” vero?

Ma in quel cammino notturno sapevo che mi ci sarei imbattuto presto e non perché avevo lasciato i miei occhi poggiati su un bel culo.

Guardare una città di notte è strano.

Soprattutto se non l’hai mai vista di giorno.

Soprattutto se non l’hai mai vista.

Soprattutto se non hai una meta.

Soprattutto se nessuno ti verrà mai a cercare.

Guardare una città di notte ti fa capire cosa succede quando una città non serve a nessuno.

E ti fa sentire meno solo in questa sensazione.

Guardare i semafori funzionanti, con quel suono che ti fa capire ad occhi chiusi se puoi attraversare o no.

Non c’erano macchine.

Non c’erano persone.

Sarei potuto passare quando quel rosso davanti ai tuoi occhi sembrava infinito.

Come se il tempo si fosse bloccato in quell’istante.

Ma non potevo.

Non riuscivo.

Non me la sentivo proprio di incurarmi di una richiesta di star buono là ad attendere.

Anche quando ho capito che quel rosso sarebbe stato eterno.

E si sarebbe trasformato solo ed esclusivamente per mano di un elettricista.

O quando avrei girato le spalle e cambiato strada.

Poi succede che il cielo prende luce.

E che i lampioni si spengano.

Succede che quel lampo di follia che ti ha portato a camminare per ore si spenga.

E arrivano i dolori.

E arriva la notte vera.

Quella che hai dentro.

Arriva la necessità di cercare parole che ti aiutino.

Le cerchi lontano.

Le trovi.

Ma è peggio.

Perché riesci a trovare interlocutori che sanno e che sentono e che.

Quando pensi che nessuno possa capire quello che hai dentro.

Quando pensi che sei solo un inutile stolto egoista.

Quando pensi che.

Ci sono interlocutori che al tuo chiamare diventano più incazzati e rabbiosi di te.

Per te.

Come se in quel momento fossero te.

“Prendi un caffè”

Pensieri.

Quella città non aveva ancora finito.

Anzi.

Quella città si stava preparando per il suo exploit.

Distruttivo.

Quella città mi avrebbe colpito dritto sulla bocca dello stomaco e mi avrebbe lasciato sul ciglio di un precipizio con un unico dubbio.

Una bomba a orologeria placcata di speranza.

Si può annullare un dolore passando attraverso il fuoco di un dolore più grande?

Correndo verso il nulla?

Ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora  

Per aria A Forest – The Cure

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