domenica 6 luglio 2014

Possiamo soltanto ammortizzare le botte.

Spesso capita che per mancanza di sensibilità o per esitazione da paura si perda il momento giusto per dire le cose.

O peggio, le si rimandi.

Si ha sempre la presunzione che c’è tempo per riparare, che le parole non dette o i gesti rimasti immobili possano comunque arrivare in tempo malgrado la partenza ritardata.

Certe volta capita che quel tempo a cui si aspirava sia fuggito via rendendo vane le nostre parole e i nostri gesti che rimbalzano impazziti nella nostra testa, respinti dalla nuova realtà in cui ci si trova.

Respinti persino dal nostro cuore.

Perché il nostro cuore sapeva.

Ma lui è muto.

Va ascoltato come si ascolta il silenzio.

E il silenzio occorre saperlo ascoltare anche quando c’è frastuono.

Anche quando sembra sia assente.


Cosa resta dopo?

Amarezza?

Rabbia?

O forse sensazione di vuoto?

Ci si consola a volte con la presunzione di esperienza.

Ma…

Ma che esperienza può esserci stata per delle parole nate per far condivisione se quella condivisione poi puoi farla tra te stesso e il nulla?

Saranno forse fortunate le prossime parole, non certo queste.

Queste le puoi coccolare.

Puoi cercare di dimenticarle.

Oppure puoi scriverle…

E’ proprio così che nascono le lettere mai lette…

Quelle lettere fatte apposta per scaricare dalla testa quel tam-tam incessante.

Quelle lettere fatte ad uso e consumo di chi, estraneo al loro nascere e maturare, può commuoversi o sorridere, oppure può cercare di immedesimarsi nel soggetto attivo o di quello passivo o di entrambi.

Parole perse alla mercè di consumatori di emozioni altrui.

Bell’affare davvero!

Ma cosa stavi pensando nel momento in cui avevi la possibilità di esprimere le tue vibrazioni, le tue emozioni, le tue sensazioni?

Ecco…

Questa potrebbe essere la domanda del perfetto curioso.

Non serve a nulla sapere la risposta.

E’ un po’ come chiedere ad un bambino come mai non sia riuscito a mangiare il brodo con una forchetta.

La risposta sarebbe quella che dà chi alza le spalle, cambia direzione e poi se ne va.

Però c’è l’esperienza che si può fare su queste parole.

Quella voce che ci dice: “No! Aspetta un momento… 

Diglielo cosa pensavi, cosa provavi… 

Rispondi!

Chiudi gli occhi, sposta indietro le lancette del tempo…

Parla!

Rianima quel momento!”

“Io.

Io davvero…

Io…

Io non avevo nulla nella mia testa.

Aspettavo un gesto…

L’ispirazione, ecco!

Ma non ho avuto pazienza, e…

Ecco…

E’ andata come è andata.”

Cazzate su cazzate insomma.

Ma così fa la vita.

Ama prendersi gioco di noi.

Ama farsi le pazze risate sui nostri dolori.

Ama commuoversi per le nostre gioie.

Ama rassettare e disfare in continuazione le nostre certezze.

La vita ci coccola e ci soffoca e non siamo assolutamente in grado di assecondarne i capricci.

Possiamo soltanto ammortizzare le botte.

Possiamo soltanto stare in sensibile e concentrato ascolto per accorgerci degli attimi nel momento in cui si ammorbidisce per darci respiro.

Se li perdiamo è dura.

Se li perdiamo e ci accorgiamo di averli persi è terribile.

Come è terribile lo strascico di questa perdita.

Perché è morte…

…Senza speranza di resurrezione.

Per aria Breathturn - Hammock


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