giovedì 24 luglio 2014

Good Bye

“Vorrei provassi a fare uno sforzo in più, vorrei che per un istante mettessi via tutto il resto, vorrei ti concentrassi su di me, su quello che...”

Quel giorno mi parlava in maniera grave e disperata.
Cercava attenzione, cercava di capire, cercava una breccia nella mia guardia chiusa a tripla mandata.
Ma io non sentivo.
Non vedevo.
Avevo tutti i sensi obnubilati.
Incapaci di andare incontro ad un dolore.
Incapaci di manifestare il proprio di dolore.

“Vorrei provassi a capire me, i miei sforzi, il mio pentimento. Vorrei che sentissi vere e pure le mie scuse...”

Niente. Non riusciva in alcun modo a entrare. Io ero là, fermo, catturato dopo un lungo pedinamento. Non ero infastidito e neanche arrabbiato. Ero semplicemente un ciocco di legno. Un ramo che un fulmine aveva staccato da un albero che stava penzoloni ad aspettare di cadere e che nell’attesa non aveva nessun desiderio di salvezza. Era già morto, malgrado il vento che lo scuoteva.

“Vorrei mi mandassi via o che mi chiedessi cosa posso fare. Che mi chiedessi qualsiasi cosa. Che mi dicessi qualsiasi cosa. Vorrei...”

Nulla. Stava lentamente scivolando verso l’oblìo del non aver più parole. I suoi occhi erano sicuramente lucidi, ma il mio sguardo assente e rivolto verso il vuoto non li vedeva così come non afferrava il senso di quelle parole. C’erano fiato ed emozioni sprecate. Posate come si posa la polvere su un tavolo coperto da un lenzuolo bianco in una casa che giace sfitta per trasferimento del suo inquilino verso un luogo lontano, per tanto, troppo tempo.

“Mi arrendo”

Zero. Neanche queste ultime due parole mi diedero elettricità. Né dolore, né gioia. Né tristezza, né senso di liberazione. Il vuoto cosmico aveva avvolto tutto. Era trasudato dal mio intestino ad avvolgere ogni cosa mi riguardasse. Il creato e le sue creature erano completamente spappolate in quella bolla che intorno alla mia figura si stava gonfiando. Ma alzai gli occhi e vidi delle spalle che lentamente si facevano più piccole, come si fa più piccolo un palloncino gonfiato ad elio sfuggito dalla mano paffutella di un bambino. Un bambino che nonpiangenonurlanonridenonfaicapriccinondormenonrigurgitanonchiamalamammanonhailpannolinobagnatonon.

“MAPPERCHE’? CAZZO!!! CAZZOOOOOO!”

Per un istante quelle spalle si voltarono e arrivò un grido.
Ma il vento lo spostò e quel grido non arrivò a destinazione.
Quel grido colpì Jerry lo storpio che qualche metro più in là raccoglieva elemosina più per passare la giornata che per effettivo bisogno.

Qualcuno racconta che Jerry lo storpio fu visto sulla strada per Santiago de Compostela.
Qualcuno racconta che si fermò a pochi chilometri dalla meta per incidere una frase sopra una roccia.
La gente che passa la legge e sorride.
Forse non ne capisce il senso.
Ma sente dentro un bisogno estremo di purezza.
La purezza che solo un miracolato può capire.

“Il dolore urlato non è mai sprecato.
Magari va altrove.
Nel preciso istante in cui non viene utilizzato come strumento per un fine il dolore salva.
Forse non chi lo prova.
Forse non chi lo provoca.
Il dolore è un gran figlio di troia.
Proprio come me.
Good bye

Jerry”

1 commento:

il tuo commento è molto più importante di quello che hai appena letto