domenica 22 giugno 2014

Tienimi con te - prologo

Questo è il prologo di qualcosa che non finirò mai di scrivere.
Vallo a capire perché.

18 aprile 2010 h 12.00
volo Roma - Doha
destinazione Delhi
nessun volo tranne il mio ed un altro partì da Fiumicino per colpa di quel vulcano col nome strano



Your love's in a sacred place 

The safest hiding place 

My heart has been a lonely warrior before 

Who's been to war 

So you can be sure


Imbarco,

Saluti. Lacrime. Cenere. Vulcano. 

Chi lo sa se parto.

Rallentare i pensieri. Fermarli se è possibile.

Infilare bene e serrare nel cuore gli affetti per sgombrare la testa dai sensi di colpa. Per sentirsi liberi di continuare il cammino. Per sentirsi liberi di pensare che questa maledetta solitudine in cui in questo preciso istante ti trovi altro non sia che una nuvola che ti impedisce di vedere che sei insieme. In perfetta comunione di spirito e di sensi con chi condivide con te un cammino d’amore.

Cammino.

Ancora come un tam tam infinito.

Verso chi?

Verso dove?

Verso cosa?

E’ così importante saperlo?

Sempre pensato che il cammino non necessiti di movimento fisico.

Sempre pensato che spesso è proprio il movimento dei muscoli a bloccare la comprensione dei propri passi. Chissà? Forse è il bisogno di dover vedere sempre e comunque qualcosa di nuovo e di diverso che ci dà l’impressione di avanzare.

Avanzare sempre. Imperterriti. Senza mai trovare il tempo di raccontare quelle visioni. Raccontarle soprattutto a noi stessi.

Penso ad un universo parallelo dove si ha la possibilità di scrutare da altrove questo cammino emozionale.

Vedo nitidamente come chi sta seduto culo a terra si muova velocemente,

Vedo dei corridori fermi.

- - -

“Bello il nuovo lavoro di Sade” si disse dentro. Quasi volesse cominciare un discorso con se stesso.

Chissà perché in quel momento a chissà quanti metri d’altezza sentisse di aver bisogno di trovare una scusa per interrogarsi.

“The Moon and the Sky ha delle sonorità accattivanti e poi quella voce ti riscalda come un grappino.”

“E poi sentita quassù…”

“Se non fosse per questo qui davanti a me che non prende pace…”

“Chiudi gli occhi e fatti passare nelle vene il momento ed ogni singola nota.”

“Non ti capiterà più un primo ascolto di un pezzo così magico sopra i cieli del Libano.”

Aveva rotto il ghiaccio.

Non avrebbe avuto problemi a raccontarsi a se stesso.

Nessun non detto.

Ma soprattutto nessun pensiero bloccato.

Quando hai a che fare con il mondo esterno basta non aprire bocca e guardare altrove per restare avulso da qualsiasi allineamento, ma quando i conti devi farli con te stesso c’è una sola possibilità per lasciar andare: bloccare il pensiero.

“Ti sei guardato intorno?”

“Neanche il personale di bordo parla italiano…”

“Si poteva essere più attivi qualche anno fa… Almeno l’inglese…”

“Non mi andava proprio. Non ero portato.”

“E la vergogna di parlarlo poi…”

“Di necessità virtù, amico mio…”

“Possibile mai che si debba scomodare l’istinto di sopravvivenza anche per comunicare?”

In quel momento iniziò a capire che il limite più grosso era che bisognava sempre arrivare al limite. A quella maledetta spinta che ti danno quando sei sul bordo della piscina e non hai alcuna intenzione di tuffarti pur avendone una voglia disperata.

“Quando si pensa di non avere più bisogno di aiuto è là che uno è fottuto!”

“Fortuna che a me questa cosa non succederà mai…”

“E allora che ci fai qua, da solo, su questo aereo, in mezzo a gente che non vedrai mai più in vita tua?”

C’era una strana espressione sul suo volto. Chiuse per un momento gli occhi, sentendoli caldi e risollevati dal rifuggire da quella luce bluastra che dovrebbe rilassare ma che…

“Io non sento di non aver bisogno d’aiuto!” Si urlò dentro pronunciandolo con le labbra. “Perché devo pensare questo di me?”

“E’ come se volessi infilarti in una nuova dimensione… Come se volessi elevarti… Come se volessi…”

“WATER PLEASE!”

Quell’assistente di volo arrivò provvidenziale a bloccare quel rigurgito di pensiero. Fu quasi un urlo nel silenzio. Qualcuno sussultò. Qualcuno lo guardò male. Alzò la mano e contemporaneamente spostò il labbro verso destra gonfiando le vene sul collo.

In quel momento chiedeva scusa al mondo fuori e ammiccava scherzoso al mondo dentro.

In quel momento The Safest Place suonava nelle sue cuffie monouso.

“Chissà cosa dice questa canzone.”

“Quando si torna a casa bisogna cercare la traduzione.

“Dicevi…?”

“Come?”

“Dicevi… Come se volessi?

Chissà cosa aveva dimenticato…

Chissà dove vanno ad infilarsi i pensieri bloccati.

Chissà se tornano su prima o poi?

Chissà se quando tornano su sono gli stessi oppure, ormai, sono stati contaminati dalla brusca fermata e dal tempo scivolato via?

Chissà se mutano?

E come…

Chissà se ogni volta il destino cambia strada?

“E alla fine sempre duemila domande.”

“E sempre senza risposta provabile…”

“La risposta provata è come quei due pali che mettono nelle stazioni centrali. Due pugni sbattuti in faccia al treno per fargli capire che la corsa è terminata.”

Chissà se è proprio il blocco di un pensiero che permette di continuare ad avere voglia di andare avanti. Quel senso di inappagamento che spruzza verve sulla voglia di scattare giù dal letto di buon mattino. Chissà se la voglia di coprire le distanze non resterebbe delusa se scoprisse che non ce ne sono di nuove. Se scoprisse di aver vinto. Di aver raggiunto il proprio obiettivo.

“E’ come se volessi diventare invisibile per infilarti nei pensieri altrui.”

“No! No! No!”

“Come se volessi scoprire se sono simili ai tuoi.”

“No! No!”

“Come se avessi bisogno di qualcosa che rompa il ghiaccio.”

“No!”

“Hai solo paura di esporti!”

“…”

“Hai solo paura di…”

Aveva smesso di scuotere la testa.

Mentre si addormentava qualcuno sorrise.

Mentre si addormentava qualcuno avrebbe voluto entrare nei suoi pensieri, ma quello scuoter di testa lo fece desistere.

Mentre si addormentava suonava Be that Easy.


You baby were like the sky 
You held me up 
To let me fly 
That's just like you to tell me I've nothing to fear 
But I am a broken house 
I'm holding on a broken bough 
Now it's easy for me to see 
It couldn't be that easy 
It had to be much harder



Per aria Be That Easy - Sade

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