martedì 3 giugno 2014

E invece io


E’ rimasto un suono lontanissimo, di quelli di cui non ricordi la melodia completa.

Che se provi a canticchiarli per cercare di riportarli a presente memoria non riesci a impattare l’attacco iniziale.

Ricordo che c’era un senso di protezione.

Sapevo sempre dove andare.

Spesso neanche dovevo sforzarmi di muovere verso.

Sapeva già.

Il suo amore era talmente forte da farsi trovare parato davanti ai miei occhi pronto.

Il tempo di farsi raccontare cose che sapeva benissimo e... come per incanto... quello che avrei dovuto fare per guarire da un dolore era già pronto per me.

C’era un già scritto, bastava sentirlo leggere.

Tutto facile.

Vita nuova da seguire punto per punto.

Progetti meravigliosi.

E meriti.

Meriti da spartire come in un multilevel.

Dalla testa pensante ai singoli ingranaggi.

E fili purtroppo.

Tanti fili al di sopra della mia testa che appena tentavo di essere me stesso stringevano forte alla gola.

Ma non lo capivo.

Non capivo perché quel dolore atroce appena provavo a mettere del mio.

Era come se quell’uscire da una mappa del tesoro predisposta per il mio benessere altro non fosse che una prigione dorata da cui  non si poteva uscire.

Bastava un piccolo sbandamento e faccia a terra ci rimaneve io.

E se provavo a prendermela ero uno che non si era affidato completamente.

Un disertore scacciato da un padre che soffriva e che aveva dato tutto se stesso per me.

E a nulla valeva rimanere in attesa di una parola.

Dovevo, se e quando volevo, tornare.

A testa bassa.

Certo comunque di trovare braccia accoglienti da papà di figliol prodigo, pronto a segnarmi una nuova strada.

Ma la puntata si alzava.

Infilava dentro ogni cosa di me.

Il mio sentire.

I miei affetti più cari.

Il mio ammalarmi.

Tutto ridotto a cose di poco conto.

Tutto terribilmente facile.

Bastava seguire la parola.

Lasciare che permeasse ogni cosa.

E stavo troppo male e troppo sotto schiaffo per assumere un atteggiamento critico.

Protezione e baratro.

Quante cose ho fatto? Tantissime.

Quanti fratelli ho sparsi per il mondo che trepidano per me? Tantissimi.

Quali sono le mie conquiste?

Le mie.

Zero.

Quanti ho conquistato con la sola mia essenza?

La mia.

Zero.

E nel preciso istante in cui prendevo contatto con lo zero il mio piede è caduto in fallo e il mio corpo è crollato nel precipizio.

Lo schianto.

Il tentativo di riportarmi a sè.

Il suo primo concreto fallimento.

Il suo colpo di genio.

Tirare merda addosso alla costruzione di una mia conquista.

Solo mia.

Tirare merda addosso ai miei nuovi fratelli desiderosi della mia essenza.

Solo mia.

Sostituirsi a me con gli amori indissolubili della mia vita.

Con quella maledetta scusa del fin di bene capace di dare l’illusione di risolvere ogni cosa nel preciso istante in cui appare.

Distruttiva un istante dopo.

Ma non capivo.

Non sentivo ancora bene.

Poi l’urlo.

Un urlo capace di svegliare ogni parte di me.

E di riportare la mia mente finalmente purificata ad ogni singolo momento in cui venivo lobotomizzato.

Libero.

Con tutte le macerie che la libertà può dare.

Solo.

Completamente solo.

Ma senza più alcuna malinconia.

Pronto a sbagliare da solo.

Pronto a vincere da solo.

(Con tanta rabbia, è vero, questa ve la passo. Ma anche quella andrà a farsi fottere.)

Da solo, dando i ritmi, giusti o sbagliati che siano.

Da solo, ballando al tempo dell’anima mia.
  
Libero.

Libero e non compreso da tanti miseri omuncoli che ogni mattina giungono le mani perché “tanto tutto si sistema”.

Si sistema.

E tu?

Tu cosa hai fatto per sistemare oltre che piangere, gridare aiuto e andare a ricevere istruzioni?

Cosa hai fatto per non lasciarti portare via quella infinitesima parte di te che urla "dai cazzo! Svegliati!"

"E invece io
Io invece
È andata così
Proprio come sentivo che poteva andare" 

Per aria E invece io - Riccardo Sinigallia


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