venerdì 13 giugno 2014

Andrà tutto bene

“Forse sono già stato qui
conosco questa stanza, ho camminato su questo pavimento
vivevo qui da solo prima di conoscerti
ho visto la tua bandiera sull'arco di trionfo 
l'amore non è una marcia trionfale
è qualcosa di freddo ed è come un Alleluia che si spezza”


Mi alzai.

Già da un po’ ero sveglio.

Là fuori rumori di ogni tipo, incuranti di quei letti occupati.

Ero sveglio ma del tutto obnubilato.

Non capivo un cazzo, completamente vinto dal mio primo incontro la sera prima con il signor Risperdal.

“Ma cosa ci faccio qui?”

Qualche lacrima si addensava formando una sorta di laghetto nell’incavo tra l’occhio e il naso.

Cercavo di ricordare.

Non riuscivo bene.

Mi entravano nella testa un milione di immagini.

Nessuna nitida.

Mi sentivo colpevole.

Non so neanche io di cosa.

Cercai di percorrere il breve corridoio che dalla mia stanza portava verso la sala col televisore e di là verso il giardinetto fatto apposta per girare attorno ad un albero.

Odore di caffè.

Le gambe non tenevano.

Usai il muro grigio e pieno di scritte incise come corrimano.

Avevo voglia di fumare.

Il giorno prima mi avevano tolto ogni cosa potesse recare pericolo, tra queste l’accendino.

Ce ne era uno là fuori a qualche metro da me, per uso comune, legato ad una cordicella.

Sinistra.

Mollo il muro.

Una decina di passi.

Suona il cellulare.

“Come va?”

In quel momento tutta la concentrazione necessaria per affrontare quel breve cammino, tipo spermatozoi all’attacco per non morire, si addensò su quel “come va”.

Passi dimenticati.

“Sto completamente rincoglionito”

“Ti hanno dato qualcosa?”

“Non ricordo”

In effetti l’infermiera, quella acida che mi aveva privato dell’accendino infilandolo in un sacchetto di cellophane stile Alcatraz, mi aveva dato un bicchierino da caffè pieno per un quarto di una sostanza amarissima e una pasticca e un bicchiere d’acqua per ingollare il tutto.

Poi era rimasta di fronte a me.

In attesa.

“Apri la bocca”

La aprii.

“Mandata giù?”

“Avoja”

Si lo ricordavo benissimo. Ma se avessi risposto “Si mi hanno dato qualcosa” poi mi avrebbe chiesto cosa. E in quel momento mi girava tutto e avevo solo voglia di fumare.

“Vedrai che andrà  tutto bene” incalzò.

Raggiunsi sicuramente la cordicella con l’accendino impiccato perché sul tutto bene sentii meravigliosa la prima boccata di fumo trapassare la gola.

“Nun so che ditte” espirai.

“Non devi preoccuparti di nulla. Adesso pensa solo a stare meglio.”

Ecco, “stare meglio” non credo feci in tempo a sentirlo perché quelle parole furono coperte dal tonfo della mia testa che cadendo all’indietro fece la sua maldestra conoscenza col terreno.

No. Non svenni.

Erano state le gambe a cedere, forse.

Un attimo di mancamento completo.

“Ehy tutto bene?”

“AIUTOOOOOOOOOO”

Ecco si, tanta paura.

Era come se per un momento avessi capito cosa si prova a morire.

Tentai di rialzarmi.

Non avevo forza.

Pioviccicava.

Sentivo addosso umidiccio.

Ma tenevo il telefono alle orecchie.

“Chiama qualcuno.”

Era preoccupato.

Ma mai quanto me.

Soprattutto dopo che il mio tentativo di riprendere la posizione finì per fallire.

Un altro tonfo nel terreno.

Il telefono esplose dividendosi in tre pezzi.

Ma non persi i sensi.

O meglio, li ripresi quasi subito.

“AIUTOOOOOO”

Non c’era nessuno.

Vedevo gente affaccendata dentro le finestre.

Ma non sentivano.

O forse quel grido era forte solo dentro di me.

Forse non usciva voce dalla mia gola.

Stavo malissimo.

Neanche riuscivo a capire dove.

Ecco.

Una persona.

Si muove verso di me.

Mi guarda.

“Amir. Chiama qualcuno. Sto male.”

Mi guarda.

“Amir!”

Tira dritto.

Come se non fossi mai esistito.

“AIUTOOOOOOO!”

Niente.

Nessuno.

Devo ritentare.

C’è una sedia di plastica vicino a me.

Mi metto sulle ginocchia.

Alzo un braccio alla ricerca di un bracciolo.

Non vedo un cazzo.

Solo macchie.

Lo trovo.

Spingo forte.

Punto un piede e spingo forte.

Sono a buon punto.

Ce la farò.

Amir gira intorno.

Sembra cieco.

Completamente perso nelle sue bestemmie.

Completamente avulso dal mondo di fuori.

Provo a puntare più forte.

Senza forze ma convinto di potercela fare.

“AIUTOOOOOOOO AMIIIIIIIIIIIR CAZZO!”

Niente.

Devo fare da solo.

Sono solo.

Un ginocchio lascia il terreno.

Sento un moto di felicità.

Per un momento due righe di benessere incrociano formando una ics sul mio corpo.

Ringalluzzito spingo ancora.

...

Botte da orbi, corro come un matto, dove scappo, perché?

...

Non sono stato io. Non lo so chi è stato. Non posso dirlo chi è stato. Non l’ho fatto apposta. Si è colpa mia.

...

Bambino ha le mosche sopra. Sua mamma lavora. Porta la terra. Suo padre lavora. Mette la terra. Bambino così muore. Non morire bambino. Ti prego non morire.

...

Non ho visto nulla. Non posso inventare qualcosa che non ho visto. Me l’hai detto tu. Si in effetti forse ho visto. Ma cosa? Si ho visto tutto.

...

Fa freddo. C’è neve. Cosa ci faccio nudo su questo balcone. E’ buio. Cosa ci faccio qui. Lasciami. Lasciami andare.

...

Sangue e sudore.

...

...

Clown che ringhia con una cinta di cuoio duro in mano.

...

Ssssshhhh.

Poff

Il vuoto

...

...


Io non so quanto tempo passò.

Non so se fu la sedia a cedere.

O se qualcuno mi sparò.

So solo che aprii un occhio e vidi gente con bianca divisa d’ordinanza che mi si muoveva attorno, come impazzita.

“Ma dove eravate?”

...

...

...

Passai i due giorni successivi a dormire.

Senza sognare.

Senza pensare.

Senza esistere.



“Tu dici che ho pronunciato il nome invano
io neanche lo conosco il Nome
ma se anche lo conoscessi cosa cambierebbe per te?
C'è una vampata di luce
in ogni parola
non importa quale hai ascoltato
l'inno sacro o quello spezzato”



Per aria Halleluyah – Leonard Cohen

3 commenti:

  1. I commenti alle volte invece stridono, ma eccomi qui...le tue parole, le atmosfere, i tagli di luce (e di buio)...
    Struggente, soffocante e bellissimo.

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  2. Non nominare il nome di Dio,
    non nominarlo invano.
    Con un coltello piantato nel fianco
    gridai la mia pena e il suo nome
    ma forse era stanco, forse troppo occupato,
    e non ascoltò il mio dolore.
    Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
    davvero lo nominai invano.

    Sempre tra sogni e realtà. Cioè, la vita.

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  3. e io che dal titolo pensavo fosse un post incoraggiante..

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