lunedì 12 maggio 2014

17 aprile 2014 - part three


“In cerca di una vita
Da raccontare una volta a casa
In cerca di una storia
Che non si è mai saputa”

Riprendo il cammino.

Verso chissà cosa.

Riprendo in mano i pensieri.

Torno indietro e corro in avanti.

Scopro ancora e tristemente che è più facile far memoria che cercare di capire cosa fare da qui in poi.

Mi incazzo a vedere chi passa di fretta e che dalla propria memoria ha preso per farla pagare ad altri.

Di quella sorta di nonnismo da caserma.

In fondo sembra non ci sia nulla di male se oggi infilo in un armadietto la povera scheggia e a forza di cazzottoni lo costringo a farmi il juke-box.

L’ho passata pure io.

In fondo sembra non ci sia nulla di male se oggi infilo in un lager dei poveri innocenti.

Ero innocente anche io.

Ma passa anche questo.

La rabbia ha bisogno di forza.

Ed io oggi di forza proprio non ne ho.

Dò luce al telefono.

Non porto al polso orologi dai tempi delle medie.

Guardo l’ora così.

Mentre con la coda dell’occhio controllo se qualcuno mi ha pensato nella parte superiore dello schermo.

Nessuno.

Sono le 11.30.

Non si cammina.

Tantissima gente che va verso.

E tantissima gente che torna da.

Un tappo incredibile di persone.

Sembro l’unico ad aver fretta.

Sono l’unico che non ne ha.

Vado dritto.

Comunque.

Non ho voglia di cambiare direzione.

La strada che Damascus Gate mi ha regalato è la strada che merito e che devo seguire.

E’ strano.

Succede anche sul raccordo a Roma.

Stai fermo per minuti interminabili in un punto dove sembra non ci sia aria tra una macchina e l’altra e poi, come d’incanto, spariscono tutte.

Così qui.

Una persona ogni tanto.

E anche quella stradina prima ripida e stretta.

Soffocata dai negozietti più multiformi.

Intrisa degli odori più intensi.

Così qui.

Tutto è più pulito.

Più curato.

Ma artificiale.

Come se si fosse operato un restauro volto a cancellare.

Cosa è successo qui?

In quale incubo sono finito?

Io ci stavo già in un incubo.

Ma era tutto mio.

Questo è diverso.

Suoni.

Applausi.

Odori diversi.

Gente che parla ad un microfono con voce altezzosa.

Cammino.

Devo vedere.

Una piazza enorme.

Bambini coi popcorn.

Bambini rasati con le treccine coi popcorn.

Sedie in ordine.

Piene.

Palco.

Gente seduta che arringa.

Una band che canta una canzone tra un discorso e l’altro.

Bravi.

Bel sound.

Ma sono convinto che abbiano testi orribili.

Non riesco a restare.

Cerco di tornare in su per una via parallela.

Mura pulite.

Strade pulite.

Negozi che sembra di stare ad Euroma2.

Mi fermo davanti ad una vetrina.

Vendono creme da culo del mar Morto.

Sorrido.

Anche quando sto messo da cane morto un culo mi attira sempre.

E sto per essere attirato da altro.

Una commessa incrocia i miei occhi.

Mi invita ad entrare con fare adescante.

La guardo.

Non reagisco.

“Come on!”

Non reagisco.

Sorride.

Non reagisco.

Rinuncia.

Vado via.

Sembrava una puttana in vetrina ad Amsterdam.

Continuo a camminare.

Devo uscire da questo posto.

Tornare dove la gente ha un odore vero.

Militari.

Mitra.

Sorridono.

Sorridono e mi fermano poggiati svogliatamente a una transenna.

“Che cazzo vuoi stronzo?”

Sorrido dentro.

Sono talmente ignoranti che probabilmente non conoscono neanche l’inglese, figuriamoci l’italiano.

“No way!”

“Ma brutto testa di cazzo! Io indietro non ci ritorno!”

“No way!!!”

“Why?”

“No way!!!!” Ecco ha spostato il culo dalla transenna. Gli altri si irrigidiscono. Ecco mo me sparano!

“I’m not a terrorist!”

Ridono.

Faccio per proseguire.

Capiscono che forse sono scemo.

Uno mi prende per il braccio e mi accompagna oltre la transenna.

“Look!”

Coloni.

Ballano.

Armati.

Se passo.

Mi sparano.

“Ok!”

Mi arrendo.

Torno indietro.

Prendo la prima strada sulla destra.

Una parallela tra parallele.

Una strada messa là nel preciso istante in cui passavo.

Sono certo che prima non ci fosse.

La Old City lo fa.

Torno in Palestina.

In tre passi.

Presto giocherò a calcio.

Non me lo sentivo.

So solo che è successo.

Ma ora sono troppo stanco per continuare il racconto.

Quel bambino interruppe i miei pensieri nel preciso istante in cui stavano ammalloppandosi sul “che cosa è cambiato?”

Quel bambino dovrebbe essere qui.

Ora.

Sono passate altre tre ore.

“A tre ore dal tramonto
Jeremy vola
Sperando di nascondere
I suoi occhi dal sole
A est della città
E giù nella caverna
In cerca di un padrone
In cerca di uno schiavo”

Per aria Three hours - Nick Drake

Nessun commento:

Posta un commento

il tuo commento è molto più importante di quello che hai appena letto