venerdì 16 maggio 2014

17 aprile 2014 - part four


“Sono qui
Mi manderai un angelo?
Sono qui
Nella terra della stella del mattino”


Un pallone.

Uno di quelli che da queste parti si vedono nelle teche di qualche museo di memorie di squadre dilettantistiche.

Un pallone che non ha mai conosciuto lancioni di gittata superiore ai 10 metri.

Ingabbiato a vivere la sua vita tra vicoli chiusi preso in mezzo tra calci di punta e muri spessissimi e la cui unica via di fuga è quella di prendere la via di qualche stradina in pendenza.

Un pallone capace di far arrabbiare i passanti perché quello è un posto dove non può, non deve azzardarsi ad esistere.

Il mio cammino stanco prende una piega di stupore.

Quel pallone aveva deciso, chissà perché, di prendere la via dei miei piedi.

Quel pallone recava la panacea contro i dolori dello stiramento alla coscia e a recapitare un sorriso.

Eccolo.

Arriva con lentezza e compiendo gli ultimi bassissimi rimbalzi.

Approfitto del suo ultimo ridiscendere verso terra per lasciarlo posare sul mio piede.

Lo tengo per qualche istante fermo.

A valutarne peso e misura.

Comincio goffamente a palleggiare.

Non tocca terra.

1, 2, 3, 4, 5, 6.

Mai stato bravo a palleggiare.

Ci vuole serenità per farlo.

Eppure in quel momento dentro la Old City di Gerusalemme sembro essere diventato Maradona.

E non solo per i sensi offuscati dal dolore e dalla Taybeh.

7, 8, 9, 10, 11, 12

Neanche ricordo quale fosse il mio record.

Ma nel preciso istante in cui ci penso un tocco maldestro mi costringe a sparare nell’aria un sonoro “Cazzo no!”

Lo prendo tra le mani.

Mi guardo attorno.

Non mi ero accorto che per quel mezzo minuto in cui performavo calcio si era fatto silenzio attorno.

“Yalla Yalla!”

I proprietari del pallone.

Sembra vogliano vedere fosse stata solo fortuna e con gli occhi e con un gesto della mano mi chiedono di riprovare.

Ridono.

Si danno spintoni complici.

Si godono la novità.

Il primo coglione che invece di buttare il loro amico rotondo lontano infastiditi, lo accoglie.

Il mio sguardo cambia aspetto.

Dà una certa sensazione uscire dal tuo di dentro fatto di malinconia per entrare a far parte di qualcosa che non hai neanche il tempo di decidere.

Qualcosa che ami a prima vista.

Che ti rigenera.

“Match?”

Viene su il ricordo di Sandro.

Quando arrivava al parchetto significava che eravamo tutti.

Faceva sempre tardi ma non cominciavamo senza di lui.

Senza il suo “Daje! Lo famo un match?”

Uff.

Ok.

Tolgo i pensieri dalla gola e ripeto.

“Match?”

Ma cerco Sandro negli occhi di uno di quei bambini sudici e bellissimi.

Sono attoniti. 

Sembrano non capire.

Scopro che non hanno mai pensato a costruire porte di fortuna.

Non hanno nemmeno mai pensato di dover aver bisogno di porte.

Hanno sempre pensato che bastasse prendere a calci quel pallone senza dargli un obbiettivo per avere la loro spensieratezza.

“Ok! Wait.”

Gesticolo facendo capire che mi spiegherò meglio.

Mi guardano in silenzio.

La gente passa incurante.

Qualcuno un po’ interrogativo.

Treccioline sotto i cappelloni neanche sanno che esistiamo.

Io me ne fotto.

Sono senza più pensieri.

Sto con loro.

Pallone sotto al braccio.

E con l’unico pensiero di cercare qualche metro libero e 4 zeppi per fare le porte.

Avevo visto una viuzza senza negozi e abbastanza deserta.

Dove abbastanza sta come sta via del Corso il sabato pomeriggio.

Capiscono quello che ho intenzione di fare.

Si tolgono le magliette in quattro.

Pali pronti.

Io urlo uno strano “Yeppa!”

Seguito da un più convinto “Daje”

Qualcuno guarda i proprio amici e facendo roteare l’indice vicino ad una tempia mostra chiaramente cosa pensa di me.

Ma parte un coro sparso di “Daje”.

Come guidato da un maestro di musica.

Ma spontaneo come nessun Dio potrebbe mai pensare di  fare meglio.

Cerco di fare le squadre anche se sono sicuro che sarà un’ammucchiata tutti contro tutti.

“Yalla Yalla!”

Palla al centro.

- - -

Me ne sto seduto ad un bar cercando di riprendere forze.

Lascio asciugare il sudore che ancora cola lungo la spina dorsale infilandosi nelle mutande.

Ordino una Taybeh ghiacciata.

Manca poco.

Sto meglio.

Ma.

Piano piano quella malinconia alla quale ho affidato la mia giornata torna in circolo.

Come il dolore alla coscia.

Per quella mezz’ora non ho sentito nulla.

Non ho pensato a nulla.

E sento ancora quel pallone sul collo del piede.

Come fosse quello strano sentire che lascia sulla lingua un bacio.

Accendo il cellulare.

Nessuno mi ha cercato.

Sono le 16.14.

Una serie di messaggi comincia a comparire.

Sono nello stesso baretto al quale avevamo scroccato qualche giorno prima il codice wi-fi.

Leggo distrattamente.

Sorrido un poco.

Rispondo con uno smile.

Arriva la birra.

Mi stravacco sulla sedia.

Sorseggio avidamente.

E spengo la luce.

“Il saggio disse: “Alza la tua mano
e cerca di afferrare l’incantesimo
Trova la porta per la terra promessa
Semplicemente credi in te stesso
Ascolta questa voce che sale dal profondo
È il richiamo del tuo cuore
Chiudi gli occhi e troverai
l’uscita dalle tenebre”



Per aria Send me an Angel - Scorpions

2 commenti:

  1. c'è sempre una gioia bambina che per un attimo ci salva
    tienila con te
    P

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    Risposte
    1. a volte la guardi con senso di colpa...
      e non è giusto...
      a volte pensi che.
      vorresti tornare indietro per.
      ma.
      non sai come fare.

      Elimina

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