lunedì 19 maggio 2014

17 aprile 2014 - the end

Part 1 http://sqwerez.blogspot.it/2014/04/17-febbraio-2014.html
Part 2 http://sqwerez.blogspot.it/2014/04/17-aprile-2014-part-two.html
Part 3 http://sqwerez.blogspot.it/2014/05/17-aprile-2014-part-three.html
Part 4 http://sqwerez.blogspot.it/2014/05/17-aprile-2014-part-four.html


Part 5 the end

Certe volte la stanchezza fisica aiuta.

Ti lascia quasi sereno.

E’ capace di sgombrare anche il pensiero ricorrente.

Quella strana forma di martellamento alle tempie che ti fa alzare muri verso chiunque e che ti mette in fuga dal mondo.

Un mondo dove senti che niente e nessuno è con te.

Anzi.

Sembra che siano davvero tutti contro di te.

Guardo.

La posizione di quel tavolino un pochetto kitch è davvero sorprendente.

Sei chiuso in una sorta di trincea.

Coperto alle spalle e con possibilità di guardare ogni cosa di fronte a te senza che nessuno possa vederti.

Il viavai a pochi metri da Damascus Gate è il solito.

Più lento forse.

Si va verso il tramonto.

I soldati di fronte a me ridono e scherzano.

I pellegrini hanno facce arrossate dal sole e arrancano verso la loro casa nova.

Le persone che vivono là e come ogni giorno cercano di vendere più cose possibile smettono di attirare persone verso le loro mercanzie.

Sembra sia stata passata una pennellata di slow motion.

E’ piacevole.

Un allineamento perfetto col mio nuovo stato d’animo meno cupo dell’inizio di questa giornata pazzesca.

Sorseggio l’ultimo dito di Taybeh e vengo immediatamente distolto da quel clima di pace nel quale mi stavo immergendo.

Niente.

Non ci si può proprio rilassare un attimo.

“Ma cosa cazzo si corrono sempre?”

La mia domanda al barista in italiano slangato di romanesco serve solo a fargli fare una faccia stupita.

Sorride.

Si accosta a me.

“What?”

Me la cavo con un “Nothing... No problem...”

Sorride.

Sparecchia.

C’è gente che aspetta un posto.

In fondo se non ordino altro cosa ci sto a fare là?

E poi quel cappellone da formula uno ha abbattuto completamente quella passeggiata verso la stasi.

Mi alzo.

Penso che non ho più nulla da chiedere a questo posto.

Ha saputo dare.

Ha saputo togliere.

E’ riuscito a farmi capire che uscire dal centro dell’universo non è poi una tragedia.

Mi ha regalato il suo dito puntato e le sue coccole di fronte al mio recalcitrare per aspettative non soddisfatte.

E’ stato rifugio e prigione.

Questo posto ha aperto uno squarcio nel mio cuore che non si colmerà mai.

Gerusalemme.

Che cosa c’è dentro di te?

Quale maledizione?

Quale forza?

Come fai a permettere questo?

Sorrido.

Quando comincio a pormi domande irrispondibili significa davvero che non ne ho più.

Sono passate tante ore da quando superavo Damascus Gate per essere inghiottito dal cuore del mondo, verso il mio giorno di dolore.

Ed ora eccomi qui.

A piccoli passi.

A superarlo per lasciarlo a guardare le mie spalle.

Lo faccio in una bolgia di persone che impediscono, sotto quel gomito stretto, un passaggio senza fermate.

Ho come la sensazione che la Old City non sia paga.

Che voglia trattenermi.

“No! Non la rivoglio indietro la mia anima!”

Sarebbe figo lasciare la propria anima qui.

Nel posto che in questo preciso istante odio di più al mondo.

Nel posto in cui resterei per sempre.

C’è salita.

Strada verso l’appuntamento che mi riporterà nel mondo che per un giorno ho deciso di mollare.

Penso.

Oggi sarei dovuto stare a Gaza.

Mi fermo un istante e piango un po’.

Dentro.

Penso ai viaggi intensi verso Eretz.

Sorrido e ricomincio a camminare.

Cosa sarebbe successo se avessi varcato quel cancello giallo?

Mi fermo. Ho un brivido.

E se fossi sceso? Mi avrebbero davvero sparato?

Rido e impreco.

Come l'ultimo dei pazzi.

Lascio che il dolore alla coscia si riposi un pochino.

Riprendo.

Penso che avrei dovuto insistere con più dolcezza.

Bestemmio.

Penso che è meglio smettere di pensare.

Fumo.

Ho voglia di un caffè.

Gerusalemme ha i sensi di colpa e mi esaudisce subito.

Un caffè in una libreria.

Bellissimo.

Ordino un espresso e con pollice ed indice faccio un inequivocabile segno per averlo il più ristretto possibile.

Hanno il libro di Susan.

Lo comprerò.

E c’è il libro di Vittorio.

Lo prendo tra le mani.

Lo bacio.

Mi guardano strano.

“What are you doing?”

Faccio segno col dito, lo stesso che aveva dato indicazioni per il caffé, sul suo nome.

“He is my brother!”

Il mio luccicare di occhi convince quella ragazza bellissima a congedarmi con un sorriso.

Il limite è arrivato.

Mi ustiono la lingua, pago libro, caffè e una cartolina che mi ha colpito.

Esco.

Accendo una sigaretta.

Fumo guardandomi intorno.

Mi gira la testa.

Ma vado.

Sarò inesorabile nel mio avvicinamento verso quel mondo che avevo rifiutato.

Farò quell’ultimo chilometro in salita in più di un’ora.

In fondo il mio appuntamento è ancora lontano.

Fumo.

E penso...

Mangerò pesce di Gaza stasera.

Yalla!

“Oh you don't hear me you who comes from an old myth, from the trees, from the clouds carrying rain.
Please hear me.
My voice is flying over the neck of the flowers.
It's climbing mountains and overcomes thunders.  
You don't hear my prayer..
ohhh ohh. Salamon Salamon Salamon. (peace)”

Per aria Prayer – Rim Banna & Sedareth

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