mercoledì 23 aprile 2014

17 aprile 2014 - part one



Cammino con passo lento.

Sono solo.

Ne ho davvero bisogno.

O almeno questa è la sensazione a primo impulso.

Rimetto i miei passi negli stessi punti in cui andavano con velocità multipla rispetto ad ora.

E’ tutto così diverso.

Non c’è più nulla da fare.

Nulla in cui sperare.

Sono completamente imbambolato e quel tremore che mi ha fatto pronunciare parole dure pochi istanti prima piano piano svanisce, trasformandosi in ovattata flemma.

Ho un dolore fortissimo alla coscia, lacerata in un raro momento di serenità, ma so che camminerò.

Per dieci ore almeno.

Mi guardo indietro.

Nulla.

Nessuno.

Devo andare.

Convincermi che è giusto che io rimanga solo coi miei pensieri in quella città impazzita.

Convincermi che questo 17 aprile vagherò come un disperato.

Dimenticare che questo sarebbe dovuto essere il giorno più speciale di tutti.

Cerco di appizzare le orecchie.

Pagherei per sentirmi dire di tornare indietro.

Ma non sarà così.

Via.

Vado via.

Lentissimamente.

Ho voglia di piangere.

Sorrido.

Una piccola torretta nasconde ancora quell’uomo con la fettuccia nera intorno al braccio al quale pochi giorni prima avevo chiesto indicazioni per Damascus Gate.

Mi guarda. Lo guardo in cagnesco. Controlla ogni mio singolo passo. Ma io non ho più bisogno di lui. Conosco ogni centimetro di quello strapiombo che serve per evitare un paio di lunghi tornanti. Inciampo. Impreco. E lui mi guarda. Immobile nel corpo ma vigile ed elastico sul collo. Faccio con la mano il gesto che unisce le dita verso un punto come a dire “ma che cazzo vuoi da me?”. Abbassa per pochi istanti lo sguardo. Rimetto gli occhi a terra e piano piano continuo a scendere. Incurante di quello sguardo che mi seguirà fin quando diventerò un punto lontanissimo.

Non vado diritto per la strada che conosco.

Non ne ho voglia.

Non ho voglia di ricordi adesso.

Svolto a sinistra.

Piano piano le persone che incontro si moltiplicano.

Gli odori del traffico si trasformano in odore di spezie.

Le persone perdono quei colori bui e quel passo prescioloso e acquistano lucentezza.

Incontro occhi sorridenti.

Vivi.

Vogliosi di mostrare la propria energia repressa.

Ma io sono triste.

Ho dentro un mondo fatto di mostri e di violenze.

Di no e di muri.

Di occhi e fucili puntati.

Bestemmio.

Maledico chi mi ha costruito questo carattere odioso.

Cammino.

Con una lentezza esasperante.

In un barlume di coscienza mi accorgo che quella strada va troppo a sinistra.

Voglio Damascus Gate. Voglio rientrare di là. Fermarmi per ore in un punto a guardare. Voglio farmi del male serio.

Decido di non tornare indietro.

Dovevo andare dritto per avere la certezza della meta.

Ma in fondo troppe certezze stanno svanendo.

Cosa me ne faccio di una così scialba?

Vedo un tram in lontananza.

Sono sicuramente di fronte a quel muro che tiene dentro la Old City.

Ripenso a quando ci entrammo la prima volta.

Sorrido.

Era un punto lontano da tutto.

Nascosto agli occhi dei turisti.

Diroccato.

Sporco.

Meraviglioso.

Mi intristisco.

Sorrido ancora.

Penso che quella sera ho salvato la vita ad una persona tenendola con due dita e facendo una strana danza su quei lastroni.

Chiudo gli occhi per un istante.

Annullo ogni pensiero.

Accendo una sigaretta incurante dei conati che vengono su.

La strada finisce mostrando quel muro senza porte e quei binari costruiti per separare più che per avvicinare un posto all’altro.

Non attraverso la strada.

Giro a destra.

Il susseguirsi di negozietti e di bancarelle non mi turba né mi distrae.

Sono troppo lontano da tutto.

Fumo.

Inciampo spesso.

Lo zaino comincia a creare sudore sulla schiena.

Fa proprio caldo.

Il mio sguardo cade dentro agli occhi di un bambino. Mi sorride. Accosta pollice ed indice alla  bocca per farmi capire i suoi bisogni. Mi fermo. Mi abbasso sulle gambe per arrivare alla sua altezza incurante del dolore di quel movimento. Metto la mano in attesa di un cinque che arriva potente e robusto. Faccio finta di essermi fatto male. Ride a crepapelle. La gente passa e guarda curiosa. Mica come quegli altri. Fino a pochi istanti prima non sarebbe entrato uno spillo nel mio stomaco. Ma che fai? Non fai compagnia a un bambino che ha vinto per premio una colazione gratis da un viso pallido? Sceglie lui. Dal più trasandato dei banchetti. Prende due cornettazzi, quelli che costano meno, me ne passa uno e poi scompare. Ma come? Cazzo fai? Mi lasci solo come un coglione?

Pago.

No. Non pago. Quell’uomo non vuole i miei soldi. Ride. Forse la mia faccia lo ha soddisfatto.

Rimetto quei 20 shekel nel portafoglio.

Con un gesto istintivo tiro fuori il portafoglio e controllo che quella cartuscella conquistata a Ben Gourion sia ancora là.

Ho un desiderio pazzesco di strapparla.

Il baratro.

Ancora.

La gente torna ad essere lontanissima da me.

Ma sono io.

Lo so.

Guardo l’ora.

Sono le 10.30.

Ho la scarpa destra slacciata.

Me ne fotto.

Mi siedo sullo scalino di un negozio.

Sonnecchio.

Cosa ne sarà di me?


Per aria After the Gold Rush - Neil Young

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