martedì 4 marzo 2014

Santosh-ji


Questo racconto è stato presentato ad un concorso di una casa editrice.
Un po' ci speravo.
Ma ce n'erano sicuramente di migliori.
Ed il suo nome non era tra i finalisti.
Però io ho un blog e posso donare Santosh a chi vi inciamperà sopra.
Al blog naturalmente.
Buona lettura.

SANTOSH-JI

Giuseppe Tandoori Del Vecchio

1.


C’era uno sciopero quel giorno.
Uno sciopero di quelli seri.
In India quando c’è uno sciopero niente si muove.
In fondo là c'è passato Gandhi mica Bertinotti.
Nessuno avrebbe approfittato per lavorare di più.
A partire dal più magro uomo cavallo a finire con l’autista del presidente della Repubblica.
Credo di essere stato uno dei pochi stranieri al mondo a vedere Calcutta completamente silenziosa.
Uno dei pochi stranieri al mondo a sentire nel naso l’aria di Calcutta fresca e salubre.
Ero arrivato il giorno prima.
Non avevo molto tempo e non potevo sottostare al fatto che la mancanza di mezzi di trasporto avrebbe bruciato uno di quei pochi giorni.
Andai a piedi.
Non era lontanissimo ma impiegai un sacco di tempo per arrivare.
I miei occhi erano famelici e bloccavano il passo per non perdere nulla.
I miei occhi non si chiudevano mai, neanche per sbattere le ciglia.
Mi guardavano tutti.
In cagnesco prima.
Ma non distoglievo lo sguardo.
Sorridevo.
Imperturbabili poi.
Sapevano tutti dove andavo.
Appena sbagliavo strada con una mossa della testa mi indicavano la giusta via ricambiando finalmente il mio sorriso.
 “Quando arrivi ai binari attraversali, poi stai attento”
Ecco magari non avevo capito bene.
Quel maledetto non sapere l’inglese mi lasciava sempre interdetto di fronte alle indicazioni e ai consigli di vita delle persone.
La suora che registrava i volontari il giorno prima, e che consigliava di non andare in giro in quel giorno di sciopero, rispondeva alle mie richieste di indicazioni incurante del fatto che non capivo nulla, ma su quelle poche parole rallentò per farmi capire meglio.
Non chiesi perché.
Certe cose le capisci solo quando ci stai ballando sopra con i tuoi piedi.



Arrivai ai binari guardando a terra.
Non volevo assolutamente dare al mio istinto di sopravvivenza alcuna possibilità di prendermi per le orecchie e riportarmi indietro.
Avevo una bottiglia d’acqua nello zaino che sarebbe servita a dissetarmi.
La presi e bevendo attraversai i binari senza guardare.
Bambini.
Millemila ragazzini intorno.
“Uncle uncle!!”
Urlavano. 
Attiravano l’attenzione nei modi più strani possibili.
Ballavano le danze di Bollywood.
Facevano l’occhietto piegando su e giù il dito indice.
“Poto Poto!!”
Solo un momento alzai lo sguardo.
Prem Dan è un’isola che al di là dei binari della ferrovia è avvolta dall’oceano di uno slum.
Quelli erano i bambini di una delle tante baraccopoli di Calcutta.
“Vaffanculo!!”
Ma come vaffanculo?
Ma chi te l’ha insegnato?
E poi come fai a?
Ma che c’ho la faccia da italiano?
“No Vaffanculo! Ciao!” Tentai di renderlo più gentile.
“No Vaffanculo! Ciao!”
“Ok va bene lo stesso” Sbottai a ridere.
Preso da un moto di tenerezza lo tirai su da sotto le ascelle e me lo misi sopra le spalle.
Sembrava non avere peso, ma era carico di energie.
Avevo grappoli di ragazzini attaccati ovunque.
Avevo un portafoglio nella tasca di dietro dei pantaloni ed un cellulare in quella davanti.
Avevo una macchina fotografica nello zaino.
Nulla mi fu toccato.
Quei ragazzini avevano trovato lo scemo del villaggio che non si curava del loro stato e che giocava con loro.
Uno sporco viso pallido che non sentiva le puzze e che aveva bisogno di mescolare quella benefica doccia fatta di primo mattino.
Non ricordo quanti fossero, fu un attimo di eternità che mai avrei interrotto.
Ma un battito di mani fece il silenzio.
I bambini si staccarono dalle gambe, dalle braccia, dallo zaino, dalle scarpe, dal collo, dalle gambe del ragazzino che mi aveva appena pisciato sulle spalle, come colti da uno sparo.

Parole incomprensibili e severe si mossero verso di loro che abbandonarono definitivamente la preda e corsero via, come se io non fossi mai passato di là.
Come se io non fossi mai neanche esistito.
Si avvicinò una donna.
Mi guardò fiera.
Poi puntò il dito verso destra.
“Prem Dan!”
Un chiaro messaggio.
Fuori dalle balle yankee, vai a fare il santarellino in quel posto per santarellini e lasciaci in pace.
Tornò sui suoi passi, appena vide il mio muovere, ridendo.
Il suo sorriso si spense quando, mentre lentamente mi allontanavo verso il suo fanculo, radunò i ragazzini e scoprì che l’unica cosa che avevano guadagnato era quella misera bottiglia d’acqua sbavata.
Urlava ed imprecava.
Il mio senso di colpa, per le sveglie che stavano per prendere, prese il sopravvento.
Allungai vigliacco il passo verso quella radura che nascondeva l’ingresso di quel posto.
Il posto dove avrei incontrato Santosh.



2.



L’impressione di essere entrati in una catena di montaggio mi colse alla sprovvista.
Altri volontari erano arrivati alla spicciolata un momento prima di me.
Altri ne stavano arrivando sicuramente.
Bisognava entrare in uno stanzino, rispondere a saluti logorroici che arrivavano sempre prima che io capissi cosa dovessi fare, cercare un grembiule, dei guanti e passare allo step successivo.
Non c’erano più grembiuli atti ad un uso diverso dallo spolverare tavoli e i guanti erano stati portati via tutti.
Chi si era rifornito guardava sorridente gli altri allargando sarcasticamente le braccia ed era già pronto a correre.
Non capivo quella frenesia.
Ero completamente stordito e lontano.
Me ne fregai di rattoppare uno di quei grembiuli e a mani nude cominciai a camminare lentamente verso il punto verso cui gli altri convergevano.
“Ma le donne ce stanno?”
Due tizi con accento familiare facevano conoscenza.


Feci finta di niente.
Non avevo voglia di parlare e sarebbe stata una catastrofe girarmi e dover cominciare a discutere di derby o della mancanza di una bella carbonara.
“Ma de chè? Ce stanno ce stanno solo che so ite da n’antra parte. Le rivedemo a colazione”
“Meno male. Aho va bene che semo venuti a fa li volontari, ma n’inzuppatina mica me farebbe schifo!”
Il mio sorriso si spense.
Ero ormai nel vialetto che portava alla grande costruzione dove erano messi al riparo i due occhi che avrebbe segnato quella giornata e molte altre a venire.
Sul muretto che lo costeggiava erano seduti gli utenti di quel luogo.
Pronti a ricominciare la loro relazione con persone venute da chissà dove che dopo aver snocciolato buone azioni e sorrisi ipocriti sarebbero tornati chissà dove e non li avrebbero visti mai più.
“Ma te ce sei già stato qua?”
“Avoja.
E’ la terza volta che ce vengo.”
“E dimme. La sera?”
“Che?”
“Qualcuna se trova pe’ svagasse ‘n’attimino?”
Ecco magari qualcuno faceva ritorno ogni tanto.
Ma il concetto sempre quello rimaneva.
Mi sentivo inadeguato.
E colpevole, tanto per cambiare.
Mentre i miei occhi cercavano di capire dove fossi, intuii il perché di quel correre affannato.
Bisognava accaparrarsi il lavoro.
Chi arrivava prima poteva scegliere.
E scegliere era ritenuto importante per almeno due motivi.
Evitare di passare la giornata a guardare o finire a portare quei poveri cristi alla latrina.
Tenendo a mente che, chi veniva trovato senza far nulla, veniva spinto verso la latrina a forza di sorrisi.
“Ma te che hai fatto ieri?”
“Me so trovato 'na lametta e me so messo a fa barbe”
“E’ facile?”
“E che ce vo?
Le lamette so dell’anni trenta e manco rasano”
“Quasi quasi faccio questo”
“Sei arrivato tardi, le lamette so finite.
Corri al lavatoio.
Magari un buco l’aritrovi”.
“E te che fai?”

“E che te lo vengo a dì a te?”
Ecco per un momento mi sono sentito un bigotto.
Questi discorsi mi facevano alterare.
Mi guardavo intorno.
Era tutto così surreale.
Mi sembrava di soffocare.
“Amali!” diceva chi aveva messo su quel posto.
“Amali!”
Ti pare facile.
Come si fa ad amare in una situazione simile?
Prendi il primo che passa?
Fai la conta?
E poi non c’era nessuno che ti indirizzasse verso il tuo potenziale amato.
Non c’era nessuno che ti venisse incontro per.
“Ecco questo mi picchia adesso!”
Un uomo che dimostrava 200 anni con la faccia piena di bolle mi si stava scagliando contro urlando parole incomprensibili.
Io rimasi immobile.
Impaurito.
Pronto ad essere colpito.
Ad un passo da me si arrestò.
Alzò ancora di più la voce.
Aveva occhi spiritati.
Avevo il gelo dentro.
Poi smise.
Si inchiodò a pochi centimetri da me.
Occhi negli occhi.
E mestamente tornò dallo spilungone con la maglietta dei Van Halen e quatto peli sul mento rimasto sbigottito con lametta a mezz’asta.
Ebbi solo due pensieri.
Come cazzo facesse lo spilungone a trovare un posto da radere su quella faccia mortificata e che cazzo mi avesse urlato in faccia quell’uomo.
Arrivò in soccorso un bengalese che conobbi alla registrazione, un musulmano che lavorava in un posto cristiano in un paese di hindù.
Parlava un inglese che uno di Londra non avrebbe mai capito, ma era un inglese che io capivo benissimo, a differenza di quello di Londra.
“Ti sta ringraziando e ti sta dando la sua benedizione perché sei venuto qui”.
“Pensa se gli avevo acciaccato un piede” risposi sbadatamente e a voce alta, come se stessi parlando con un peroncino in mano al bar di Via Pian due Torri, maledetto me!
“Aho ma sei de Roma pure te?” Impossibile sperare che non se ne accorgesse. Maledetto me!
“Te sei trovato er lavoro?”
“Avoja”, risposi gioviale.

 “Voi venì co’ me?”
“Nun me dì al lavatojo che nun c’è posto, sembra da sta su’ raccordo alle 6 der pomeriggio”.
“No no, annamo!” Sorrisi.
Era la prima volta che entravo in quel gran padiglione.
Tantissimi letti.
Persone che si lamentavano.
Persone che dormivano.
C’era Santosh là in mezzo, ma non lo vidi.
Era uno dei tanti.
Tutti uguali.
Che nessuno al mondo aspetta.
Che nessuno al mondo ricorda.
Mi voltai di fronte alla porta delle latrine.
Il tipo venuto a Calcutta da Roma per commiserare al mattino e castigare alla sera era sparito.
Il primo a cui scappava la cacca mi chiamò con gesto della mano, pronto ad essere adagiato su una sedia di legno con le ruote.
Ebbi una voglia pazzesca di corrergli incontro.
Per tenere quella mano nella mia.
Per sentirmi finalmente meno solo.


3.


Uscii dopo circa quattro ore.
Non ero più la persona che quella stessa mattina aveva ripreso contatto col mondo nel momento in cui il ventilatore a pale riprendeva vita sopra la mia testa gelando il sudore accumulato durante la notte.
Non ero più quello che aveva paura di entrare nell’area di espansione di uno starnuto sulla linea B della metropolitana di Roma.
Quello era il giorno durante il quale uno strano destino aveva fatto incontrare i miei occhi e quelli di Santosh, le mie mani con le sue.
Il giorno in cui quel piccolo grande uomo aveva cambiato il mio modo di sentire le cose.
Quello era il giorno in cui lo stesso strano destino mi aveva riservato una profezia.
Intima e privata, tra me e lui.
Qualcosa alla quale non avevo dato in quel momento il giusto peso, ma che sarebbe piombata nella mia vita come uno squarcio nel cuore nel suo naturale passaggio dallo stato di latenza a quello di evidenza.
Quando quell’enorme cancello grigio si richiuse alle mie spalle sentivo di non avere addosso la forza per muovere un passo.

Avevo la vista annebbiata e le mani che tremavano.
Mi fermai vicino ad un albero e dopo essermi adagiato a terra poggiai la mia schiena ad esso.
Mi colse un senso di angoscia che, in apparenza, era dovuto alla difficoltà di ritorno al mio rifugio.
Non era così, ma l’uomo ha la tendenza ad assecondare le proprie paure infilandole nella cesta del pratico.
Decisi di attendere.
Di sonnecchiare un po’ per riprendere forze.
Avrei dovuto affrontare i bambini dello slum che a causa mia avevano preso un bel cazziatone e che sicuramente avevano tutta la voglia di riparare al loro errore, ma soprattutto avrei dovuto affrontare il cammino di ritorno con l’afa asfissiante delle due del pomeriggio.
Avevo una sete tremenda.
Piegai le gambe poggiando la testa sulle ginocchia.
Il cancello si aprì ed immediatamente si richiuse.
Diane era stata l’ultima ad uscire.
 “Quesqu'il s'est passé?”
Alzai di scatto la testa.
In piedi davanti a me una ragazza minuta e sorridente.
“Sto morendo di sete”.
Con un gesto le feci capire il mio bisogno assoluto.
“Je n'ai que ça”.
Quella mela, che pulì  con la maglietta sudatissima che aveva indosso, fu salvifica.
Mi diede la forza per allungare le mani verso quelle di Diane.
Aveva deciso al mio posto che non potevo star seduto là per sempre.
Ci incamminammo senza parlare.
Senza guardarci.
Ognuno con dentro al cuore quello che aveva appena vissuto.
Entrammo al Blue Ice.
Prendemmo succo di cocomero ghiacciato per combattere l'arsura e riso bianco per intoppare lo stomaco.
Ci guardavamo di tanto in tanto.
Sorridendo.
Uscimmo dopo mezz’ora per manifesta voglia di riposare.
Diane mi guardò per un attimo
“On se voit ici a sept heures?”
Naturalmente non capii e la mia faccia fu talmente eloquente che.
“Sci vediamò a le septe, okei?”
Ciondolai il capo.
Sorrise.
Ricambiai.

Mi incamminai verso la mia camera pulita, fresca di pale in azione e con acqua corrente, completamente stordito.
Avevo bisogno di rinfrescarmi e di dormire.
Lo feci.
Ma non ricordo in quale ordine.


4.


Erano passati tre anni e mezzo da quel giorno.
E quella notte il tempo trascorso si azzerò completamente.
Quella notte Santosh venne a mantenere la sua terribile promessa.
Quella notte trasformò un incontro nel perfetto avverarsi di una profezia.
Un sogno che per tanto tempo avevo sperato di non fare mai e al quale avevo smesso di pensare.
Venne da me Santosh.
Stavolta ero io in posizione distesa.
Inerte.
E lui era in piedi.
Sorridente.
E con quegli occhi inconfondibili.
Era davvero in gran forma, non come quel giorno in cui venni attratto a lui chissà da quale forza.
Mi sembrava altissimo, non come quel giorno in cui intravedevo la sua sagoma minuta sotto ad un lenzuolo.
Le sue mani erano ferme.
Avevo sempre temuto che quel momento prima o poi sarebbe arrivato.
Il significato che recava quell’apparizione onirica era terribile.
E mi metteva addosso un senso di colpa irrimettibile da qualsiasi Dio.
“E’ successo?” Chiesi schiarendo la voce più volte.
Sorrise.
“Rispondimi. Ti prego” 
Ripensai a quel giorno.
Aveva forza solo per muovere gli occhi.
Occhi che avevano la capacità di implorare, ringraziare, rifiutare, raccontare, farti sentire al centro dell’universo.
E ridere. Si ridere malgrado tutto. Soprattutto quando fece finta di mordermi mentre gli infilavo pezzetti di anguria in bocca.
“Io ho mantenuto mia promessa. Tu no.”
Ecco era quello che mi aspettavo. 
Il terribile responso di qualcosa di inaccettabile e la terribile conferma del mio sentirmi spregevole.
Tornai a Calcutta l’anno successivo a quel giorno.
Ci tornai ma non misi piede a Prem Dan.
Pensai a lui qualche volta.
Non ero solo.
E avevo una fottuta paura di trovare quel letto occupato da un altro.
Qualcosa dentro di me scacciò la necessità di sapere se fosse ancora là.
Se fosse ancora inerte su quel letto o se fosse altrove.
Ero certo che non l’avrei più rivisto.
“Come sta torinese?”
Ridendo mi ricordò di quel tizio con la croce al collo che quel giorno inveì contro di me.
Per quel povero invasato dalla smania di mostrare stavo perdendo il mio tempo con Santosh.
“Ma non lo vedi che sta andando?” Esordì.
Ricordo che rimasi impietrito.
Sono certo che Santosh pur non capendo le parole ne conoscesse benissimo il contenuto.
Ero seduto con quella ciotola di anguria tagliata a tocchetti.
La mia mano fradicia lottava con la bocca serrata di Santosh.
“Ci sono decine di persone da far mangiare.
Lascialo morire in pace.
Sono settimane che si rifiuta di assumere cibo”.
Fui preso da un istinto omicida.
Santosh piangeva.
Di un pianto mai visto.
Le lacrime scendevano sui lati degli occhi verso il cuscino senza che il suo viso cambiasse espressione.
Mi fece una tenerezza infinita.
“Si rifiuta di fare cosa?”
Gli urlai in faccia alzandomi minaccioso e poggiando la ciotola sulla sedia.
Il torinese dall’alto della sua esperienza in quei luoghi e dal chiaro atteggiamento da leader conquistato nel saper dispensare consigli ed ordini ben precisi, strinse quel “nostro Signore” in una mano togliendolo al resto del mondo.
Facendolo diventare un suo idolo privato.
“Sei un perditempo!
Stai dando da mangiare a un morto!”
Non ricordo da dove presi quella tremenda forza.
Che raggiunse velocissimamente il mio braccio.
Per colpire.
Per zittire.
Per donare occhi nuovi.
Lo ritrovai appiccicato ad un muro, terrorizzato, mentre si toccava la testa dolorante cercando solidarietà.

Gli altri volontari mi guardavano compiaciuti ma freddi, continuando le proprie operazioni nel silenzio, come se nulla fosse successo.
Tornai verso la sedia.
Presi la ciotola.
Mi sedetti.
Presi in mano un pezzetto di anguria.
Posai il mio sguardo verso Santosh.
La rabbia si trasformò in una forma di stupore mai provata.
Aveva la bocca spalancata.
In pochi minuti la ciotola era vuota e, come se non bastasse, si fece versare sulla lingua tutto il succo rimasto sul fondo.
“Ricordi mia promessa?”
Non avevo dimenticato.
Avevo solo messo via.
Come si mettono via le cose che è impossibile che accadano.
Come si mettono via le cose che non vuoi che accadano.
Come quando si mette la testa sotto la sabbia perché pensi che possa essere l’unica difesa possibile.
“Io sono venuto per mantenere promessa”.
Non volevo.
Cercai una via d’uscita.
“Raccontami. Cosa hai fatto per tutto questo tempo?”
Sbottò a ridere.
Intristendosi piano piano.
“Io sono venuto per mantenere promessa”.
“NOOOOOOO!”
Urlai come un forsennato.
Non avevo alcuna intenzione di sentire dalla sua bocca le parole che quella suora pronunciò quel giorno improvvisandosi sua interprete.
“Quando morirò verrò salutare te in tuo sogno”
Parole che sarebbero cambiate solo nel tempo verbale dal futuro al passato prossimo.
“Io sono...”
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
Quell’urlo fece la spola dal mondo dei sogni alla realtà.
Sorprendendo il mio sonno.
Chi dormiva vicino a me si spaventò a morte.
Mi chiese se stessi bene e tornò sul cuscino col cuore che pulsava nella pace della notte.
Io sudato avevo ancora quella parola che batteva nelle tempie.

“Even my most base complaint my sweet, my aims were lower
And even though all my restraint my sweet my aim was clumsy.
And even if there’s only one thing I want for you”
(The Way you Dream – 1Giant Leap)

14 commenti:

  1. a me è piaciuto assai, leggerlo mi ha emozionata, ha il sapere_sapore delle cose buone, genuine, spontanee. :)*

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    1. credo, anzi ne sono certo, che sia un po' carente dal punto di vista letterario...
      il racconto delle cose spesso ha bisogno di una cura maggiore...
      troppa pancia insomma...
      non credi?

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    2. ... quando leggo, non uso mai la matita rossa... un racconto (genericamente parlando, non mi riferisco al caso specifico) può a volte essere forse un po' sporco, ma è bello anche per questo, perché genuino, personalmente, quando leggo, mi lascio trasportare solo, semplicemente dalle emozioni, dalla "pancia" :)

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  2. molto bello. Ti trascina nel racconto. Vorresti finirlo in fretta e vorresti che non finisse mai.

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    1. ma poi ci riesci ad essere zen? grazie...

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  3. Senti...leggendo credo di aver sentito gran parte delle emozioni che hai voluto trasmettere...sono sincera nel dirti che ad un certo punto...non ti dico quale...mi è scesa anche una lacrima...è coinvolgente, sarcastico e audace, sentito e vissuto...chissene della forma...quando c'è il contenuto la forma è solo un dettaglio...

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    1. hai la mia mail per donarmi la tua lacrima...

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  4. È vita vera...e lo si sente sai? I miei complimenti più veri! Un abbraccio a te che cammini con il cuore in mano...

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    1. grazie... questo e gli altri commenti sono il premio più bello...

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  5. La pancia è quello che maggiormente conta...non credo che si possa scrivere in altro modo, o fotografare, o dipingere.....io personalmente non amo gli esercizi di stile ...come non amo gli esercizi in genere..qui c'è vita, c'è anima.Mi è piaciuto molto, ma soprattutto mi ha emozionata.Grazie.

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    1. prendo e metto in saccoccia.
      grazie :-*

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  6. Questo racconto mi ha emozionata, tanto.
    E' stato come vedere ogni scena, ma non solo da fuori, anche da dentro.
    E mi ha riportata anche indietro, nel passato, ad esperienze simili, ad uno sogno simile...
    Non ho trovato errori e anche se dovessero esserci, non è quello che conta. Traspare autenticità, emoziona, questo è importante.
    Un abbraccio.
    ps "Il giorno in cui quel piccolo grande uomo aveva cambiato il mio modo di sentire le cose." a volta basta un giorno, si...

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    1. So che tu puoi capire tante cose infilate tra le righe.
      Molto è stato tagliato per entrare nelle gabbie in cui le mie parole ed il mio sentire doveva stare per essere consono alle regole del gioco.
      Molto può essere letto comunque.
      na?

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    2. Ciò che deve arrivare al cuore... arriva.
      Questo credo ;)

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