martedì 22 maggio 2012

Mamma

Se sei mai andata a Delhi in treno, sarai di sicuro passata da Paharganj. Con tutta probabilità, sara arrivata alla Paharganj Railway Station piena di rumore e polvere. Ti sarai incamminata verso l’uscita e ti sarai diretta a sinistra, verso Connaught Place, superando il mercato affollato , con le guest house a prezzi modici e le prostitute a buon mercato per gli stranieri. Se invece fossi andata a destra, dopo la Mother Dairy e il J.J. Women’s Hospital avresti visto un edificio rosso, con una grande croce bianca. La chiesa di St. Mary.
E’ lì che sono nato diciott’anni fa, il giorno di Natale. Anzi, per essere più precisi, è lì che sono stato abbandonato nella fredda notte d’inverno del 25 dicembre. Scaricato nella grande cesta che le suore avevano messo fuori per la raccolta degli abiti smessi. Chi mi abbia lasciato lì e perché lo abbia fatto, lo ignoro ancora. L’ago del sospetto è sempre rimasto puntato verso il reparto maternità del  J.J. Magari è lì che sono nato, e mia madre, per ragioni note solo a lei, è stata costretta ad abbandonarmi.
Nella mia mente ho ricostruito quella scena. Una donna alta e graziosa, che indossa un sari bianco, esce dall’ospedale dopo mezzanotte con un bambino tra le braccia. Soffia il vento. I lunghi capelli neri le volano sul viso, celandone i lineamenti. Le foglie frusciano ai suoi piedi. La polvere si alza. I fulmini saettano. Lei si avvia con passo pesante verso la chiesa, stringendosi il bambino al petto. Raggiunge la porta e bussa con l’anello di metallo. Ma il vento è così forte che soffoca i colpi. Le rimane poco tempo. Con il volto rigato dalle lacrime, ricopre di baci il viso del bimbo. Poi lo mette dentro alla cesta, sistemandogli intorno gli abiti smessi per farlo stare comodo. Gli lancia un’ultima occhiata e distoglie lo sguardo e, allontanandosi dalla telecamera, sparisce nella notte…”
 
(da Le Dodici Domande di Vikas Swarup)
 
Effettivamente mi mancava un passaggio.
Il più importante forse…
Dopo aver ricevuto benedizioni dallo sguardo e dal contatto di chi ha ricevuto come primo dono della sua vita un abbandono, dopo aver superato quei momenti di sconforto trasformandoli in costruzioni di speranza, dopo aver fatto spazio nel mio cuore e nei miei pensieri…
Mi mancava la conoscenza del perché? Di quel perché che ognuna di queste anime si pone dal primo giorno in cui, crescendo, prende contatto con la realtà…
Mi mancava la conoscenza del com’è andata?
…Che poi quando capita qualcosa di talmente enorme che ti cambia la vita dall’incomincio e non sai come possa essere andata la testa frulla verso congetture inaspettate…
E chissà poi cosa mi aspettavo di conoscere io a riguardo…
Ieri sera mi è capitato questo libro tra le mani…
Che parla di tutt’altro forse…
Ma che in un passaggio mi ha colmato un perché e un per come…
E con una semplicità disarmante…
Mi aspettavo rancore… Non l’ho trovato…
Come non ho mai trovato rancore infilandomi con lo sguardo dentro quegli occhi…
Ho trovato la malinconia di un chissà come sarebbe andata se…
Ho sorriso…
Perché poi quel “per farlo stare comodo” vale tantissimo…
E’ amore allo stato puro… Malgrado tutto.
Perché l’amore non si gradua…
Perché l’amore non ha bisogno di contatto continuo…
Perché l’amore è anche dare una possibilità…
Mai nessuno di quei bimbi può pensare che l’abbandono sia un atto di egoismo di una mamma…
Anche fosse… Adesso so che mai lo penserà…
Adesso vorrei tra le mani quella mamma…
Vorrei abbracciarla forte…
Vorrei abbracciarla forte quella mamma che si struggerà nel pensiero fallace di un figlio che urla:
“Mamma mia, mamma mia, mamma mia lasciami andare
Beelzebù ha messo un diavolo da parte per me”
 

Per aria Mother - John Lennon

3 commenti:

  1. Quali parole? Ma l'abbandono sarà sempre così profondamente poetico e struggente? O non ci saranno altre volte motivazioni di voglia di libertà e deresponsabilità?

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  2. è quel pensare all'altro che rimane sempre...
    ed io credo che il tempo lo renda sempre meno pregno di odii e rancori...
    donandogli sentimenti più striscianti e meno duri...
    la malinconia che si schiude in sorriso...
    e la struggenza che dopo un pianterello fa tornare il sole dietro le nuvole della burrasca...
    ah e i sensi di colpa... quelli non so che fine fanno e che trasformazioni prendano...

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  3. sì, "per farlo stare comodo"
    e anche "col volto rigato di lacrime"..
    io la odio proprio la parola colpa

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