giovedì 15 marzo 2018

Uccidiamo




Uccidiamo.

Tutti.

Nessuno escluso.

Uccidiamo quando giudichiamo e quando lasciamo giudicare.

Quando vediamo uccidere e voltiamo la testa.

Quando chiudiamo la porta in faccia a chi vuole far parte di un nostro sogno.

Quando sentiamo un urlo e scappiamo il più lontano possibile dalla gola che lo ha lanciato.

Quando abbandoniamo qualcuno perché non ci occorre più.

Noi uccidiamo.

E’ la cosa più semplice in fondo.

Cancellare quello che ci dà fastidio, che ci provoca paura, che ha bisogno di cura.

In fondo, ormai, non resta neanche lo strascico del rimorso.

Basta un “cosa c’entro io?”, magari condito con un “ho un sacco di cazzi a cui pensare” oppure un bel “non lo sopporto più” e il gioco è fatto.

Restiamo fieri, col petto in fuori e candidi come la neve.

Eppure uccidiamo.

Restando impuniti ed esaltati nel vedere esseri che ahiloro sono nati nel posto sbagliato, con la luna sbagliata, nella famiglia sbagliata.

In fondo sono nati sbagliati no?

Mica è colpa nostra.

Uccidiamo e ci vantiamo di fare opere di bene.

Eh si.

Perché malgrado tutto siamo sempre pronti ad aprire il portamonete, a fare un’offerta o a trovare qualche parola di circostanza, un “ci sono passato anche io, si rialzerà”.

Eppure siamo stati noi a farlo cadere, chi lo ha detto che si rialzerà?

E se ne avrà ancora voglia.

O la paura di ritrovare un assassino come noi lo costringerà a terra per sempre

Siamo dei fuoriclasse a ripulirci la coscienza.

A dare la colpa a chi ha fatto male a noi, prima.

Uccidiamo.

Nello stesso modo e con la stessa violenza di chi spara.

E forse anche peggio.

Perché ce ne fottiamo e perché non abbiamo neanche il fastidio di sopportare il rinculo.

Per aria Darkness – Leonard Cohen


mercoledì 20 dicembre 2017

“Ti prego chiamami…”



“E anche quando poi saremo stanchi
troveremo il modo per
navigare nel buio
che tanto è facile
abbandonarsi alle onde
che si infrangono su di noi”

Sapeva che sarebbe tornato quel buco profondissimo nello stomaco.
Come ogni anno in fondo.
Quindi nessuno stupore, nessuna barriera per impedirlo, nessuno slancio per fare in modo di cambiare le cose.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro al momento in cui quell’ingranaggio perfettissimo aveva cominciato a deteriorarsi, per impedire quel passo falso, per vedere se il destino avrebbe portato allo stesso risultato o se davvero quella avventata scelta fosse stata l’unica causa della distruzione.
Una macchina del tempo sarebbe bastata.
Sarebbe bastato puntare sul 28 febbraio 2014, prendere sé stesso per un orecchio e portarlo via da qual maledetto ristorante con una scusa qualsiasi.
Da solo.
Aspettare che si addormentasse, allontanarlo per una notte soltanto da ogni cosa e tornare a oggi.
Tutto uguale?
Qualcosa di diverso?
Meglio?
Peggio?
Cosa sarebbe potuto cambiare nello scorrere della sua vita che da quel momento aveva cominciato a sgretolarsi?

- - -

Prese il cellulare.
Prima di partire per quel viaggio a ritroso quell’aggeggio non conteneva più numeri, messaggi, mail di un bel po’ di gente.
Aveva un senso di ansia.
Non sapeva perché e neanche andava a cercarlo.
Tanto ci conviveva con quell’ansia.
“Vediamo…”
Rubrica.
Batticuore.
Mani che tremano.
Cerca.
“Aiuto!”
Si accorse solo in quel momento che il telefono che aveva tra le mani era di un’altra marca rispetto a quello che aveva pochi istanti prima.
Lo gettò sul letto prima ancora che il comando “cerca” facesse il suo dovere.
Cosa era successo?
Andò a cercare uno specchio.
Ci si mise davanti.
Si toccò il viso.
Cominciò a ridere, di una risata isterica.
La faccia era sempre quella, stessa barba folta, stesse rughe, stessi capelli scompigliati grigio topo.
Era tutto intorno a essere completamente diverso.
“Dove cazzo sono?”
La sua casa si era ristretta.
Era diventata sporca e disordinata, quella di un uomo solo, abbandonato se stesso, che non riceveva visite da tempo.
Corse alla finestra.
Là fuori non c’era Roma.
Era tutto di un grigio fumoso e triste.
“Dove cazzo sono finito?”

- - -

Si svegliò di soprassalto.
Il telefono non aveva squillato.
Nessun messaggio ricevuto.
Rubrica vuota.
Un vecchio cellulare completamente resettato.
“Dov’è il mio I-phone? Cazzo!”
Iniziò a pensare di essere impazzito.
Nessun ricordo della vita che aveva modificato, soltanto di quella che stava facendo prima del “viaggio”.
O meglio ricordava solo quel tipo strano che una sera, mentre cenava con alcune persone, lo aveva costretto a seguirlo per evitare che gli menassero.
Più o meno così disse.
Ma forse lo aveva solo sognato.
Voleva solo dormire, ancora, nella speranza di risvegliarsi da quell’incubo.

- - -

Il giorno dopo ricevette una telefonata.
Era arrabbiata, preoccupata.
“Come stai? Cosa è successo?”
“Una cosa strana davvero. Quel tizio sembrava mi leggesse dentro. Era impossibile non stare alle sue regole. Mi ha portato alla mia macchina, mi ha detto di mettere in moto e di andare verso casa. Casa mia. Stava in silenzio, un silenzio sprettrale. Anche io non sono riuscito a parlare fino a che un semaforo della Colombo mi ha costretto a frenare. Gli ho chiesto chi fosse, cosa volesse. Lui muto. O meglio, mi ha risposto che avrebbe parlato solo quando saremmo stati a casa mia”.
“E…”
“Una volta a casa mi ha detto che sarei dovuto andare a dormire, che avrei dovuto spegnere il cellulare, che avrei dovuto sospendere tutti i rapporti col mondo, con le paure, con le persone che amo, ma soprattutto che non dovevo pensare a quello che stavo per fare quando ero al ristorante. Però questa ultima cosa non l’ho capita”.
“E tu?”
“Io ho fatto esattamente quello che ha detto e ora sono qui. Turbato e confuso. E soprattutto non so chi voleva menarmi, ma a quanto pare l’ho scampata. Me l’ha garantito”.
“Che cosa buffa…”
“Tu?”
“Meglio. Pare si sia un po’ calmato…”
“Ci vediamo?”
“Si!”

- - -

Riaprì gli occhi lentamente.
Era convinto che fosse stato soltanto un incubo.
Ma così non era.
Puzza.
Casa piccola e trasandata.
Nessun rumore.
Luce smorta.
“Sono morto?”
Lo sperava davvero.
Chissà come aveva vissuto in quegli anni modificati?
Chissà a che punto qualcuno aveva messo il nuovo punto distruttivo.
“Ti prego chiamami…” sussurrò come una preghiera senza voce.
Si riaddormentò per manifesta incapacità di muovere sperando in un miracolo.
Sperando che quella mano a lui tanto cara tornasse a guarirlo con una carezza.

“Dimmi come stai
perché non parli
ora tienimi con te
la tua mano nel buio
guarisce la mia solitudine”


Per aria Poetica – Cesare Cremonini

giovedì 9 novembre 2017

Ogni giorno


Domande.

Sempre orientate verso un punto lontanissimo ed inesplorato dell’universo.

Sempre e comunque non bisognose di risposta né, tantomeno, della più minima soddisfazione.

Fagocitate dalla successiva.

Sempre più ossessiva.

Sempre più incalzante.

In un susseguirsi si parole che corrono velocissime, come attratte da un enorme magnete, verso quel punto interrogativo salvifico.

Frasi complete all’inizio.

E poi via via moncate delle parole meno forti.

Essenziali.

Anguille impazzite verso quel maledetto “perché” che blocca quella danza da tarantolato lasciandoti sfinito in un angolo, incapace di muovere un muscolo.
I battiti del cuore velocissimi.

Il respiro che contrae in maniera impressionante la bocca dello stomaco.

Lo stomaco colto da fitte dolorosissime.

Aneli la morte.

La chiami.

Ma neanche lei ha attenzioni su di te.

Nessuno mette a disposizione i propri occhi e le proprie mani per liberarti da quel tuo cominciare a muovere i passi di una giornata.

Sono tutti là fuori che aspettano quello che non sei.

Sono tutti là fuori che hanno bisogno di te.

Di quell’altro te bravissimo a far ridere la gente.

Capace di venir fuori da quella pelle distesa in un angolo, a lavar via le lacrime e a portare i battiti a ritmi lenti.

Mentre tu, sepolto sotto un cumulo di panni sporchi e nascosto agli occhi del mondo guardi fuori.

Certo che resterai da solo.

Tra gente che ti prende a pacche sulle spalle.

E fa a gara per mettersi a mangiare a fianco a te.

“Lontano un milione di miglia

Forse ho perso la mia strada

Per aria Walk – Foo Fighters